Il turista e la corrida

Stupendo animale. Foto di George M. Groutas via Wikicommons

Tema di infinita complessità dove si incrociano e spesso si scontrano argomenti diversissimi. Talmente complesso che la ragione si perde e la polemica degenera regolarmente negli insulti. Questa è la corrida; ancor più complesso il tema quando ad assistervi sono dei turisti, che, per definizione, non capiscono niente della faccenda.

A volte la Spagna, normalmente ritenuto il paese più simile all’Italia (credo a torto), mostra aspetti di difficile comprensione.

Cominciamo col dire che la corrida è certamente uno spettacolo barbaro ed incivile che non ha niente a che vedere con questo secolo. E gli spagnoli mostrano di essere barbari ed incivili; come in quella festa paesana durante la quale buttano una capra viva dal campanile (ora è di panno, ma solo da pochissimi anni).

Ma dobbiamo anche aggiungere che la corrida è lo spettacolo più spettacolo che esista. Lo sviluppo di tutti gli altri spettacoli è abbastanza prevedibile: non si sa quale squadra o auto vincerà, non si sa se quel cantante o attore darà il meglio di se o sarà un cane; è vero. Ma gli spettatori sanno più o meno ciò che gli aspetta. Nella corrida no: l’incontro fra quel toro e quel torero può essere sia una cialtronata inguardabile, sia una sublime danza di morte. Fino a che lo spettacolo non prende luogo, non sarà possibile fare alcuna previsione. E ciò provoca negli spettatori una attesa altissima ed una tensione quasi insopportabile.

Perchè qua, unico caso nel mondo, si parla di morte dell’attore-uomo. E se ciò succede di raro, nessuno può escludere che potrebbe succedere proprio quel pomeriggio. Pochi sanno che le morti sono rarissime, ma che gli incidenti sono frequenti. Poche corride finiscono senza che uno dei partecipanti non ne esca danneggiato.

E comunque muore l’attore-toro: una bestia enorme, bella, possente, intorno ai 600 kg di peso. La cosa è seria; non si tratta delle vili lotte dei galli o dei cani.

Le corride sono un enorme macchina economica: 15.000 eventi, 10.000 lavoratori, 70.000 tori, 3,5 miliardi di euro; ogni anno. In questo mare magnum ogni pratica sordida, scorretta e contraria all’etica viene praticata. Ma gli spettacoli taurini vanno avanti, nel Mediterraneo, da almeno tre millenni, come si vede nei dipinti di Creta.

Ma il centro della corrida non è la morte. Quel che il pubblico vuol vedere è l’incontro fra un uomo rude ed una bestia feroce che si uniscono in una danza; fatti una sola cosa, durante 10 minuti. La magia di quello spettacolo sta tutto lì. Quando riesce è sublime. Riesce molto di rado. La ragione e la forza che si amalgamano con grazia e temperanza.

Gli spagnoli si stanno accapigliando da decenni sulla liceità o meno di continuare ad uccidere i tori in quel modo. E’ diventata anche una questione politica: in Catalogna e alla Canarie le corride sono proibite. Si affrontano con violenza animalisti che difendono il toro dalla tortura e appassionati che difendono il valore antropologico e sociale di una tradizione antichissima. Non si metteranno mai d’accordo, lasciamoli fare.

Concentriamoci sul turista: deve andare o no alla corrida?

Resterà certamente intristito dalla crudele sorte dei poveri animali (6 per ogni corrida); farà il tifo per loro. Se è alla prima corrida non capirà la successione delle tre fasi nelle quali è suddivisa e non riconoscerà i tre toreri dal resto delle squadre. Non capirà il significato degli squilli di tromba, della eventuale musica, del vociferare del pubblico, dello sbandierare i fazzoletti dei diversi colori. Tremerà al momento in cui il pugnale darà il colpo di grazia tagliando il midollo spinale nel collo dell’animale. Prima si sarà commosso alla vista dei fiotti di sangue che escono dalla nera pelliccia. Non avrà capito il perchè dei passi e dei gesti del torero. Avrà comunque assistito ad uno spettacolo di grande antichità e pregnanza culturale e se non sarà del tutto ottuso avrà colto con rispetto questo lato dello vicenda alla quale ha assistito.

Ma se ha avuto la rara fortuna di assistere ad una buona corrida sarà stato rapito dal duetto che i due attori hanno inscenato per lui. Perchè quella magia la si sente, non c’e’ bisogno di capirla.

Ma è probabile che non abbia avuto quella rara sorte e quindi sarà solo colpito dalla barbarie di quel gioco. Quindi direi che è meglio che non ci vada e che ci risparmi i suoi commenti saputi da turista ignaro di tutto. Potrebbe, invece, leggere questo libro e solo successivamente esaminare la possibilità di entrare in una plaza de toros.

Paleolitico. La straordinaria occasione perduta da Isernia.

Il capannone che contiene la zona di scavo e conservazione.

Ai margini della città di Isernia esiste una testimonianza del paleolitico di enorme importanza: è il più rilevante sito del Paleolitico antico italiano ed uno fra i principali europei.

E’ antichissimo: gli era stata una datazione vicina ai 700.000 anni, recentemente rivista a circa 580.000. Comunque tantissima roba. In quel luogo, a quei tempi, piccoli gruppi di uomini macellavano il frutto delle loro cacce e ne portavano via i migliori pezzi di carne. Rompevano le ossa e ne mangiavano il midollo. Caccia grossa: bisonti, elefanti, ippopotami, orsi (dai quali ricuperavano la pelliccia), leone e molti altri. Quel luogo, sul bordo dell’acqua, venne poi ricoperta da sedimenti ed è rimasto tranquillo fino al 1978, quando ritornò alla vista in occasione della costruzione di una strada. Da allora continua ad essere scavata. Nel 2014 è stato trovato un dentino da latte di un bambino: è il resto umano più antico d’Italia. Molto abbondanti gli strumenti in pietra abbandonati da quelle genti: uomini, senza dubbio, ma molto, molto diversi da noi.

La ricostruzione, all’interno del Museo, di una delle zone scavate. Si nota la grande quantità di ossa.

Si capirà quindi l’interesse di un luogo del genere. E’ stato costruito un museo, un edificio che serve da Centro Studi ed un capannone completamente chiuso, ma a vetri, che copre una grande porzioni degli scavi. Questo permette di lasciare alla vista, ma protetta, quella spiaggia con tutte le ossa rotte e sparse esattamente come stava oltre mezzo milione di anni fa. La copertura a vetri permette anche ai visitatori di vedere gli archeologi all’opera, durante quel mese all’anno in cui scavano.

Purtroppo questa enorme opportunità turistica, didattica, duvulgativa, lavorativa, culturale è terribilmente sottoutilizzata. Eppure Isernia avrebbe ben bisogno di iniziative per la sua valorizzazione.

L’unico totem disponibile nel suo elegante mobiletto.

Gli edifici sono grandi, spaziosi, ben concepiti. Ma sono semivuoti, disadorni, trasandati, poco accoglienti, poco vissuti, poco usati. Come in molti altri musei preistorici in Italia e nel mondo vi sono tre temi che si accavallano finendo per rendere incomprensibile il tutto: le informazioni su quegli scavi, la vita dell’uomo nella Preistoria, le tecniche di scavo e di studio. Tutto insieme, tutto mescolato, tutto confuso.

Ed infatti l’importanza del sito non viene adeguatamente sottolineata. Il materiale esposto è poco e non adeguatamente spiegato. Alcuni attrezzi ritrovati sono piccoli ed in una vetrina si perdono e non si riescono a vedere.  Il punto forte dell’esposizione è la ricostruzione di molti metri quadri di quell’antico spazio di macellazione, eppure non si sono fatti molti sforzi per renderlo comprensibile.

Questo tipo di museo è più un centro di interpretazione degli oggetti che un luogo per la loro esposizione. In questi casi c’e’ molto più da capire che da vedere: oggetti banali, se capiti, dicono molto della vita di quella gente. Se non capiti restano oggetti banali. Per fare ciò sono utilissimi i supporti mediatici: computer che spiegano come sanno fare loro. Ebbene in questo museo ce n’e’ solo uno. E’ incredibile ma se viene una classe di 20 ragazzi o un pulman di 40 turisti dovranno fare la coda alla sola postazione disponibile per cercare di afferrare qualcosa. E’ assolutamente incredibile. Bisogna però dire che a quel computer hanno fatto tutt’intorno un bel mobiletto di legno che lo si potrebbe mettere anche in salotto. Ed è un peccato, perchè il programma che vi gira sopra sarebbe anche ben fatto.

Alla biglietteria dei musei suole esserci un negozietto dove si vendono libri e cose del genere. Qui niente, solo un tavolo dove ci sono alcune pubblicazioni di vario tipo; si potrebbero consultare, ma sono troppo specialistiche per il vasto pubblico. Inoltre non sono protette ed il primo che vuole se le può portar via senza che nessuno se ne accorga. Del resto è anche difficile consultarle perche questo deve essere l’unico museo al mondo dove non esiste una sola sedia, poltrona, divano, panca o panchina, sella, dondolo dove ci si possa riposare un attimo. Se passate al museo due ore, starete in piedi due ore e tornerete a sedervi solo nella vostra macchina.

In cambio si troverà, in un angolo, solo e triste, un enorme elefante di resina, ma con la codina di pelo. Che ci sta a fare? Con tutti gli animali che erano presenti in quel luogo perchè riprodurre solo un elefante? E perchè proprio l’elefante, che tutti sanno come è fatto? Misteri di organizzazioni museali fatte da incapaci, da dilettanti improvvisati.

Si diceva dell’enorme, costoso e ben concepito capannone vetrato degli scavi. C’e’ bisogno di dire che quei vetri non sono puliti dai tempi del Paleolitico antico, chè ormai non ci si vede quasi più attraverso?

Eppure il personale non mancherebbe, stravaccato nella biglietteria ad aspettar la sera, che tanto dei visitatori non ne vien quasi….

 

Il turismo va a morire?

Crociere? Barbarie!

In mezzo alle eclatanti statistiche che vedono il turismo aumentare ovunque per numero di turisti, di notti passate in viaggio, per volumi economici, per destinazioni ormai entrate nel mercato, per tipi di tursmo disponibili; ebbene, in mezzo a tutto questo, vi sono delle crepe che si stanno aprendo ed ingrandendo. Il turismo da benedizione sta diventando una piaga. da risolutore dei problemi economici di luoghi negletti sta diventando un problema in più con i quali i governi non sanno come giostrare.

Il turismo ha rotto le palle.

I primi a cominciare furono gli abitanti di un villaggio basco la cui festa annuale, particolarmente folcloristica, attirava talmente tanti visitatori che ne veniva irrimediabilmente snaturata. E gli abitanti di quel paese, da buoni baschi coriacei, decisero di smettere di farla.

Poi son venuti gli abitanti della Barceloneta, la spiaggia di Barcellona, esasperati dalle frotte di turisti. Hanno fatto manifestazioni, blocchi stradali, assemblee contro questa invasione. E’ andata bene che si siano compartati gentilmente nei confronti dei turisti stessi, certo incolpevoli.  Poi la faccenda dei tornelli a Venezia. Da molti anni c’e’ il numero chiuso (ed a carissimo prezzo) di un paese intero: il Bhutan. D’altro canto gli amministratori pubblici sono travolti dagli affitti turistici nei centri storici delle città; gli affitti aumentano e gli abitanti “veri” devono andarsene. Quei centri diventano dei grandi “alberghi diffusi” trasformandosi da città reali a parchi tematici. Firenze ne è un esempio. Gli elettori spariscono, i politici si preoccupano. Molte isole tropicali, in vari oceani parlano di numero chiuso, ormai debordati dall’invasione dei turisti in ciabatte.

Così son ridotti i moli a Creta, non ci si passa.

Anni fa si parlava del concetto di “Capacità di carica” ovverosia del numero massimo di turisti che una località può sopportare prima di soccombere dal punto di vista ambientale e del sovraccarico dei servizi. Concetto ragionevole, ma chi la ferma la logica del profitto? Qualche accademico con delle formulette?

Perchè bisogna riconoscere che il turismo non è un’attività sostenibile. E’ un cancro che distrugge tutto ciò che tocca. Il trasporto aereo di miliardi di turisti; l’economia distorta che il turismo provoca; l’inevitabile stagionalità con la sottocupazione dei lavoratori, degli immobili, dei servizi durante i periodo morti; la prostituzione in favore dei turisti e delle turiste; il degrado culturale delle popolazioni investite da tanta gente estranea.

L’assoluta ingiustizia nella ripartizione dei benefici economici del turismo. A Firenze, sulle Dolomiti, nelle isole dei Caraibi, i turisti ci vanno a vedere i musei, i paesaggi, a fare il bagno. Il Rinascimento, le montagne, il mare sono beni comuni. Eppure sul turismo ci guadagnano solo i proprietari degli alberghi, dei ristoranti, dei negozi, dei trasporti. La gente normale al massimo lavora negli esercizi commerciali e si sa bene che gli stipendi nel turismo sono bassi. E il più delle volte i lavoratori sono immigrati che chiedono ancor meno. Il popolo di quei luoghi si prende solo i disagi ed i prezzi alti che il turismo porta.

E quel popolo, appunto, comincia a rompersi le palle.

Il turismo esiste da un paio di millenni. Importanti intellettuali romani sviaggiavano per l’Impero per nutrire la loro curiosità; il grande Columella fu uno di questi. Durante il Medioevo e il Rinascimento i turisti si chiamavano pellegrini, ma la sostanza era la stessa. Costoro lasciavano quel che facevano e con la scusa di andare a pregare in una chiesa possibilmente molto lontana, giravano l’Europa dormendo qual e là, correndo mille avventure ed infastidendo gli abitanti (e soprattutto le abitanti) delle contrade che atraversavano; perennemente alla ricerca di vino e divertimenti. Vi è una vastissima legislazione che cerca di metter freno a questa piaga di viandanti irresponsabili e ladri. Esattamente come i turisti odierni, anche i pellegrini erano in qualche modo al di sopra delle leggi e delle consuetudini locali. Son pellegrino, son turista, si dice; e quasi tutto è permesso. Poi, a fine ‘600 cominciò la faccenda del Grand Tour in Italia e la valanga non si è più arrestata.

Amori turistici a Santo Domingo.

Ma come ogni moda umana anche questa finirà. La realtà virtuale sostituirà la realtà reale e si smetterà di voler andare a vedere i centri storici ovunque occupati dalle stesse catene di negozi? I musei saranno visitati virtualmente grazie ai visori? Si capirà che andare ad insardinarsi su spiagge e mari pieni di plastica è una sciocchezza?

Un certo numero di segnali sembrerebbero andare in questo senso. Dovrò chiudere questo blog?

L’atmosfera delle piccole terme ungheresi

La parte esterna delle gaie terme di Mohacs.

Pensionati che giocano a scacchi, nonne con i nipotini, adolescenti obese che mangiano gelati, coppie di fidanzatini impacciati, bellone sfiorite che propongono quel che resta delle loro grazie ormai invase dalle cellulite, gruppetti ciarlieri di casalinghe attempate in libera uscita.

Questa è la meravigliosa umanità che affolla i centri termali minori in Ungheria. Ne ho già parlato, ma ci ritorno sopra perchè è una faccenda che mi par troppo bella. Per un qualche strano fenomeno geologico, la piatta Ungheria ha nel sottosuolo, ad alcune centinaia di metri di profondità, dell’acqua calda; e ciò avviene quasi dappertutto. Sono fiorite, quindi, centinaia di terme, un pò allo stile degli antichi Romani che ne costruivano ovunque andassero, ma con dispendiosi sistemi di riscaldamento a legna. In Ungheria, invece, basta fare un pozzo sufficientemente profondo per avere delle belle piscine calde.

Alcune di queste terme sono molto grandi ed importanti: sono spesso frequentate dai pensionati tedeschi reumatosi, mentre quelle di Budapest sono invase dalle folle dei turisti da tre giorni/due notti. Ma io non parlo di questo tipo di terme.

Io parlo delle altre, sparse nelle cittadine disseminate nella infinita pianura ungherese. Ve ne sono legioni; chi dice 150 chi arriva a 240. Non son mai riuscito a trovare una buona carta con delle descrizioni dettagliate; questa è la migliore che ho pescato. Sono piccole, ma hanno sempre una bella piscina per nuotare, tanto che gli ungheresi sono tradizionalmente molto forti nel nuoto e nella pallanuoto. Hanno dei bacini di acqua calda per gli adulti e delle piscinette per i bambini. Non mancano mai la sauna ed il bagno turco. Ci si sta, immancabilmente, con il costume; a differenza di quegli spocchiosi degli austriaci che ti impongono il nudismo anche se non lo vuoi fare.

Il tutto è sempre molto alla buona: accanto alla biglietteria c’e’ la signora bionda cotonata che ti vende le bibite, la birra ed un panino. Gli ambienti sono accettabilmente puliti, ma i rivestimenti delle pareti possono essere un pò sbreccati, i pavimenti riparati con mattonelle di diversi colori, le porte stinte e le panche degli spogliatoi consunte. Niente a che vedere con le asettiche e pretenzione spa a cui siamo abituati nell’esangue Europa occidentale. Ma il visitatore troverà sempre ottima accoglienza, prezzi molto comodi e tante facilità su dove lasciare gli abiti, come parcheggiare l’auto, come usare le istallazioni. Sembra infatti che in queste terme non turistiche la visita di uno straniero sia considerata come una prova di amicizia nei confronti del popolo. Andrà quindi ben accolto ed aiutato nelle sue incertezze di forestiero poco al corrente degli usi locali. Perchè poi le scritte sono solo in ungherese e trovare qualcuno che parli inglese a volte è poco facile.

Ci si passa qualche ora, si nuota, si prende il sole se d’estate (ma queste terme sono aperte tutto l’anno), si mangia e si beve, si sta soprattutto nell’acquettina calda, seduti sulle banchine immerse e prendendo quell’aria un poco scimunita da feto nell’utero materno. I pensieri si sciolgono, ci si rilassa e si esce candidi come agnellini, fuori e dentro.

Ma quel che innamora è l’atmosfera di queste termette: paesana, tranquilla, vecchiotta, popolare ed accogliente. Pare di tornare negli anni ’60 in Italia: un pò rurali, un pò operai; comunque desiderosi di divertirsi. Ma soprattutto soddisfatii di quel poco che si ha, senza stravaganze, senza capricci. Ecco, senza tirarsela.

Eppoi, tutti rispettosi e poco caciaroni; gentili, ma riservati. Peccato che gli ungheresi si siano ritrovati quell’orribile governo che hanno (2018) perchè una vacanza in giro per terme minori sarebbe una vera pacchia.

E la parte interna….

Monti Tatra, alti e bassi

Le forti case della zona di Zakopane, sugli Alti Tatra polacchi.

Dopo anni che me lo ripromettevo, sono finalmente riuscito ad andare sui Monti Tatra fra la Slovacchia e l’estremità meridionale della Polonia. Dal lato polacco sta l’abbastanza nota città di Zakopane. Le mie impressioni sono abbastanza contrastate.

Propio sul confine fra i due stati c’e’ la catena degli Alti Tatra. E’ una vera e proria catena alpina con montagne di nuda e grigia roccia superiori ai 2.500 metri, rivestite, più in basso, da imponenti foreste di conifere e faggi. Il problema sta nel fatto che tutta la catena montuosa è lunga, da un capo all’altro, solo una quarantina di chilometri. Insomma delle Alpi tascabili; ovverosia qualche montagna in fila, semplicemente.

Le case tradizionali dei Bassi Tatra slovacchi sono più belle, meno opprimenti.

Tutto ciò potrebbe anche esser carino se non fosse per il fatto che questa catenina montagnosina è l’unica per una bella fetta di europei: polacchi, slovacchi, ungheresi, ucraini, russi, cechi ed anche per i vecchi viennesi dei tempi dell’Impero. Da ben più di un secolo, quindi, frotte crescenti di turisti si sono riversati su questi 40 chilometri di montagne, inondandole. Vi si trova di tutto: dalle vecchie costruzioni imperiali, alle ville borghesi fra le due guerre, ai centri di villeggiatura per gli operai socialisti, ai resort attuali. Tutti lì, tutti insieme.

La folla è ovunque. Vi sono funivie, seggiovie, impianti sciistici. Molti sentieri. Quelli che ho visto sono larghi, comodi, ricoperti di ghiaia, delle autostrade pedonali, concepite per sopportare grossi flussi. Dove le pietre affiorano, queste sono consunte dal passaggio di milioni di scarpe. Panchine ovunque, altalene per i bambini, all’inizio dei sentieri biglietterie per l’ingresso, chiosci di bibite, gelati e birre. Parcheggi anche sterminati. A prezzi esosi, soprattutto dal lato polacco. Comunque tutto concentrato in quei pochi chilometri. Zakopane non è una città; è una costellazione di alberghi e ristoranti. Vi furoreggia un’architettura che deve prendere spunto da quella tradizionale in legno ma che diventa molto pesante, ridondante, greve.

Quando gli operai socialisti andavano in vacanza, a Zakopane.

Dal lato slovacco le montagne sono più scoscese e hanno reso meno facile l’assalto turistico. Non che manchi, ovviamente, ma sembra un pò più contenuto.

Gli Alti Tatra non son quindi luogo che si possa consigliare. Delle montagne ridotte a Luna Park non possono che far tristezza.

Fortunatamente vi sono i Bassi Tatra, solo dal lato slovacco. Non vi è roccia, ma belle montagne ammantate da ricche foreste, con qualche borgo tipico. Il turismo vi è solo nazionale e quindi inferiore nei numeri e più tranquillo. La zona è molto più ampia di quella degli Alti Tatra ed è divisa in tre o quattro parchi nazionali, contigui. Vi si fanno delle bellissime passeggiate su dei sentieri più o meno segnalati. Ho visto un orso.  Anche i ciclisti, su strada o su sentieri trovano le loro soddisfazioni. Frequenti piccoli alberghi o B&B dai prezzi molto comodi. Forse un pò più difficile mangiare, i ristoranti sono scarsi e spesso chiusi durante la settimana.

Bassi Tatra, Slovacchia.

La scarsità di turismo straniero fa sì che l’unica lingua diffusa sia lo slovacco. I pochi cartelli, i menu, le persone si esprimono solo in quella lingua. La cosa può essere a volta complicata.

La zona è in franco spopolamento. I borghi sono abbandonati, le case, pur mantenute in buono stato sono spesso chiuse; la popolazione vi è ormai scarsa, i negozi rari, i bar assenti. Ormai si vive del taglio delle foreste, di quel po’ di turismo e dell’emigrazione in città o in Europa. Del resto anche in Italia molti degli operai forestali sono slovacchi.

Ma in questa desertificazione un pò malinconica spicca, stupefacente, un elemento del tutto incongruo, a prima vista. Fra la popolazione alta, slanciata, bionda (delle donne meravigliose) si vedono delle persone di pelle molto scura, con meravigliosi occhi neri, bassi di statura con una forte tendenza all’obesità robusta fra gli uomini (colli taurini, braccia poderose). All’inizio si pensa a dei pastori di Sri Lanka, ma poi sono troppi, sono famiglie, apparentemente parlano slovacco con scioltezza. Ebbene, sono Sinti; in certi villaggi hanno addirittura il loro quartiere (dove se entri, quello che sta nella casa meglio ti viene a chiedere cosa vuoi).  Sono poveri, hanno case malmesse, ma ridono. Mentre gli slovacchi camminano silenziosi, loro ridono (un pò come gli indiani del Quebec). Devono essere lì da secoli, i rapporti con i biondi sembrano normali, la commistione fra le due popolazioni, nulla. E’ sconcertante trovare in paesini fra i boschi queste due popolazioni, giustapposte, di storia ed aspetto diversissimi. Avrei voluto saperne di più, difficile comunicare.

Ma bisogna sbrigarsi ad andare sui Bassi Tatra.  Stanno tagliando le foreste (nonostante che siano in Parchi Nazionali) come forsennati. Non hanno deciso cosa previlegiare: se le foreste od il turismo; ma se continuano così perderanno entrambi.

Le crociere sul Danubio

Le navi della Viking Cruise al porto di Vienna

Non solo le famigerate crociere caraibiche, o le carissime crociere patagoniche, quelle invernali a Capo Nord o quelle archeologiche sul Nilo.  Vi sono anche le crociere sul Danubio, a conferma che alla gente piace stare seduti sul ponte di una nave e vedere il mondo che gli passa accanto.

Le crociere sul Danubio si fanno su delle chiatte: imbarcazioni molto lunghe e con i bordi molto bassi (tanto non ci sono onde), strette (devono entrare negli angusti bacini delle numerose chiuse che permettono di superare i dislivelli del fiume), leggère (il pescaggio non può essere molto a causa dei fondali a volte bassi), lussuose (i clienti sono soprattutto pensionati teutonici, i quali amano le comodità e non difettano di liquidità).

In tre affiancate aspettando le festanti comitive dei pensionati tedeschi.

Il Danubio diventa navigabile, per queste navi, da Passau, al confine fra Germania ed Austria; da qui parte anche la ciclovia del Danubio, la più famosa e frequentata del mondo. Le crociere attraversano l’Austria con sosta a Vienna; la Slovacchia con sosta a Bratislava; l’Ungheria con sosta a Budapest, la Serbia con visita a Belgrado; per poi arrivare in Bulgaria con viaggetto in bus a Sofia. Alcune arrivano fino a Tulcea, ormai nel delta romeno del Danubio. Naturalmente ci sono crociere che partono ed arrivano dai e nei diversi porti di questa lunga catena di paesi e capitali.

Si viaggia di notte, salvo in alcuni tratti particolarmente suggestivi (dopo Passau e al confine fra Serbia e Romania) dove la navigazione è diurna. Si sosta la giornata nelle capitali che possono essere visitate e da cui partono anche escursion per i dintorni, naturlamente con un supplemento monetario non simbolico.

Poco a velle di Passau.

Non sono come le navi da crociera marittima: niente piscine, discoteche, grandi sale, bar, ristoranti, giochi e teatri. I passeggeri sono meno di duecento, vi è un ristorante, una sala-bar-soggiorno ed un ponte per prendere il sole. Ma le cabine sono spaziose e soprattuto dotate di una grande vetrata da cui si osserva sfilare la riva che ti è toccata in sorte (o destra o sinistra). La navigazione deve finire per essere molto monotona; proprio da pensionati teutonici.  I costi delle crociere sono nettamente alti.

Il Danubio è fascinoso. Per essere un fiume europeo, è maesoso, calmo, imponente. Attraversa molti paesi, bagna molte capitali; una bella parte della complessa storia europea gli ha girato intorno. Arrivare sulle sue rive è per me sempre fonte di grande emozione. Sedersi sugli argini è un eccellente passatempo; invece del cadavere del tuo nemico si vedranno passare un gran numero di chiatte da trasporto merci, molte barche da diporto, canoe di sportivi, gusci dei pescatori. Ci saranno anatre, cigni ed altra avifauna variata. Io sostengo anche che l’odore del Danubio è particolare. Il colore è fangosino, niente di blu. Le acque del Danubio sono internazionali, come quelle degli oceani e quindi navigabili da tutti senza bisogno di permessi nazionali. Se non si approda non ci sarebbe nemmeno bisogno del passaporto.

In certi luoghi le rive sono alte, boscose ed il fiume serpeggia fra le colline. Ridenti borghi, fiorite case di contadini, festose birrerie all’aperto, pascoli di mucche felici, costellano il fiume, nei luoghi romantici. In altre parti scorre rettilineo in pianure anonime interrotto frequentemente da dighe e chiuse, accompagnato solamente da fabbriche e centrali elettriche. Ma anche in pianura è a volte costeggiato da fitte e fresche foreste, intrise di acqua e di zanzare, ma comunque emozionanti, perchè non sono foreste qualunque. Sono quelle del Danubio!

Meglio in bici.

E’ comunque un mondo particolare come spesso succede ai grandi fiumi (ad esempio il Delta del Po), suggestivo ed interessante.  Consiglio una visita, ma direi sulle rive, magari in bicicletta, ma non con le crociere; troppo monotono, troppo da pensionati.

L’Austria ed il puzzo di rinchiuso

Wurstel, wurstel, wurstel.

L’Austria ha un sacco di vantaggi. E’ vicina, ci si va in macchina, ha belle montagne, fanno lo strudel buono, si spende poco, ha una capitale importante, ha delle belle ciclovie lungo il Danubio e la Drava, ci son perfino le terme. Niente di veramente eccezionale, ma un sacco di piccole cose piacevoli.

Ma, ecco, il problema sta proprio in questa parola: piccolo!

Il portone della casa – studio di Sigmund Freud, a Vienna. Uscendo da qui i suoi pazienti avevano acquistato un inconscio e perduto un pò del loro conto bancario.

L’Austria è un posto piccolo che soffre di esserlo. Il cuore di quel popolo si deve esser fermato al tempo in cui erano il grande Impero dell’Europa Centrale su cui Cecco Beppe regnava incontrastato. E non riescono a riprendere contatto con la realtà che è, oggi, ben diversa. Si afferrano quindi a quei vecchi e sbiaditissimi ricordi cercando di tenerli in vita, senza riuscirci. Mille sono gli alberghi o i rifugi o i luoghi che ricordano nei nomi il passaggio dell’imperatore o della stucchevole Sissi. Quanto tempo pensano di poter andare avanti così?

Perchè poi quel periodo corrisponde grossomodo a quel che noi chiamiamo l’Italia Umbertina; un periodo di cattivo gusto negli arredi e nell’abbigliamento, di oppressione sociale, di malessere psicologico, di ristrettezze più mentali che economiche. Non è certo per caso che l’inconscio scoppiò in quegli anni facendosi riconoscere, che quel periodo finì con la carneficina della I guerra mondiale e che fu spazzato via dalle idee (purtroppo peggiori del male) del fascismo che si voleva purificatore ed energico.

Le panchine di una delle strade più eleganti di Vienna!!

Insomma, l’Austria sembra rimasta ancorato a quel vecchio, caro, piccolo mondo pieno di cose di pessimo gusto. La stessa fantastica Vienna è in verità assai deludente ed il famoso circuito del Ring che ho percorso più e più volte in bicicletta è piuttosto modesto. Si loda ancora la pignola amministrazione dell’Impero Asburgico, contrapponendola alla cialtronaggine dell’organizzazione italiana. Ecco, pignola, precisa, un pò ottusa, certo onestissima; ma priva di qualsiasi slancio.

La stessa musica tipica di Vienna è l’Operetta. Non Opera, Concerto, Dramma o Tragedia: solo operetta, graziosa, leggera, poca. Adatta agli spiriti semplici.

Ed anche se si va in giro per l’Austria rurale si troveranno bei paesini, deliziosi Biergarten dove ci si può sedere a bere birra sotto il fresco di un alberone, serviti da robusta signora con il grembiulino fonto-tradizionale.  Dopo un pò ti è venuta la pancia del bevitore e sei stravolto dalla monotonia. Perchè tutto è estremamente ripetitivo, privo di fantasia, rigidamente codificato.

Non si avverte un salto, un guizzo di aria fresca, una galoppata: solo il composto ed alienante balletto dei loro poveri cavalli lipizzani che vengono addirittura presentati nel palazzo dell’Imperatore.

Teatro del wurstel??? Al Prater di Vienna.

Eppure ci sono anche palazzi moderni e buone infrastrutture e spiagge nudiste sul Danubio, ai margini di Vienna. Ma vi è anche un perenne stato di scarsa manutenzione, di leggero abbandono, di invecchiamento generalizzato, di intristita decadenza, di velo di polvere su tutto.

Il Palazzo Imperiale a Vienna è invaso da turisti; forse per questo motivo non riesce a dare una impressione di maestosità; solo di grandi dimensioni, ma un pò disordinate. Non se ne capisce bene lo sviluppo. Il centro storico è inquinato dai soliti negozi uguali in tutto il mondo e dai chioschi di wurstel che sarebbe il massimo della cucina locale subito dopo le braciole fritte. Vertici insuperabili!

Le città alpine, Innsbruck o Lienz o Klagenfurt sono certamente graziose, ma assolutamente niente di più. A Salisburgo c’e’, alla stazione, un bellissimo posteggio per le biciclette.

Un viaggio in Austria è un’immersione in una atmosfera un pò sbiadita, monocorde, di semplici sentimenti. Ma anche di stallo, di impasse, di stanca ripetizione di un clichè. Si respira in quel paese un puzzo di rinchiuso, di abiti troppo a lungo portati, di piedi che hanno percorso molto strada. Non so se vale veramente la pena di andarci.