Poi c’e’ l’altro Quebec

Laghi ed alberi, alberi e laghi. (Di Fralambert da Wikicommons)

Poi si va a Nord. Erano i luoghi dove i cacciatori bianchi andavano a cercare le pelli, nella nebbia perenne ed in compagnia dei meticci indiani. E son posti molto, molto strani per noi. Ed anche la gente è stranina. E’ un altro mondo nel quale ci si sente stranieri per davvero. Altre regole, altri comportamenti, altre attese. I Quebecois restano gentili, ma vanno presi con calma. Anche loro non devono essere molto a loro agio in quei posti. Solo gli Indiani, i Primi Abitanti, se la ridono allegramente.

Se si guarda sulla carta Montreal e Quebec City sono all’estremo sud del Quebec, poi c’e’ tutto il resto. Paese sterminato e vuoto di gente e di senso, verrebbe da dire. Non son posti dove si andava e si va a vivere, solo gli indiani ci sanno stare. I bianchi ci sono andati e ci vanno perche’ c’e’ qualcosa da portar via: le pelli prima, poi il merluzzo sull’infinito estuario del san Lorenzo; poi il legname, l’oro, il rame, i diamanti ed infine l’acqua da cui trarre energia elettrica da vendere a New York.

Nei posti abbastanza a sud, come intorno al Lago di Saint Jean vi è ancora agricoltura ed una popolazione ombrosa, difficile, ritirata e caratterizzata dal più ostico dei dialetti quebecois. Poi vi sono solo alberi, sempre più rachitici via via che si va a nord. Hanno rappresentato una grande ricchezza per il Canada, ma ormai è affievolita: molti territori sono diventati parchi e riserve indiane; altri sono irraggiungibili anche dai formidabili mezzi dei forestali; in molti altri lembi di foreste la ricrescita degli alberi è così lenta, a causa del clima, che ci si può tornare ad abbattere  solo dopo molte decine di anni. Ancora più al nord gli alberi sono così magri e stenti che non vale la pena di portarli alla segheria. Sembrava una risorsa infinita ed invece mostra la corda.

La strada principale di Cibougamau (By Clifden da Wikicommons)

I paesi dei bianchi sono lontanissimi gli uni dagli altri e sono più campi basi che vere e proprie comunità. Vi ho conosciuto persone e mestieri variegati ed inusuali: una signora, che mi ha fatto battere il cuore, alternava il lavoro di saldatrice nelle profonde miniere di metalli a quello di medico ayurvedico. Nel tempo libero si aggirava in bicicletta intorno ai numerosissimi laghi ovunque presenti. Un altro era ruspista in un cantiere per la costruzione di una diga: passava 10 giorni sul cantiere con turni di 12 ore d’estate e d’inverno, assolutamente solo, in mezzo alla foresta, a spostare montagne di terra, chiuso nella sua ruspa riscaldata, ascoltando musica classica, osservato dai lupi e dagli orsi. Dormiva nel campo e finiti i 10 giorni veniva al villaggio, distante 100 km a peccare di carne, come diceva con tenera ingenuità. Un altro ancora, faceva il pilota di idrovolanti in partenza da un lago vicino al paese e diretto a remotissimi lodge di caccia dove un week end costa migliaia di dollari, ma assicura stermini di animali, talmente sono abbondanti. Molto diffusa anche la pesca ad esemplari spesso enormi. Eppure queste comunità in perenne alternanza demografica ci credono ed organizzano durante la breve e zanzarosissima estate delle feste, toccanti nella loro semplicità. Ci si sente veramente nel lontano ovest fra i moderni cow boys, anche se siamo a nord ed a est. Il più colto è a Natashquan dove organizzano nel nulla di quel villaggio un famoso festival del racconto. Naturalmente sempre molto presenti i temi della francofonia, segno identitario fortissimo, anche se un pò incongruo e frustro.

Di peupleloup da Wikicommons

Mi spostavo con i bus ed arrivai fino a Mingan sul San Lorenzo e a Chibougamau, verso la Baia di Hudson. Oltre i bus non vanno ed avrei dovuto affittare un 4×4. Non me la sentii di affrontare strade sterrate, anche se in buono stato, in cui gli unici segni di vita sono stazioni di benzina ogni 200 o 300 km. Chibougamau è una strada con delle specie di edifici intorno, più zona industriale che residenziale, negozi di ferramenta evoluta e bordelli.

Il villaggio di Natashquan. Fondato dagli antichi pescatori immigrati dalle Isole de la Madelaine è ormai ridotto a meno di 300 persone, mentre la vicina ed omonima riserva indiana ne conta più di mille. (Foto di Andrè Bussiere).

Ma anche questo non è che l’inizio, siamo ancora molto a sud. Oltre quello c’e’ ancora tutto un mondo, dove i bianchi spariscono e restano solo gli Indiani ed i cantieri minerari persi nella natura. Alcune miniere sono così lontane da tutto, ma così redditizie (diamanti)  che vi si arriva solo per aereo.

Un mondo di infinito interesse e di infinite distanze, una frontiera per il turismo.

Il famigerato piatto quebecois: la poutine.

Immagine per stomaci forti: la poutine. (Di Jonathunder da wikicommons)

La pervicace umiliazione del gusto;  la rinuncia nighittosa  ad ogni funzione culinaria; la voluptas dell’annullamento del piacere del cibo; lo sprofondare negli abissi dell’abiezione gustativa ed inorgoglirsene.

Parlo del piatto nazionale quebecois: la famigerata POUTINE.
Non crederete alla ricetta: si friggono delle patate tagliate a bastoncino. Si impiattano e vi si versa sopra abbondante formaggio fresco tipo cheddar a dadini (solido, con i buchini, non cremoso, meglio se scricchiola sotto i denti, assolutamente insapore, comprato già pronto in una busta). Il formaggio con il calore delle patate fonde leggermente. Si irrora con abbondante salsa bruna (tipo barbecue, anche se meno dolce) di origine rigorosamente industriale e si serve.
Solo allo scrivere questa ricetta allibisco di tanta poverta’ gustativa. La salsa rammolisce le patate fritte, il formaggio sparisce con la salsa, molto salata. Patate fritte e formaggio?

Eppure piace immensamente ai quebecois, la si trova a tutti gli angoli, si va apposta a mangiarla in locali famosi. Se ne fanno altre versioni, tipo l’italiana, con la pomarola al posto della salsa bruna.Wikipedia si sofferma sulla storia del piatto e dei suoi ingredienti.

Ed alla fine, il panorama gastrono0mico del Quebec è così fallimentare che il turista si rifugia in questo piatto come nel minore dei mali e finisce per farselo piacere. VIVA la POUTINE.

Montreal e Quebec City

Montreal: finalmente l’estate!! (da wikicommons CC BY-SA 3.0)

Non c’e’ molto da vedere in Quebec, ma e’ appassionante osservare come vivono i quebecois. E soprattutto pascersi della loro semplice gentilezza, un pò ingenua, alla buona, sorridente e casareccia.

I nuclei storici di Montreal e di Quebec City,  pur interessanti, sono diventati dei parchi tematici per dei popoli tragicamente privi di storia che si afferrano ad ogni minima pietra più vecchia del loro nonno. Al di fuori dei piccoli centri storici : grattacieli, palazzoni, stradone.
 A Montreal sono stato affascinato dalla rete sotterranea che occupa il centro della città.  I grattacieli sono collegati da una serie di ampi passaggi pedonali  sotterranei grazie ai quali si puo’ passare da un grattacielo all’altro,  accedere ai centri commerciali che occupano i piani piu bassi e quelli interrati dei vari palazzi oppure scendere nelle diverse stazioni della metropolitana. In questo modo si riesce a spostarsi in citta’ senza soffrire a causa del terribile inverno.  Ma anche dell’asfissiante estate quando l’umidita’ trasforma la citta’ in un acquario tropicale.
I Quebecois hanno una sfrenata passione per il circo. Non a caso Le Cirque du Soleil e’ nato ed ha sede stabile qui. Gli spettacoli circensi sono  quindi frequentissimi, variopinti ed innovativi, anche se spesso un po’ cenciosi.
Sono anche molto civili: se vai al cinema ed il film non ti piace ti rendono il biglietto se esci entro la prima mezz’ora.
Montreal, città modernissima. Qui nella tipica nebbiolina dell’afa soffocante dell’estate. Da Wikicommons

Gli abitanti di Montreal non sono molto eleganti: l’immagine principale che ne conservo e’la seguente: giovane, maschio o femmina, con immancabile caschetto da baseball che conferisce immediatamente un’aria poco intelligente. Carnagione di un bianco malaticcio contro il quale il sole non puo’ niente. Maglietta di colore slavatuccio, un po’ sbrindellata e non esente da patacca. Pantaloni sopra il ginocchio, sformati. Sandalo stanco su piede nudo con unghia orlata da un po’ di nero. Aspetto generale un po’ flaccido, panzetta da cattiva alimentazione. In mano, perennemente, bicchiere da passeggio con coperchio e cannuccia.

In effetti in Quebec si mangia terribilmente male. Durante il mio lungo viaggio fui presto ridotto alla disperazione. Anelavo un McDonald, perchè il resto era peggio. Tutte catene di fast food di quelle trucide, grondanti salse e grasso alla griglia. Pochi ristoranti, ma spesso cari arrabbiati.
Alternativa gradevolissima: la visita dei quartieri etnici, nelle periferie: il quartiere italiano, quello portoghese, l’africano, ecc. Con ristoranti annessi, finalmente decenti. Naturalmente la comunita’ italiana e’profondamente venata da aspetti mafiosi ed e’ molto mal vista.
I passaggi sotterranei che collegano i grattacieli del centro di Montreal. (Di Jeangagnon – Opera propria, Wikicommons)

La poutine, piatto nazionale quebecois, merita sia un articolo a parte che un posto di riguardo fra i crimini dell’umanita. I supermercati vanno visti: per poi mettersi a piangere. Vi si trovano quasi solo cibi già preparati in confezioni dai colori vivissimi. Sembra che piu’ nessuno sia ormai in grado di cucinare, nemmeno la più banale delle cose. Cibi indistinguibili nei loro componenti affogati in salse grevi di grassi; sapori chimici che provocano certo dipendenza. Triste, disperante, squallido: una funzione umana primordiale ridotta a campo di battaglia di ciniche multinazionali. Poveri!!

I Quebecois sono naturalmente molto vicini alla Francia e nella breve e torrida estate si accavallano festival di diverso tipo che alla base hanno l’uso della lingua francese in netto contrasto con quella inglese che, comunque, tutti parlano. Unico caso al mondo di un popolo che ha come lingue madri entrambi questi primari idiomi. Il che e’ un bel culo.
Mille gli eventi estivi: concertoni, sfilate, passeggiate, visite, teatro, cinema, fuochi d’artificio, rievocazioni storiche coloniali, conferenze, circo. Tipica frenesia di chi ha passato un lunghissimo inverno al chiuso. Numerose le feste delle diverse nazionalità presenti in città. Nei parchi sono una accanto all’altro e in un pomeriggio si fa il giro del mondo mangiando cibo di strada di tutti i continenti.
Il centro storico di Quebec City. (By Christophe.Finot – Own work,Wikicommons)

Quindici giorni a Montreal o a Quebec volano! Organizzandosi bene e trovando i siti giusti c’e’ da fare una quantita’ di cose. Il livello sarebbe ampiamente migliorabile, come qualita’ ed esecuzione. Resta in bocca un sapore di arrangiato ed un po’ cialtrone. Ma ancora una volta, il tutto e’ porto con grande gentilezza e cercando di implicare in tutti i modi lo spettatore.

Caro. Perche’ tutto e’ a pagamento. Proprio tutto, tutto, tutto. Anche i fuochi d’articio che sono fatti lontanissimo dalla citta’ tanto che il biglietto comprende anche il bus che ti porta. Ed in macchina non ti ci fanno arrivare.
E non puo’ mancare la visita alla via gay animata, festaiola e del tutto democratica.
Insomma un posto civilissimo e gentile che ti fa accettare con grazia proposte che altrove non ti attirerebbero.

Quebec

Francesi che abitano in America? Americani che parlano il francese? Una minoranza schiacciata dalla maggioranza anglofona? Il retrobottega di New York? I discendenti di soldati sfortunati e orfane salvate dalla carità del Re? Una bizzarria storico-geografica che causa infiniti problemi di identità e di insicurezza? E gli indiani?

Il Quebec e i suoi abitanti sono tutto ciò e quindi meritano una visita attenta ed incuriosita.

Le straordinarie dimensioni del manicomio dei Quebec City. (JOFphoto via Wikimedia Commons)

Una immagine, fra le molte di un viaggio, anni fa, sovrasta le altre. Vicino al mio albergo di Quebec City costeggiavo un enorme edificio degli inizi del ‘900. Mi pareva tristissimo e mi si stringeva il cuore  ogni volta che ci passavo sotto. Poi, finalmente, chiesi cosa fosse stato. Era il vecchio manicomio! Le dimensioni dell’ edificio danno l’idea delle dimensioni dei problemi mentali dei vecchi Quebecois.

E mi (dis)piace pensare che fossero dovuti alla difficile situazione in cui questo popolo si trova.
Immersi in una marea anglofila che li guarda con sufficenza e disprezzo, discendono dagli avventurieri cacciatori di pellicce nelle brumose foreste di conifere del nord ed ancor piu’ da torme di militari che il Re di Parigi mandava in quella provincia per difenderla dagli egemoni inglesi. Per tradizione i militari perdevano il loro cognome e, in sua vece, acquisivano il soprannome che gli era dato dai commilitoni, spesso ridicolo o svilente. Quindi perdita di identita’ e di ogni possibilita’ per i discendenti di ritrovare le radici francesi. Per loro la possibilita’ di tornare a casa, dopo la fine della ferma, era remota, non avendo i soldi per pagarsi il viaggio.
Per tenerli buoni il Re mandava navi e navi di ragazze orfane allevate negli Istituti pubblici e chiamate “Les filles du Roi” e dava alla coppia appena formata una stretta ma lunga fetta di terra che si affacciava, per il lato corto, sull’immenso fiume San Lorenzo, che rappresento’ a lungo l’unica via di comunicazione. Li vivevano bene, l’agricoltura era generosa: erano comunità autosufficenti e ben provviste, tanto che il Governo della Colonia aveva mille difficoltà a trovare sul luogo dei dipendenti. Gli abitanti preferivano vivere di ciò che le loro mani producevano piuttosto che sottomettersi agli ordini dei boriosi funzionari francesi. In caso di necessità facevano delle battute di caccia e tornavano con le pregiatissime pellicce.  Finirono quindi per isolarsi completamente per molte generazioni. Il loro francese si trasformò in quella lingua curiosissima che è oggi.
Divennero quindi amichevoli, gentili, accoglienti e socievoli; in una parola: alla mano. Ma rigidi e diffidenti nei confronti dell’esterno e delle novita’ che da li’ arrivavano.  Molto attaccati alle loro regolette e sempre un po’ preoccupati del giudizio altrui. Provinciali, insomma. Ma di gentilezza deliziosa che il viaggiatore apprezzera’ ad ogni momento.
Del resto il gigante statunitense è proprio lì e li schiaccia. Il fine settimana Montreal si riempe di ragazzi americani maleducati che comprano alcool di tutti i tipi nei negozi degli indiani e si aggirano in città urlando e facendo casino come se fosse roba loro. Del resto molti degli introiti del Quebec vengono dall’energia elettrica prodotta dalle grandi dighe del nord e venduta alla città di New York. I Qubecois ci vanno anche a lavorare negli Stati Uniti e ne tornano impressionati ed un pò annichiliti.
Benchè la situazione degli indiani sia tragica anche nel Quebec il riso ed il sorriso abbonda. Dal loro sito, che propone anche turismo autoctono.

L’altra immagine forte del mio viaggio è la risata degli indiani. Qua e là vi sono delle riserve indiane dove nessuno altro vi può possedere cose o svolgere attività. A volte la riserva è rappresentata da un quartiere della città. Sono zone povere, trasandate, con i bambini che giocano per strada. Poco meglio dei campi Rom italiani. Eppure gli indiani ridono: forte, spesso, tutti, con gran gusto. Uno di loro fa una cosa e tutti ridono; un altro dice una frase e tutti ridono ancora e così passano la giornata. Ho visto un omone enorme che sudava a ruscelli e tutti ridevano; lui imprecava per il caldo (asfissiante per davvero) e gli altri che si sbattevano dalle risate. Ho letto che è un tratto caratteristico della loro cultura; una vera e propria manifestazione del loro essere. I quebecois non-indiani presenti fanno finta di niente, fra l’abitudine ed un filo di fastidio.

Non importa dire che la distanza fra l’enorme manicomio dei bianchi di Quebec City e le grasse risate degli indiani delle riserve è talmente mastodontica da aprire infiniti spazi di riflessione sulla società quebecoise.

Alessandria d’Egitto, abitandoci.

(Dal nostro corrispondente ad Alessandria d’Egitto, Giovanni Dottorini)

La nuova Biblioteca d’Alessandria (Renato Agostini – Wikimedia Commons)

La città si sviluppa longitudinalmente per più di 20 Km, stretta tra il mare e le lagune interne del delta del Nilo. Conta, con gli agglomerati satelliti, più di 6 milioni di abitanti. E’ la capitale dell’industria petrolchimica egiziana e si vede. C’è una enorme raffineria appena fuori della città verso El Alamein con associata una  laguna di fanghi rossi, mentre altre industrie petrolchimiche sono dislocate ad una ventina di chilometri sulla Desert Road che  porta al Cairo.

Paradossalmente le migliori spiagge (forse più belle di quelle della Sardegna) sano proprio verso El Alamein e Marsa Matruh (cioè in direzione della Libia) e quindi partono da dopo la raffineria.

(by Hajor Released under cc.by.sa and/or GFDL. Wiki commons)

Ma prima delle spiagge, appena passata la raffineria c’è una enorme discarica, gestita alla vecchia maniera,  in cui si bruciano, generalmente il giovedì ed il venerdi, enormi quantità di rifiuti. Quando il vento tira da ovest il fumo degli incendi della discarica si sommano a quelli della raffineria e si riversano sulla città.

Per contro gli scarichi industriali ed urbani, vengono generalmente riversati nelle lagune interne e quindi il mare anche in città non è eccessivamente inquinato. Queste lagune poi, essendo sede di vegetazione, generalmente canneti, hanno un certo effetto biodigestivo sui liquami urbani. Quindi aria molto inquinata dalle emissioni industriali, dalla combustione dei rifiuti e dal caotico traffico, ma mare non eccessivamente sporco neanche in città.

La parte storica si snoda intorno al vecchio golfo di Alessandria (circa 4 chilometri) che parte dal castello sulla punta esterna del golfo e va  fino alla Biblioteca. Vi sono dei begli edifici di epoca coloniale, generalmente mal tenuti e con gli intonaci esterni che cadono a pezzi, però sono testimonianza di un passato molto diverso dall’attuale, quando la città era sede di importanti attività commerciali ed abitata da comunità straniere numerose come quella italiana, quella francese, quella greca.

Il golfo. (By Roland Unger, Wikimedia Commons)

Di quell’epoca si vedono ancora in uso i tram urbani la cui velocità media è, in alcuni punti ed in alcuni momenti di traffico intenso, meno di 1 km all’ora. Infatti gli alessandrini dicono che questi tram li prendono solo i pensionati che occupano il loro molto tempo libero facendo il giro di Alessandria con  ½ Pound ( 2,5 centesimi  di euro). Comunque sono da provare, perché sono unici, ancora hanno il bigliettaio. Ma vi è anche una linea di tramvia moderna in senso est-ovest.

La parte centrale della città, lungo il vecchio golfo, è divisa in due zone: una più ricca, vicino al mare, ed una più popolare verso l’interno. La prima ha una profondità di alcune centinaia di metri rispetto al mare. Tutta quest’area è anche un’enorme area commerciale, con negozi di tutti tipi, dove gli alessandrini vanno a fare spesa; anche se i nuovi centri commerciali attirano la clientela più moderna, ricca, occidentalizzata.

I funerali di Vittorio Emanuele III si svolsero ad Alessandria d’Egitto, nel 1947. (Di sconosciuto, Wikimedia Commons)

Dietro la fascia nobile c’è la zona popolare, con i vicoli degli artigiani, i negozietti ed i palazzi popolari, compresi quelli nati con l’ultima ondata di speculazione immobiliare dei tempi del governo dei Fratelli Mussulmani e che ha completamente sconvolto il tessuto urbano coloniale. Sono immobili alti anche 20 piani ma di base molto piccola; sembrano sfide alla statica. Inoltre i costruttori li vendono allo stadio “rustico”: senza intonaco, infissi, rivestimenti. In questo modo il prezzo è molto inferiore e le famiglie sono incentivate ad acquistare. Poi, con comodo, faranno le rifiniture. Ma ciò da alla città un aspetto di cantiere bombardato.

Comunque, se si vuole vedere come ”funziona” una città araba tradizionale, bisogna fare un giro per questa parte e magari fermarsi a prendere un caffè turco in uno dei numerosi caffè che ci sono lungo le strade. Tenete conto che ad Alessandria si fuma dappertutto e soprattutto nei caffè e nei ristoranti. Gli Egiziani fumano il Narghilé, quindi preparatevi a respirare questi aromi chimici che girano nell’aria. In teoria ci sono zone per non fumatori, ma sono generalmente dei tavoli e non delle aree separate, quindi di fatto è come se non ci fossero.

Girando per i vicoli e per il souk di quest’area, vedrete l’area dei carrozzieri e l’area dei falegnami, che fanno mobili e poltrone in stile barocco. Incontrerete anche negozi d’antiquariato, dove potete trovare oggetti interessanti non voluminosi a buon prezzo (ma attenzione alle patacche). Spostandovi verso il mare e tornando nella zona più ricca trovate negozi d’abbigliamento, di telefonini, di cancelleria, casalinghi, di scarpe, etc. ed anche dei buoni caffè pasticcerie e dei buoni ristoranti egiziani. Se capitate ad Alessandria un giro per il quartiere va fatto.

Passando all’Alessandria storica, ancora si conservano alcune rovine dell’epoche faraonica, greco-romana e bizantina. Ma niente di eccezionale, non c’è più il famoso faro e neanche il suo basamento. Tenuto conto dell’importanza che la città ha avuto nel passato, i resti delle varie epoche sono frammentari, in genere poco valorizzati e tenuti anche male. Insomma se si deve andare ad Alessandria per riscoprire le vestigia del suo glorioso passato, si resterà delusi ed è meglio lasciar perdere.

Di epoca araba c’è il castello, ora ricostruito sulla punta del golfo, che vale una visita se non altro perché si ha una bella vista sul golfo, ma intorno è tutto abbastanza trascurato e sporco. Poi c’è la maestosa moschea di Al Mursi che vale ampiamente la visita.

La famosa biblioteca è ora ospitata in un edificio avveniristico recentemente costruito; all’interno ha una sezione dedicata ai manoscritti antichi. L’edificio merita la visita se non altro per l’immensa fama che ebbe nell’antichità. Questo è un luogo centralissimo della nostra cultura.

Concludendo, non vale la pena dedicare dei giorni del vostro viaggio alla visita di Alessandria. Può forse essere consigliabile una visita in giornata, con il treno, dal Cairo. In un giorno si può visitare la Biblioteca e si fa in tempo anche a visitare il castello, la moschea, il teatro romano, il quartiere centrale. Per poi riprendere il treno e tornare al Cairo.

Corea del Nord?

E’ facile andare in Corea del Nord. Impossibile individualmente, basta trovare una delle poche agenzie che organizzano gruppi e si parte. Con un tremila euro ci si passa una settimana, più il viaggio per arrivarci. I viaggi sono organizzati in occasione delle feste nazionali, per vedere sfilate e parate.

Bisogna portarsi giacca-cravatta per visitare gli hauts lieux del glorioso cammino del popolo nord-coreano.

Che dite, fa bene il Viaggiatpre Critico ad andarci? Ecco il programma di viaggio.

 

 

Il paradiso proibito della Penisola di Paria

Un luogo affascinante, la natura avvincente, le spiagge fra montagne verdissime e mare tropicale, l’elemento umano particolarmente complesso, grandi porzioni disabitate e difficilmente raggiungibili, Parchi Naturali assolutamente intatti, flora e fauna particolari, le tartarughe che depongono le loro uova.

La Penisola di Paria sarebbe una frontiera turistica di grandi promesse. E’ l’estrema punta del Venezuela verso l’isola di Trinidad, la chiusura meridionale del grande arco dei Caraibi che comincia in Florida. Un luogo dove viene voglia andare per aiutare uno sviluppo rispettoso del turismo naturalistico sulle ripidi pendici della catena montagnosa che la percorre in tutta la sua lunghezza, superiore ai 100 chilometri. La faccia meridionale è meno interessante e più abitata; quella settentrionale, per gli ultimi 70 chilometri non ha strada e quei pochissimi villaggetti esistenti sono raggiungibili solo per mare.

Una enorme parete verde che si butta nel mare.  Una fonte infinita di camminate e di osservazioni naturalistiche che finiscono sulle spiagge del Mare dei Caraibi. Pochissime strutture turistiche, solo all’inizio della Penisola e molto spesso in stato di abbandono avanzato; nessuna struttura del Parco; pochissime informazioni disponibili, rarissimi stranieri residenti, turismo virtualmente inesistente.

Ma perchè nessuno ci va?

Non solo per la difficile situazione attuale del Venezuela, non solo per la marginalità della sua posizione geografice o per la lontananza dagli aeroporti. Non solo per la mancanza di infrastrutture viarie (in pessimo stato) o turistiche.

La vista dalla terrazza di quello che doveva essere il mio albergo.

Il vero motivo è che tutta questa costa è in mano alle bande del narcotraffico, da almeno trent’anni. Nel luglio del 2016 a San Juan de Galdonas, l’ultimo villaggio importante della costa nord, vi è stata una battaglia durata 8 ore. La Polizia e l’Esercito non si fanno vedere ed hanno lasciato una minima presenza di agenti che si occupano del traffico (delle auto, non della coca). Quando hanno provato ad avvicinarsi ne sono stati scacciati con le armi. I rappresentati politici sono completamente controllati dalle bande.

Molti degli abitanti sono pescatori; ma molti di più hanno formidabili imbarcazioni potentissime con cui portano in poche ore la coca alle isole dei Caraibi, da dove prosegue verso Stati Uniti ed Europa. Una bella percentuale dei giovani dei villaggi della costa sono sparpagliati nelle poco accoglienti prigioni della corona delle isole caraibiche. Partono per qualche ora ed i parenti vengono a sapere che sono stati arrestati mesi dopo.

In un contesto tale le armi abbondano e la vita costa poca. Anche aggirarsi per le strade di Carupano. Rio Caribe, San Juan e gli altri villaggi è sconsigliabile; sulla spiaggia è bene andarci in costume e ciabatte e nient’altro. In una settimana ho visto due rapine, una con spari.

Mi ero innamorato di quel posto; avevo trovato un hotel da affittare a San Juan, a picco sulla spiaggia. Un luogo dove dimenticarsi che il mondo esiste.

Fortunatamente non trovammo l’accordo…..