Il Trentino ha perduto l’anima

Tipica casa trentina degli inizi del ‘900…..

Non vi sono solo gli scempi sulla natura creati dall’insostenibile industria dello sci; il Trentino, specialmente quello di montagna, sta perdendo l’anima in molti sensi.

….tipica casa attuale del Trentino montano nello stucchevole stile tirolese, che piace tanto ai turisti.

Forse le radici di questo male sono antiche, in quell’essere terra di confine verso le tedesche genti, barbari prima, esempi di efficenza poi. Miscela di popoli diversi, mal amalgamati, dilaniati dalla I guerra mondiale, sovraccariche di muti ed antichi rancori che le politiche recenti non riescono ad assopire. Deve contare anche il senso di isolamento, là fra le montagne, lontani dal libero circolare di persone ed idee; il leggero disprezzo con cui son guardati i montanari da coloro che non lo sono. Influisce certo anche la presenza soffocante di una Chiesa bigotta e pervasiva.  Vi sono poi i deleteri effetti collaterali della pioggia di sovvenzioni statali che arrivano grazie allo Statuto Speciale che fa ricca quella Provincia a spese del resto d’Italia.

Si rende giusto onore ai trentini caduti con la divisa austriaca nella I guerra mondiale, ma non sfuggirà il tono polemico della lapide.

Sta di fatto che il Trentino montano ha volto gli occhi a nord, si è riscoperto Austroungarico, tedescofilo ed anche Cimbro. Tutto ciò è puramente immaginario dal momento che il Trentino di quel mondo tedesco non ha mai fatto parte integrante, semmai era terra di confine dei cui abitanti diffidare, a causa dei loro costumi, della loro lingua, della loro vicinanza con gli italiani. Dei terroni, insomma, come i Trentini amano definire la metà degli italiani.

Molti Trentini disprezzano gli italiani dai quali sono lautamente mantenuti e vorrebbero essere tedeschi che, a loro volta, li considerano un po’ barbari. Contraddizioni tremende.

Bisogna dire che il turismo ha molta responsabilità in questo fenomeno; il turistame pecorone associa le montagne con le cartoline austriache o dell’Alto Adige e ci resta male se non trova gli stessi stereotipi anche in Trentino.

Felicissimi quindi i Trentini di camuffarsi  da tedeschi; loro lo vogliono, i turisti lo vogliono, perfetta corrispondenza!!

Ma non si diventa tedeschi solo volendolo, al massimo ci si camuffa. Ecco quindi che l’austera ed anche un pò triste tipica architettura trentina si trasforma nella leziosa e stucchevole scenografia tirolese; e le cameriere si adornano con i costumi tipici altrettanto tirolesi; e si organizzano raduni e cerimonie intorno ai famigerati Schutzen che richiamano le loro origini alle milizie territoriali Austro-Ungariche, la loro fratellanza con i terroristi altoatesini, la vicinanza al nazismo ed il disprezzo per l’Italia da cui, comunque, ricevono fondi.

Schutzen trentini che si credono austriaci. (By Daiana Boller via Wikimedia Commons)

E si da grande risalto alla lingua Cimbra che pur essendo un interessantissimo tema di storia delle popolazioni è ormai un fossile antropologico ormai scomparso dalla vita quotidiana. E si rimpiange continuamente l’Austria e si piangono i morti austriaci della I guerra Mondiale e ci si dispiace infinitamente di essere dal lato sbagliato della frontiera. Pur essendo quasi tutti di evidente lingua, cultura, tradizioni e discendenza italiane.

Così, un luogo di pace e di benessere è stato trasformato in un concentrato di contraddizioni, falsità storiche e culturali, tensioni, rancori, meschina difesa di una identità che non è la propria. Da evitare.

Insostenibile Trentino

Dosso della Martinella, 1640 mslm. Strade, tunnel di plastica, arrivo della seggiovia, cannoni sparaneve, una ruspa, piste. E’ montagna questa?

In pochi luoghi si trova un concentrato di contraddizioni, di sfacciata ipocrisia e di totale cinismo come in Trentino.

Le pendici delle montagne sono deturpate dalle piste, il fondo valle è un enorme parcheggio con brutte costruzioni turistiche. E si costruisce ancora ed ancora. (Il parcheggio è lasciato serrato perchè sia più facile pulirlo con gli spazzaneve)

Si diffonde l’immagine di una regione pulita, ben amministrata, rispettosa dell’ambiente, produttrice di mele sane, paradiso del turista, accogliente, onesta, lontana dalle ruberie dello Stato italiano. Meno prossima all’Italia che all’Austria, di cui si vuole scimmiottare l’architettura, i costumi, gli ornamenti.

Cannoni sparaneve mobili, pronti ad essere messi sulle piste.

La realtà è ben diversa. Negli ultimi anni il livello di razzismo nei confronti dei meridionali e dei nuovi immigrati è cresciuto fino ad ammorbare l’aria. E’ difficile parlare con un trentino senza che nella conversazioni entrino (da parte loro) commenti acidi sugli “altri”. Il risultato poi si vede: i pur numerosi immigrati recenti scivolano lungo i muri cercando non certo di integrarsi, ma di invisibilizzarsi. Quella che vuole essere la culla del Cattolicesimo sociale, a partire da Rosmini è in realtà un covo di bieca intolleranza. Sono arrivati ad incendiare gli edifici destinati all’accoglienza dei profughi.

I cannoni sparaneve hanno bisogno di acqua e di elettricità, i loro consumi energetici sono enormi. Quindi i boschi sono percorsi da una rete di condotti, fra gli alberi, peggio che in città.

Si dice che la Provincia di Trento è ben amministrata e che tutto funziona. Come potrebbe essere altrimenti, se lo Stato vi spende, per ogni cittadino, il doppio di quanto spende per ogni Lombardo? L’infernale meccanismo dello Statuto Speciale fa sì che che l’insieme degli italiani mantengano nel lusso i trentini con una pletora di dipendenti pubblici, enormi ed inutili investimenti nelle opere pubbliche, welfare affettuoso. E i Trentini, invece di ringraziare gli Italiani che si svenano per loro, li disprezzano e guardano scodinzolando all’Austria, come fosse la loro patria.

Ma il peggio lo abbiamo sull’ambiente. Questo non è rispettato, è invece piegato con assoluto cinismo alla nefasta economia del turismo invernale. Si compiono infiniti spregi a quelle montagne che vengono idilliacamente descritte nelle pubblicità e che, invece, subiscono, anno dopo anno, disboscamenti, rimodellazioni di pendici, costruzione di laghetti sulle cime per l’innevamento artificiale, spianamenti per i parcheggi, costruzioni per alberghi, impianti di risalita, locali per i turisti. E’ un attività che non ha mai fine: ogni anno si aumenta, si ingrandisce, si perfeziona, si addomestica la montagna rendendola alla portata del più fatuo dei turisti che intende pavoneggiarsi sulle piste.

I cannoni consumano moltissima acqua. vengono quindi costruiti dei laghetti sulle cime delle montagne. Qui ad oltre 1600 mslm. Assolutamente innaturali, montagne cementificate.

Piste che ricevono sempre meno neve vera e sempre più neve artificiale al costo di 2 euro al metro cubo. Si deturpano le pendici con le piste, gli impianti, i fittissimi cannoni. Costi energetici spaventosi. Il paradosso è che mentre si disbosca e si produce anidride carbonica, allo stesso tempo ci si lamenta del fatto che nevica meno. Eccellente esempio di chi sega il ramo su cui è seduto.

Enormi lavori per aumentare di qualche centimetro la sede di una strada su cui non passeranno 100 auto al giorno. Banchina in aggetto.

E quelle migliaia di ettari di boschi falcidiati, le superfici di fragilissimo suolo di montagna asportato per rendere più armonioso il pendio, gli abnormi edifici delle stazioni dei mezzi di risalita, tunnel di plastica per superare pochi metri di dislivello, laghi sulle vette; tutte queste sono opere che nel resto d’Italia sarebbero proibite e definite criminali, ma in Trentino vengono approvate, benedette, finanziate. Eppoi si lamentano del malgoverno italiano.

L’economia della neve è morente: non solo perchè non nevica più, ma anche e soprattutto perchè il modello nato sull’emulazione degli Agnelli che andavano a sciare in elicottero durante la pausa pranzo sta finendo. La gente vuole e fa altro; si rimpiazzano malamente i vuoti lasciati dagli italiani con turisti dell’est europa. Un turismo meno attento alla qualità e più all’alccol ingurgitato, più arrogante e meno sensibile all’anima dei luoghi; appiattito sull’apparire sociale. Quindi poco sostenibile.

Cosa farà il Trentino delle sue montagne deturpate dall’industria dello sci quando nessuno ci andrà più? Si lamenterà ancora dell’Italia? Il Trentino non merita le montagne che ha avuto in sorte e non merita che voi ci andiate.

 

La straordinaria storia della Forra del Lupo a Serrada, Trentino

La valle di Terragnolo, presa d’infilata dalla trincea della Forra del Lupo.

Segue una storia di estremo interesse e di grande successo che segna una via innovativa e rivoluzionaria per il recupero dei beni culturali ed il loro rapporto con il turismo.

Serrada, comune di Folgaria, sopra Rovereto, in Trentino, era sulla linea del fronte della I Guerra Mondiale, dalla parte austriaca. Una lunga trincea, che corre su un costone dal quale avrebbero potuto risalire gli Italiani, era stata costruita nel quadro di un più vasto sistema difensivo dell’Altopiano di Lavarone. Il paesaggio è molto attraente e caratteristico.

Questa trincea, lunga qualche chilometro, sepolta, nascosta dagli alberi, dimenticata, è stata rintracciata, parzialmente riscavata e ripulita, messa in sicurezza, inserita in un sentiero ufficiale, fornita di segnaletica e spiegazioni ed aperta al pubblico. Si è ricostruita l’antica toponomastaica cimbra dei luoghi attraversati. Ha una sua pagina FB, una cartina, un libro che riproduce il diario e le foto di un militare austriaco che vi passò alcuni mesi. E’ stata presentata alla stampa. Una porzione della trincea è particolarmente suggestiva in quanto percorre una profonda spaccatura del massiccio calcareo nel quale è stata scavata (è questo il punto propriamente detto la Forra del Lupo, anche se il nome si è poi allargato a designare tutta la zona).

Un tratto della trincea.

Il successo è stato clamoroso: è diventata la prima attrazione della zona, le visite sono numerosissime: bus e macchine affollano il parcheggio alla partenza del sentiero, commenti entusiasti. Altri luoghi trentini copiano il modello e il ripristino della trincea continua anno dopo anno.

Ma fin qui si tratta semplicemente di un caso fortunato di promozione turistica di una risorsa storica-naturalistica recuperata dall’oblio.

L’aspetto straordinario della vicenda è che tutto questo lavoro è su base esclusivamente volontaria. Lavoro non da poco: sia intellettuale, per la ricerca delle vecchie foto negli archivi austriaci e per il fortunoso ritrovamento del diario dell’austriaco militare; sia per gli aspetti strettamente manuali di spostare metri e metri cubi di terra e roccia, di tagliare gli alberi cresciuti nella trincea, di mettere scalini e protezioni dove necessario ed infine di ripulire tutto quanto ogni anno, in primavera.

L’iniziatore è stato Paolo Spagnolli, un cultore di storia locale che ha riunito intorno all’iniziativa il sempre solerte e fattivo gruppo degli Alpini, altre Associazioni locali di amanti della montagna, cani sciolti, turisti volenterosi. Da non sottovalutare che il paese di Serrada conta ora 118 abitanti; sono quindi intervenute altre persone da Terragnolo, Folgaria, Rovereto.

La vera e propia Forra, una profonda spaccatura nella roccia, parte integrante della trincea.

Le Istituzione pubbliche non sono intervenute se non con modestistissime forniture di materiali. Il lavoro ed i mezzi sono stati assolutamente privati. Ed ancora più notabile è il fatto che non si è creata intorno alla Forra del Lupo una Associazione specifica con responsabili e dinamiche associative, spesso pesanti ed energivore. Sembra che sia stato una sorta di movimento spontaneo, di lunga durata, di convergenza di interesse e di autonoma coordinazione sul fare.

Un meraviglioso esempio di riscoperta e valorizzazione della storia e della cultura locale (ma inserita a pieno titolo nella grande storia europea) operata da persone e gruppi assolutamente di base senza le interferenze (spesso deleterie) e la generosità monetaria (spesso pelosa) delle istituzione pubbliche. Un recupero autonomo ed autodiretto della propria identità.

Ed inoltre, ancora più importante, i visitatori conoscono la storia del recupero della Forra e del ruolo dei volontari; e per questo motivo apprezzano ancor di più la visita e sentono questo luogo proprio, in quanto nato dalla volontà del corpo sociale e non da decisioni degli Uffici. Ciò lo si legge nel libro di visite, posto nel punto più imponente della Forra.

Un modello da diffondere: 10, 100, 1000 Forre del Lupo!!

E le morti stagioni e la presente. Morta, anche lei, a Rovereto

Intimi angoli pastello del centro storico di Rovereto.

“E le morte stagioni, e la presente. E viva, e il suon di lei.” Dice il vecchio Leopardi nella più famosa poesia della letteratura italiana tutta. E mi viene in mente Rovereto, in Trentino.

Le morte stagioni sono quelle che vengono illustrate dai documentari presentati dalla pregevolissima Rassegna del Cinema Archeologico che ogni anno, da 28, si tiene a Rovereto. Per alcuni giorni un’alluvione di documentari da tutto il mondo mostrano il meglio della cinematografia su temi archeologici. E’ fra i primissimi Festival del genere nel mondo e richiama professionisti ed appassionati per 8 ore giornaliere di proiezioni. Si parla dalla più antica preistoria alla prima epoca industriale. Le morte stagioni, appunto.

Poi si esce dalle proiezioni, che hanno luogo nel bellissimo anfiteatro del Museo di Arte Contemporanea di Rovereto e ci immerge, un pò frastoranti, nella “presente stagione, e viva, e nel suon di lei” del centro di Rovereto.

Il fatto è che codesta stagione presente pare, anche lei, poverina, defunta e sepolta.

Il centro storico di Rovereto è delizioso; un misto di influenze austriache e veneziane, ai cui Stati fu alternativamente sottoposta, che non presenta niente di particolarmente monumentale, ma che è omogeneo, raccolto, romanticamente vetusto, ben tenuto, gradevolmente illuminato durante la notte, silenzioso, ricco di angolini remoti, per lo più poco frequentato. Vi si passeggia come fuori dal mondo, dimentichi della presente stagione aspettandoci di incontrare ad ogni angolo il giovane Mozart che qua tenne il suo primo concerto italiano. O il Vescovo Conte in procinto di andare ad eleggere l’Imperatore del Sacro Romano Impero. O Cesare Battisti, preso dalle sue foghe antiaustriache.

Composta festa dello street food nel centro di Rovereto. Tutto molto come si deve.

Il centro storico è un pò più animato nel lato verso il Corso Rosmini, il centro moderno. Vi sono alcuni bar in cui composti gruppi di giovanili Roveretani, compostamente seduti, bevono aperitivi compostamente serviti.

Perchè il problema è proprio questo: Rovereto, cittadina palesemente ricca, borghese, benestante, ampiamente protetta dal welfare diffuso che l’autonomia della Provincia di Trento permette (anche a spese del resto degli italiani), pare che abbia perso di vista la vita. Pochi i passanti e silenziosi; preponderanti le donne, da sole, giovani o giovanili, spesso in bicicletta, curate, eleganti, molto carine ma non appariscenti, che attraversano il centro come ectoplasmi.

L’irrisolta questione dell’identità di questa terra. Indubbiamente italiana, ma con il rimpianto di non essere tedesca.

Negozi dal sapore un pò vecchiotto che propongono merci inessenziali come cappelli vintage, strumenti musicali ottocentesci, ceramiche artigianali un pò kitsch. Un’aria un pò asettica, una luce un pò fredda, rumori un pò diffusi, un’atmosfera un pò distante. Decisa la gente, ma non frettolosa, si affrettano, ma con calma. Anche i numerosi immigrati paiono inamidati, irrigiditi per contatto (a distanza) con la popolazione autoctona. E queste sensazioni si spargono dal centro verso le prossime periferie. Tutto ordinato, ma sembra più per dovere socialmente imposto che per propria e sovrana decisione.

Sensazioni strane, alternanti fra la comodità di tanta riservatezza e il desiderio di quella vita che non appare.  Tanto che mio padre ed alcuni amici suoi volevano mettere del sapone (ai tempi assolutamente non ecologico) nella fontana in fondo al Corso Rosmini che con i suoi zampilli l’avrebbe fatto schiumeggiare fino a sommergere l’intero centro portandovi un soffriggere di fantasia.

Turista in Corea del Nord

By Vladimir Lysenko, Wikicommons

(Dal nostro inviato speciale Emiliano Rovati)

“Mamma, papà, ho prenotato le ferie!! Vado in Corea!!”
“Chissà che bella Seul!!”
“ ehm…veramente vado in Corea del Nord”

Gelo, silenzio, stupore.

Nessuno va in Corea del Nord. Il solo nome evoca isolamento, terrore e desolazione. Eppure…bastano 2 o 3 click, un bonifico internazionale e un volo A/R per Pechino e la Repubblica Democratica Popolare di Corea vi aprirà le sue porte, a modo suo e con le sue regole. Un veloce briefing nell’agenzia inglese con sede a Pechino il giorno prima della partenza, un piccolo prontuario sulle cose da non fare e la mattina seguente un’antica creatura dell’Ing. Tupolev vi porterà ai confini della ( vostra) realtà.

Cosa può riservare un viaggio nella DPRK? Tutto e niente, in realtà.

Visiterete decine di monumenti che ricordano a tutti che i nemici si chiamano Giappone e USA, vedrete negli occhi i marines e i militari sudcoreani dalla parte “sbagliata” , non capirete mai se la guida che vi riprende in ogni istante del viaggio con una telecamera più pesante di voi è lì per spiarvi o semplicemente per scroccarvi i 50 euro del DVD ricordo, se quella signora che avete visto alla casa natale di Kim Il Sung è la stessa che avete visto al Luna Park la sera e che poi era la stessa signora che giurerete di aver visto all’aeroporto il giorno dell’arrivo. Riderete con un brivido sulla schiena nel buio totale della notte alle terme vicine a Namp’o sentendo dagli altoparlanti la voce di Kim Jong Il o indossando il camice bianco mentre vi faranno visitare il “miglior ospedale infantile di tutta l’Asia” e noterete che, tra le attrezzature targate CCCP, troverete di tutto tranne i bambini.

By Martin Cígler, wikicommons

Non crederete alle vostre orecchie quando sentirete da una voce registrata che in Africa centrale il giorno della morte di Kim Il Sung i paesi si sono fermati per la disperazione o strabuzzerete gli occhi vedendo coi vostri occhi che il Grande Leader fu insignito della cittadinanza onorario a Sarzana (SP) e a Magenta (MI). Vi chiederete a distanza d’anni se il vecchio pieno di rughe che piange commosso indicandovi il giorno in cui Kim Il Sung ha inaugurato il ristorante che lui dirige è davvero commosso, come in quel momento vi sembra, o se recita una sceneggiata che vi sembra recitino tutti. Mentre state degustando una splendida grigliata vi chiederete se quel ristorante è davvero aperto solo per voi o se invece la sera allegre famiglie coreane affollano i locali come vi stanno dicendo. Vi resterà la certezza che vi hanno fatto vedere quello che vogliono loro, la voglia matta di poter prendere una macchina , scappare e entrare nel paese profondo come fate ovunque andiate ed evadere dal viaggio organizzato e imposto che avete accettato, pur di vedere da vicino ciò che nessuno ha visto. In 5 giorni vedrete il meglio che questo paese possa offrire ( l’Arirang è una manifestazione unica e stupenda, ad esempio) e vi farete un bel bagno di propaganda anti giapponese e anti yankee.

Wonsan, (By stngiam, Wikicommons)

Vi resteranno gli occhi della gente che vi guarda come voi da bambini avete guardato Dino Zoff sollevare la Coppa del Mondo o le bellissime ragazze che vedete ovunque e l’ultimo ricordo, uscendo in treno, sarà quello di una guardia di frontiera che riderà di quanto siete ingrassati da quando avete fatto la foto del passaporto. E già, ridono anche in Corea!

Gli acquisti a km 0

A  volte anche il Viaggiatore Critico abdica alla sua vocazione e si fa trascinare dalla vacua moda dei cosiddetti “acquisti sul territorio”. Si aggira, quindi, fra campagne e città per comprare a caro prezzo cibi e bevande che potrebbe facilmente trovare intorno casa con molto meno dispendio e pena.

Ma, si sa. Le cose cercate con il lanternino sono enormemente più buone che quelle vilmente barattate con la Coop o la Esselunga in cambio di vile pecunia.

La quarta e ultima (per il momento) genrazione dei Poli distillatori.

Ha quindi battuto la Padania e le Prealti venete rimediando un invidiabile bottino, dispiegato nella foto. Ha portato a casa:

  • Bianco di Custozza sfuso comprato sul territorio. Il prezzo è migliore del vino. Ma porta sulla tavola sentori risorgimentali di cui sentivamo la mancanza.
  • Mele insipide ed eccellenti fichi del contadino, ex-informatico di punta della Regione Veneto, Beniamino da Marostica. Perchè è noto che gli ex-professionisti dotati di buone risorse economiche hanno prodotti migliori e soprattutto miglior accesso al mercato del contadino normale ex- servo delle gleba.
  • Grappe del Poli, noto produttore di nicchia di Bassano del Grappa che riesce a riempire faraoniche cantine popolate da innumerevoli botti con pochi e piccoli distillatori, lascito delle laboriose generazioni precedenti.
  • Formaggi di diversa stagionatura di Asiago. Il produttore è il Caseificio Sociale di Pennar, il prodotto è tradizionale, molto conosciuto, buono. Si spaccia in bottega ricca di legni e robuste commesse di mezz’età, sinonimo di sincerità. E’ venerdi pomeriggio ed i buoni pensionati veneti sono appena arrivati alle loro seconde residenze montane e fanno rfornimento per il loro fine settimana e per la successiva settimana di figli e nipoti, incuranti del colesterolo che tanto ci pensa il Servizio Sanitario Nazionale. Il negozio offre scelta molto diversificata fra tipi di formaggio, durata della stagionatura, ma anche qualità del latte; se provenienti da vacche cibantesi di erbe alpine fiorite o no.  Si riparte con sacchetti carichi.
  • E per non farci mancare il multiculturalismo si acquista direttamente dal lungamente ricercato importatore nigero-lombardo del vino di palma nigeriano, appunto. Ricerca di sapori africani, ma ci si ritrova con un succo della palma stessa, non fermentato. Solita sòla nigeriana.
Si attendo con attenzione e preoccupazione di esser serviti, non abbia a finire il cacio.

Si torna quindi con un bel carico a casa, felici dell’aver acquisato e mediamente soddisfatti degli acquisti effettuati. Ma, si sa, il bello è conoscere i prodotti del territorio, a km 0. Così ci hanno detto.

Firmato: Il Viaggiatore Tonto e Beato.

 

Grandezza e bassezza di Ercolano

La casa detta del tramezzo di legno ad Ercolano.

Ercolano. Da un punto di vista, un assoluto miracolo: lo spessore elevato del fango vulcanico ha permesso la conservazione delle case della città romana fino ad un livello molto alto. Si percorre quindi una vera città, con tutto il suo alzato, molto più che a Pompei. Gli scavi non sono vasti e dispersivi e quindi è facile ed agevole percorrerli. Si apprezza facilmente il vecchio fronte mare della città con la sua fortificazione e gli edifici di rappresentanza esterni. Vi è anche il il tocco commovente dei numerosi scheletri (calchi) dei poverini che cercarono di rifugiarsi nei depositi a mare. Un luogo di eccezionale interesse culturale e turistico.

Dall’altra parte la sfacciataggine delle iene in agguato al turista-preda.

E non solo i ristoranti sulla via che porta dalla stazione della Circumvesuviana all’entrata degli scavi con le fotografie dei piatti, le scritte in 5 lingue, i modi da pastori di turisti dei camerieri. E, soprattutto, dei prezzi doppi rispetti alla media della zona. Ma anche anche i negozi che vendono la bottiglietta d’acqua a 4 volte il prezzo normale, sciacalli nell’anima.

Ma anche, vergognoso, le guide petulanti ed inevitabili che si propongono con cieca insistenza e scarsa professionalità all’interno della biglietteria, come se fossero personale della Sovrintendenza e certo con la connivenza della Direzione degli scavi e della Sicurezza.

In questi magazzini verso la spiaggia molti poveretti trovarono prima rifugio dall’eruzione e poi la morte.

Grave responsabilità della Sovrintendenza anche nel non dotare gli scavi di pannelli didattici, favorendo il mercimonio delle conoscenze sia con le suddette guide che con le audio-guide in noleggio, sempre all’interno degli scavi.

E non taciamo che 11 € di ingresso non sono pochi.

Raggiunti dall’eruzione. Sono calchi, ma comunque impressionanti.

Ed infine, la truffa del famoso MAV, il Museo Archeologico Virtuale, a pochi passi dall’entrata degli scavi. L’idea è eccellente, lo stato attuale assolutamente penoso. Aperto nel 2008 da una Fondazione frutto della collaborazione di Regione, Provincia e Comune di Ercolano doveva mostrare le ricostruzioni virtuali della vita di Ercolano e Pompei. Non un oggetto, solo tecnologia. A quasi 10 anni di distanza ci si ritrova con una tecnologia ormai vetusta e mai rinnovata, con ricostruzioni guaste completamente o parzialmente, con macchine non funzionanti, con il livello di interattività ormai prossimo allo zero. Contenuti poveri, istallazioni decadenti, un film 3D che non è 3D e che è miserrimo. Il personale è maleducato. Il biglietto è di 8 euro, il Museo è in deficit ripianato dalla Regione, il direttore è un ex consigliere provinciale di Napoli, più noto per essere stato il coordinatore della campagna elettorale del PD per le elezioni politiche del 2013, nonchè candidato non eletto.

E tutti questi fatti “stancano” la meraviglia degli scavi…..