Fasulla Firenze

In quel parco tematico del  Rinascimento che è diventata Firenze per la gioia dei suoi bottegai e per il dolore degli altri abitanti, fra le molte aberrazioni, ve ne è una particolarmente sgradevole.

Un numero importante di esercenti che si dedicano a fornire pessimo cibo ad alti prezzi ai poveri turisti, considerati solo dei pennuti e quindi immediatamente spennati, ha pensato bene di camuffarsi da botteghe tradizionali.

Incominciò una di quelle famiglie nobili che hanno rinverdito gli allori grazie alle viti e di lì è stato un dilagare senza freni, senza fantasia, senza intelligenza.

Per prima cosa il nome del locale: “Vecchio” o “Antico” è d’obbligo. poi “Fattoria”, “Bottega”, “Vinaio”, “Vendita”, “Corte”. Poi gli sporti, l’entrata: sempre di legno naturale, di foggia primi ‘900, un pò ridondante e fasulli come una moneta da tre euro.

Pavimento in finto cotto, arredi da bottega tradizionale: tavolini di marmo, banconi di legno, sedie impagliate. Ma soprattutto l’immancabile e troneggiante affettatrice degli anni ’50, rossa e cromata, o le bilance, della stessa foggia. Tutto fittizio, fintamente alla buona, come casuale; l’impressione generale è leziosa, fasulla, stucchevole, appiccicosa.

La strategia commerciale di questi bottegai è chiara: hanno sentito dire che non bisogna vendere cose, ma trasmettere la cultura che vi è dietro. Questa è la favola che ha permesso il miracolo turistico toscano.

Anche la macelleria Falorni, a Greve in Chianti, una volta eccellente, è diventata commercialissima.

In realtà è una enorme panzana che stravolge totalmente la “vera cultura toscana” trasformandola nella “visione che gli stranieri hanno della cultura toscana”.  Hanno trasformato una regione in un esperimento di marketing. E questi ignorantissimi bottegai hanno applicato la ricetta, probabilmente senza nemmeno capirla. Fanno finta di essere qualcosa che loro nemmeno sanno cosa è. Come possono riesumare il passato se non lo conoscono, non lo capiscono e soprattutto hanno come unico interesse guadagnare indebitamente un euro in più sul loro vile panino?

 

Perchè il cibo è dozzinale: affettati industrialissimi, focacce che di toscano non hanno niente, magari anche la pizza o i tramezzini, finti cantucci di Prato. Vini al bicchiere, spesso senza vedere l’etichetta. Prezzi sconsiderati. E i turisti abboccano, come fanno al Mercato di San Lorenzo.  E molti vanno in questi finti alimentari sperando di spender meno che nella miriade di altrettanto falsi ristoranti che imperversano nel centro storico.

Questa moda del finto vecchio è durata una ventina d’anni, ora sta finendo e ci si butta verso il minimalista (i bottegai sono perennemente in ritardo sulle tendenze, troppo distratti a contare i soldi), così si risparmia anche sugli arredi.

 

Portogallo

Il baccalà impera in Portogallo, anche nel tost.

Paese affascinante il Portogallo e il mondo delle sue antiche colonie, lo scruto da anni, non me ne stanco.

In questo post cerco di descrivere, senza riuscirci, la particolarissima atmosfera di Lisbona, anche con delle foto. Poi c’e’ l’architettura tradizionale, lo strano mondo della ristorazione, anche con prodotti innovatori, o i suoi brutti bar.

La bella isola di Madeira, le Azzorre, un pò deludenti, ma piene di curiosità come Flores o di grandi paesaggi e di difficile storia come Corvo, forse l’unica isola che valga veramente la pena di un viaggio, anche se scomodo.

E la storia portoghese si ritrova a Sao Tomè e Principe e fu una storia triste, anche quella.

Ma anche a Capo Verde, nelle isole di Brava e di Fogo, dove non mancano soprusi moderni e viaggi difficili.

Ed infine, il retaggio più vecchio ed ormai culturalmente più distante: il Brasile, il Rio delle Amazzoni, la coloniale città della Vecchia Goias.

Le casine portoghesi

Ho parlato molto del Portogallo, così ricco di sottile, impalpabile e malinconico fascino. Mi sono lasciato come ultimo tema quello che più mi intenerisce: le casine.

I portoghesi, sia in patria, sia nelle loro numerose e sparpagliate colonie, hanno fatto e continuano a fare delle casine che ti fanno star bene. Usano toni pastello ben in armonia con le parti in bianco. Le dimensioni sono ridotte, gli elementi ornamentali frequenti, aggraziati, ma sobri, senza sconfinare nel lezioso o nel barocco. Le finestre fantasiose, invitanti. Le case, i palazzetti, gli edifici pubblici sono quasi sempre curati, ridipinti di fresco, tenuti in perfetta pulizia. Facciate nette, nitide, pulcre che fanno pendant con la chiarezza del cielo che sfuma verso l’Atlantico.

Son case che ti chiamano per essere abitate in letizia; crederesti che in loro niente di male può avvenire. Passeggi nelle vie dei borghi e ti senti protetto dalla serenità che gli edifici emanano copiosamente.

A volte fa venire in mente il Rinascimento italiano e la sua tranquilla consapevolezza dell’armonia. Ma mentre il Rinascimento è imponente, a tratti severo, rigido nel ritmo e nelle proporzioni, portatore di messaggi pubblici e politici; l’architettura portoghese è accomodante, familiare, alla mano, ti bisbiglia. Ti permette variazioni, distrazioni, improvvisazioni.

Quando arrivo in ambiente portoghese mi vien da sorridere, di sedermi ad un bar e farmi una birretta. Come se fossi tornato a casa dopo un periglioso viaggio. Lo dicevo anche nel primo post di questo blog, mi ripeto; passerei la mia vita a parlare di questo tema. Sensazioni dolcissime, un pò zuccherose, forse, ma gradevolissime.

Ma quel che è più straordinario è l’enorme divario che c’e’ fra le casine dei portoghesi ed i portoghesi stessi. Che sono persone portate facilmente alla polemica, al conflitto, a contatti rigidi e difficili. Spesso vanno sul tristino, sul depressuccio. Possono essere gentili, calmi ed alla mano, ma non mi sentirei di definirli sereni ed allegri. Mostrano, anzi, a volte, segni di aggressività ed insofferenza. Il litigio stizzoso è frequente.

In tempi recenti ebbero una delle Polizie politiche più terribili della storia e nelle colonie, che volevano diventare indipendenti, commisero delitti innominabili. Dietro alcune di quelle facciate così carine, in quegli edifici così gai, si torturava, si uccideva, si organizzavano terribili massacri.

Ed è questo l’elemento che mi affascina: la contraddizione fra la clarità delle abitazioni e l’oscurità degli animi; fra il fuori ed il dentro.  Come se si cercasse nell’architettura quella serenità che la Storia ha negato a questo popolo.

 

Un angolo molto denso

La ricostruzione dell’interno di una casa di Catal Huyuk. (Foto di Stipich Bela, via Wikicommons)

Non è il momento di andare a visitare la Turchia ed il suo bel popolo. Non bisogna dare appoggio internazionale al dittatore Erdogan ed al suo fascismo. Dobbiamo aspettare che i turchi se ne sbarazzino.

Quando lo faranno potremmo tornare a visitare un luogo non molto turistico (come lo sono l’insopportabile Cappadocia o la frustra costiera egea); parlo di Konya e di Catal Huyuk.

La seconda è uno dei luoghi centrali del mondo; è là che, un giorno, si decisero le sorti della civiltà umana. La nostra è ormai una civiltà urbana, nel 2014 i cittadini superarono per la prima volta nella storia i rurali, che a partire dal 2020 diminuiranno anche in numeri assoluti.

Ebbene, la prima città del mondo finora conosciuta fu costruita a Catal Huyuk poco meno di 10.000 anni fa. Fu lì che l’umanità decise che forse era meglio stare tutti insieme. Gli venne in mente di fare le case una accanto all’altra e non pensarono di fare le strade o i vicoli. Essenzialissimi, anche le porte e le finestre parvero loro superflue. Dovevano avere dei nemici, ma non persero tempo a costruire delle muraglie intorno alla loro città. Le loro case erano ad una sola stanza, affiancata da una sorta di ripostiglio dove conservare le granaglie che già si coltivavano. Su un lato della stanza un forno/focolare per la cottura del cibo. Al di spra un largo foro nel soffitto che lasciasse passare il fumo e che era anche l’unico accesso alla casa. Si entrava e si usciva di casa passando dal tetto che doveva essere piatto e contiguo con quello di tutte le altre case che pure potevano essere di diverse altezze. Un enorme tetto di volumi irregolarmente disposti e cosparso di buchi dai quali si entrava nelle case.

Statuetta da Catal Huyuk, (foto di Roweromaniak, via Wikicommons)

Per uscire dalla città si doveva percorrere il tetto fino ad un suo bordo e quindi scendere con delle scale rimovibili al livello del suolo. Senza scale gli attaccanti si sarebbero trovati di fronte ad un unico muro senza interruzioni, mentre dal tetto i difensori li potevan far bersaglio di tutto quel che avevano sotto mano. Ma anche se gli assalitori fossero riusciti a salire sul tetto sarebbe stato ben difficile per loro scendere nelle case, fra il fumo del focolare, il buio della stanza, senza la scala che era stata tolta e con il padron di casa che li poteva infilzare da sotto con un bastone appuntito.

E doveva anche essere una città democratica, perchè le case sembrano essere più o meno simili, senza edifici speciali a scopo civile o religioso. In molte case simboli religiosi come teste di toro in argille sporgenti dalle pareti o disegni sulle stesse. Uno di questi potrebbe rappresentare il disegno della città con un vulcano in eruzione sullo sfondo e si tratterebbe della prima mappa e della prima rappresentazione di un fenomeno catastrofico della storia (ma nuove teorie negano questa spiegazione).

Meraviglioso tutto ciò, non è vero? Il posto merita moltissimo una visita, gli scavi sono molto spesso in corso, vi sono delle spiegazioni e delle ricostruzioni.

I dervisci roteanti, (foto di Claude Valette via Wikimedia Commons)

A 60 chilometri vi è la città di Konya, austera e molto religiosa, dove il monaco Mevlana ha fondato la confraternita dei Dervisci roteanti, branca del sufismo, movimento mistico islamico. Mevlana vi è sepolto e si può osservare i gesti di profonda venerazione che molti tributano alla sua tomba. La danza dei dervisci è un esercizio spirituale, pari alla meditazione buddista. Va presa con molto rispetto. Dei gruppi danzano ad uso dei turisti. Questa è tutt’altra cosa nell’essenza, anche se nella forma può essere simile. Il composito movimento del sufismo è probabilmente il settore più interessante da un lunto di vista culturale dell’Islam.

Ecco, passare qualche giorno a Konya, visitare la tomba di Mevlana, parlare con la gente di sufismo e cercare di vedere i dervisci roteanti è una interessante esperienza.

Le due mete richiedono una certa preparazione preventiva da parte del turista. Non è come andare a Rimini.

Il sottile richiamo del Portogallo

Il castello di Alandroal.

Sono anni ed anni che giro intorno al Portogallo senza afferrarlo. Mi incanta, mi chiama, ma riesce a sgusciarmi via come vuole. L’ho preso da tutte le parti: dall’interno, dalle isole lontane, dalla capitale, dalle vecchie colonie. Niente. Capto elementi, ma il complesso continua a sfuggirmi.

Il primo elemento che mi prese fu la vastità del cielo che andava verso l’Atlantico e il colore della luce: nitido, chiaro, vivido. Una luce lucida.

Il secondo elemento che mi stupì fu la lingua. Neolatina, facile da leggere, ma artigliata dalle bocche dei portoghesi e trasformata in una successione di suoni cacofonici. Un popolo intero sembra impegnato a distorcere quelle povere parole riducendole ad una serie di sibili e scoppiettii sorprendenti. La lotta a certe vocali è senza quartiere, la “e” è ormai in via di estinzione.

Evora

Il terzo elemento che mi sconcertò fu il carattere del popolo portoghese. Forse sbagliato generalizzare, ma vi è un fondo di gentilezza e ben disposizione nei confronti dell’altro che si mescola con un istinto polemico, irascibile, conflittivo, permaloso che trasforma qualsiasi malinteso o disaccordo in guerra sanguinosa. Quindi i rapporti o son buoni buoni o son cattivi cattivi. Difficile orientarsi.

Il quarto elemento che mi attrasse fu la malinconia che pervade i luoghi e la gente. Forse determinata dal colore della luce, forse da quella lingua sgraziata, forse dal frequente vento, forse dai difficili rapporti fra le persone, forse dall’esser finiti ai margini dell’Europa, forse dall’esser poveri di beni, ma ricchi di storia. Il Portogallo provoca in me ed in molti uno struggimento dell’animo, una tristezza calda, un desiderio di desiderare, un voler piangere sommessamente in un angolo. Questo sentimento profondo, comune, permanente è chiamato saudade; pervade l’aria ed intenerisce il cuore. Viaggio dopo viaggio tale sensazione finisce per sovrapporsi all’idea stessa di Portogallo e a farsi tutt’uno con quel paese. Portogallo e saudade finiscono per essere la stessa cosa; un paese che è un sentimento e viceversa! Meraviglioso, no?

Vila Nova de Milfontes.

Il quinto elemento che mi sbalordì fu la bruttezza dei portoghesi. Tracagnotti, ordinari e pelosi gli uomini; insignificanti, sgraziate e slavatucce le donne. Trascurati ed informi nel vestire; popolani nei modi. Come se fosse un popolo uscito or ora dalla preistoria, relegato all’estremo dell’Europa come si faceva con i servi nelle soffitte. (Tristezza su tristezza, ovviamente). Alcuni decenni sono passati dalle mie prime osservazioni e ciò non è più del tutto vero: grazie al maggior benessere, ad Erasmus, alla democrazia le giovani generazione sono diventate molto più belle ed affabili.

Il sesto elemento che mi interessò fu le connessioni di questo popolo con le colonie africane. Nessun’altra potenza ha mandato così tanti cittadini a colonizzare posti così lontani ed erano soprattutto contadini poverissimi, spesso delle Azzorre. Si ritrovarono a possedere grande estensioni di terreno con dentro le popolazioni africane schiavizzate. Dopo pochi giorni dall’arrivo, i coloni si mescolavano agli africani, mangiavano insieme i loro cibi, fecero una montagna di figli con quelle donne. I vicini congolesi che sono sempre stati dei fini filosofi dicevano: “Ci sono i bianchi, ci sono i neri e ci sono i portoghesi”. Grande integrazione che non evitò immani crudeltà ed una durissima repressione al momento delle lotte di liberazione. Ma si formò una innovativa società meticcia che è peculiarità della colonizzazione portoghese e che si è in parte trasferita in Portogallo apportando colore e vitalità (e bellezza).

Pascoli e sughere a Freixo do Meio.

Il settimo elemento che mi sta commuovendo in questi ultimi anni è il mondo rurale. Paese collinare ed abbastanza arido, ma ricco di boschi e di enormi pascoli ombreggiati  da sughere, l’interno del paese è poco abitato, le strade son vuote, le distanze fra i centri abitati son grandi. Molte le case vuote nei paesi, a causa dell’emigrazione ininterrotta da molti decenni. Eppure sono quasi tutte ben conservate, con la cura, almeno esterna, che gli emigrati usano nel mantenere vivo il ricordo di una vita passata e che torna solo per qualche settimana d’estate.  Ma son borghi lindi, dai colori bianchi e pastello, sobri, delicati. Infondono calma, racchiudono intimità, sembra che niente di male possa succedervi. Nella piazza non manca mai una pasticceria con quei dolci di tradizione conventuale dai quali il colesterolo vi assalta a mano armata. Negozietti come da noi negli anni ’60. Ristoranti dove si mangia a dismisura piatti mal preparati, ma a vilissimo prezzo. Sedie rosse della birra Sagres in piazza dove ci si siede a bere piccoli bicchieri di quella birra alla spina. Pochi i passanti, calma, dolce noia, sensazione di sicurezza, qualche chiacchera. La calma vi pervade, benessere.

Elementi di un innamoramento.

 

Lo strano mondo delle rievocazioni storiche

Non c’e’ gitante che non sia incappato, per volontà o per caso, in una rievocazione storica in uno di quei mille borghi morenti che cercano nel turismo un motivo per non decedere definitivamente. Ma come funziona quel mondo?

Lo si scopre visitando l’annuale fiera del settore: Armi e Bagagli che si tiene a Piacenza a fine inverno e parlando con i numerosissimi partecipanti. Quel mondo è in crisi! Il fatto non ci stupisce, cosa non lo è?

Nasce una trentina di anni fa, nelle atmosfere un pò asfittiche dei paesi dove dei giovani ammazzano il tempo ricostruendo il passato dei loro luoghi, sull’esempio inarrivabile di Siena e del suo Palio. Ci si specializza soprattutto in quel vasto e multiforme periodo che sta fra il Medioevo e Rinascimento, sorta di mare magnum in cui ci sta di tutto. A nord battono più sui Celti, nel Lazio sui Romani, quasi nessuno sugli Etruschi o gli Italici, nessuno sui protostorici. Generalmente il livello culturale dei gruppi è abbastanza basso, molto amatoriale, con quel sapore di approssimazione paesana, ma si spera che crescano con il tempo.

E il tempo passa, si studia, le capacità migliorano, si imparano cose, l’attrezzatura si amplia e si raffina, si definiscono ruoli e performance delle compagnie di rievocazione. Si formano associazioni italiane ed europee, si organizzano convegni e manifestazioni continentali. Si delineano gruppi che fanno sfilate, simulano combattimenti, tirano con l’arco, rievocano matrimoni e visite reali, allestiscono botteghe artigiane, esibiscono falconi cacciatori; il tutto durante le fiere paesane o le manifestazioni di rievocazione. Le compagnie si esibiscono alcune volte l’anno, certamente nelle festività del loro paese, ma sono anche invitati da altri Comuni, in altre manifestazioni, a far colore.

Non è più il Rinascimento di una volta….

Nasce quindi una competizione fra le varie compagnie per ottenere più contratti; si corre quindi a farsi o a comprare le armi più verosimili e gli abiti più belli; ci si sforza di mettere in mostra abili  artigiani ed attività attraenti. Si va alla fiera di Piacenza per comprare attrezzature: vanno forte le armi, prodotte soprattutto in Slovacchia e Polonia. Si abbandona poco a poco il Medioevo dove erano un pò straccioni per concentrarsi sull’immaginifico Rinascimento. Per fare colpo sul pubblico si tralascia la verosimiglianza, per non dire la filologia, puntando quasi esclusivamente all’immagine.

Dietro a tutto ciò ci sono, ovviamente, le Amministrazioni Comunali che finanziano le feste e le compagnie di rievocazione che vi partecipano. Quello del rievocatore passa da essere una passione un pò sguaiata di ragazzi brufolosi ad una specie di lavoro di adulti che vivono la crisi occupazionale italiana. Riescono ad inventarsi una qualche entrata economica.

Ma le finanze dei Comuni vanno in crisi e pagano meno e meno spesso, le compagnie, nel frattempo, si sono moltiplicate, l’età e i bisogni economici dei componenti aumentano, gli investimenti necessari a mantenere la competitività della compagnia devono crescere, le motivazioni di passione ed economiche dei rievocatori zoppicano. Il pubblico segue sempre con passione, ma ha bisogno di novità.

La crisi dilaga.

La vittima di tutto ciò è la coltura. Quella che poteva essere una strada divertente per studiare e trasmettere il passato del proprio paese si è trasformata in una immane pagliacciata senza alcun contenuto storico, identitario, culturale, sostenibile. Invece di studiare il passato, le compagnie cercano di racimolare due soldi per comprare improbabili oggetti che li mantengano sul mercato. La mercificazione della Storia; un accumulo di colori sgargianti che si mescolano in un grigio informe. Ancora una volta la perfida macchina acchiappa consenso delle Amministrazioni Comunali ha ucciso la creatura che stava nascendo. Ormai impossibile fare ragionamenti di qualità e di fedeltà filologica ai fatti rievocati. Tutto è piegato alla logica commerciale e turistica.

Una nuova via viene indicata da Guedelon e da Poggibonsi. Nel primo luogo si ricostruisce in scala reale un castello medievale con sistemi che si vorrebbero quelli originali (sicurezza esclusa, ovviamente); la cosa regge grazie a finanziamenti pubblici e poi ad un grande afflusso di folla che paga un biglietto. L’iniziativa va avanti da moltissimi anni ed il castello si avvia al completamento. Gli organizzatori dicono di aver fornito importanti informazioni agli storici sulle tecniche di costruzione che hanno dovuto riscoprire. Vi sono alcune cadute di stile e molto orgoglio nazionalistico francese.  A Poggibonsi, invece, un gruppo di giovani medievalisti guidati da un professore universitario hanno ricostruito l’abitato longobardo scavato lì accanto. La domenica il sito è aperto, accoglie visitatori e scolaresche e gli organizzatori compiono attività dell’epoca nei loro costumi. La correttezza filologica sembra rispettata nei limite del possibile e l’iniziativa ha un grande successo.

Ora bisogna aspettare che si saldi lo spirito di Poggibonsi con i resti dell’armata disfatta dei rievocatori da parata.

 

Le eccellenti abitudini dei ristoratori portoghesi

O cozido, caposaldo della cucina portoghese, affastellamento di carni e verdure.

I ristoranti tradizionali in Portogallo  sono arrivati a ricevere i loro clienti in un modo praticamente perfetto nella sua essenzialità. Un viaggio per comprendere come fanno sarebbe molto istruttivo per i nostri ristoratori fru-fru.

E’ tutto un mondo a parte, assai diverso da quello della ristorazione italiana o europea classica.

Per cominciare i ristoranti tradizionali portoghesi sono numerosissimi; se ne trovano ovunque, in quantità, anche nei posti più sperduti e lontani da ogni flusso turistico. Poi sono anche bar; riescono quindi ad essere sempre aperti offrendo i due servizi. E sono molto frequentati dagli abitanti della zona per il caffè, la birretta, il vino regolarmente in cartone.

La gestione è della famiglia: babbo al banco e a servire, mamma in cucina, figli, nipoti, vicini di casa. Soprattutto non vi sono quei giovani camerieri/e belli, inutili, incapaci ed arroganti che inquinano la ristorazione italiana.  Camerieri vecchi ed anche malandati, ma di grande capacità e professionalità.

I locali sono tutti uguali e tutti brutti. Molto alluminio anodizzato, luci al neon, vetrine ed espositori come da noi furoreggiavano negli anni ’60, massimo ’70. Generalmente stiamo sullo squalliduccio, sul vecchio un pò deprimente, la necessità di un rinnovamento balza agli occhi; non son certo locali accoglienti. Ciò sembrerebbe un punto negativo, ma riflettiamo meglio: nella grande maggioranza dei casi si va in un ristorante per mangiare qualcosa che ci piaccia: il quadro in cui mangiamo è secondario. Se vogliamo invitare a cena una donna o delle persone che ci sono importanti, andremo comunque in un ristorante di lusso, non tradizionale. Quindi che ce ne facciamo della ricercatezza nelle trattorie? Perchè poi, a ben vedere, quella ricercatezza fittizia di cui si pavoneggiano molti ristoranti italiani è spesso ripetitiva, stucchevole, provinciale.

La mobilia dei ristoranti portoghesi è così essenziale e standardizzata che i costi per comprarla devono essere molto bassi. Ed anche quelli saranno sborsati solo una volta ogni alcuni decenni.

Ma l’aspetto assolutamente straordinario della ristorazione tradizionale portoghese è la dimensione dei piatti. Quantità mai viste al mondo. In certi luoghi, ancor più tradizionali della media, nel menu ci saranno due prezzi per ogni piatto: uno per la porzione ed uno per la mezza porzione, di poco superiore alla metà del precedente. Ecco, la loro mezza porzione è equivalente ad una nostra bella porzione; la loro porzione intera sfama una famiglia, canino compreso.

I camerieri ti mettono in guardia; se ordini un primo ed un secondo ti indirizzano verso le mezze prozioni perchè nessuno è mai riuscito a mangiarne due intere. Al che io chiedo regolarmente il perchè di tanta quantità se nessuna la mangia. E mi rispondono che ci sono persone che prendono un solo piatto e con quello è giusto che riescano a sfamarsi. Il mio applauso alla faccia delle porzioncine rachitiche che ti rifilano molti degli imbelli ristoratori italiani.

Ma a costi come si va? Bassi, bassi, bassi. Un primo sta spesso sotto i 3 euro ed un secondo di carne può non arrivare ai 6 euro. Con quelle quantità, è incredibile. Il vino della casa sta sui 5 euro al litro. E’ vero che i costi in Portogallo sono abbastanza più bassi che in Italia, ma  come fanno?  Semplicemente perchè la gestione è familiare, i costi non strettamente legati al cibo sono soppressi e i clienti sono molti.

Quei ristoranti sono sempre affollati di belle tavolate che mangiano e bevono come se non esistessè nè un domani, nè il colesterolo. Si mangia molto e si spende poco; meglio andare al ristorante che mangiare in casa. Ecco il segreto dei bravi ristoratori tradizionali portoghesi.

Resta l’ultima domanda: ma come si mangia in quei ristoranti?

Ebbene, si mangia male, perchè la cucina tradizionale portoghese sembra che sia stata concepita dall’uomo di Neanderthal in un giorno di cattivo umore: senza il minimo garbo. Ma non si può avere tutto!