Isola di Fogo, Capo Verde. L’inizio di una storia complicata ed istruttiva.

Il vulcano di Fogo con le piccole viti. Di F H Mira attraverso Wikimedia Commons

Questa è una storia complessa ma molto, molto interessante.

Fogo è una bellissima isola di Capo Verde, vicina a Brava. E’ un solo enorme vulcano spuntato dall’Oceano. Al culmine vi è un immenso cratere vulcanico di molti chilometri di diametro, parzialmene crollata. Il fondo della caldera è sui 2000  metri di altezza sul livello del mare ed ospita un paesino di un migliaio di abitanti chiamato Cha das Caldeiras. Sul margine della caldera vi è un ulteriore, piu’ recente, maestoso cono vulcanico, chiamato Pico, che arriva a quasi 3000 metri.

Il luogo è assolutamente sensazionale. Il paesaggio vulcanico, nero e bruno; l’imponenza del Pico; l’assenza, in  molti luoghi, di ogni tipo di vegetazione; le colate che si intersecano e si sovrappongono; la grossolana, leggerissima e nera sabbia vulcanica che copre il terreno; questi son tutti elementi di assoluta meraviglia ed estranamiento. Da visitare con calma e raccoglimento.

A quell’altezza il clima permette la coltivazione, in certi angoli del cratere, di piante da frutto come il melograno, le prugne, le mele ed anche la vite. Questa da uve di grandissima qualità. Tradizionalmente si produceva un vino chiamato Manecon, fatto senza alcuna tecnica e di pessima qualità. Per cercare di mettere in valore quell’eccellente uva, gia’ molti anni fa, la Cooperazione allo sviluppo tedesca fornì tecnici e fondi per creare una cantina tecnificata dove si producesse del vino migliore di quello tradizionale.

Nel 1995 una forte eruzione distrusse alcune case e portò all’evacuazione totale della popolazione. La cantina venne inghiottita a metà dalla lava, restò solo il portico, a monito.

Il Governo di Capo Verde, molto saggiamente, costruì delle casette fuori dal cratere e le consegnò agli sfollati che lì avrebbero potuto ricominciare la loro vita, al sicuro. Ma loro, no, montanari testardissimi, vollero tornare a Cha, una volta finita l’eruzione. E’ una popolazione un pò strana, che si è ritirata lassu’, in montagna, un centinaio di anni fa e che non si intende con il resto dell’isola. Si dicono discendenti di un conte francese, Montrond, spiaggiatosi a Fogo subito dopo la Comune di Parigi.

In questo irragionevole intestardimento ebbe il suo, modesto, ruolo anche una ONG di Firenze, il COSPE, che, negli anni, ha trovato non pochi fondi della cooperazione internazionale presso la Farnesina o Bruxelles. Una nuova cantina è stata fatta e ben equipaggiata, poi un magazzino.

Si produceva del vino bianco, del rosso, del rosè, del passito e della grappa. La cantina, sociale, ha assorbito, anno dopo anno, sempre più uva degli agricoltori che preferivano smettere di fare la loro ciofega (pur molto apprezzata dai capoverdiani doc) e consegnare alla cantina la loro produzione di uva. La tecnica era ancora imperfetta, ma, quando tutto andava bene, il rosso era di un livello di assoluta eccezione mondiale. Difficile invecchiarlo, i clienti se lo litigavano. E ciò si spiega facilmente: l’eccezionale soleggiamento della zona; l’alternanza di temperatura alta di giorno e fredda di notte; la grande aridità; il suolo vulcanico ricchissimo di elementi minerali; il vitigno locale perfettamente acclimatato, son tutti elementi che congiurano favorevolmente a sviluppare gradi zuccherini ed aromi molto potenti. Se ben vinificata è un’uva che da vini eccezionali.

Le cose andavano molto bene, il livello di vita degli abitanti di Cha migliorava. E il numero degli abitanti aumentava e non per immigrazione: solo per generazione locale. Non c’era più bisogno di emigrare sulla costa dell’isola. Si poteva restare, coltivare la vigna e fare altri figli.

Le cose andavano bene anche al COSPE. Di finanziamento in finanziamento il lavoro non mancava. per una ventina d’anni la cosa continuò, a stop and go, come usa spesso fare la coperazione internazionale.

La ONG era toscana e si volle applicare il famoso modello toscano. Al vino si associò il turismo, del resto già presente a Cha: non pochi i visitatori che salgono sul Pico. E’ una passeggiata impegnativa, ma non difficile ed i ragazzi di Cha facevano le guide, molestando, a volte ricambiati, le ragazze gitanti. Cha ospitava già un semplice alberghetto, di un francese, e un buon numero di abitanti affittava delle misere stanze nelle loro catapecchie. Turismo d’avventura, di bocca buonissima. Ma gli abitanti vedevano un pò di soldi fra le passeggiate e gli affitti; qualcno faceva anche da mangiare.

Il COSPE, quindi, costruisce un bar, che mancava, ed una casetta con 6 stanze per i turisti. Il tutto gestito dalla cooperativa degli agricoltori di Cha, la stessa che faceva il vino nella cantina. Un bell’esempio di turismo solidale, come si vuol dire!

E qua cominciano i problemi e la storia, così bella finora, gira male. Eccone il seguito.

 

 

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