Razzismo alla Guadalupa

Il viale di una grande proprietà schiavistica.
Il viale di una grande proprietà schiavistica.

In quest’isola dei Caraibi,  appartenente alla Francia,  l’umanita’ e’ veramente riuscita a complicarsi la vita.  Vi sono 400.000 abitanti suddivisi in una grande quantita’ di gruppi diversi.

Vediamoli: la stragrande maggioranza e’ fatta dai discendenti degli schiavi africani. Nelle strade rappresentano la grande maggioranza dei passanti; ma vi è anche una buona percentuale di meticci, a volte assai chiari. Quest’ultimi se la tirano tantissimo e fanno combriccola a sè.  Tipico,  ad esempio, all’uscita dai licei,  veder sciamare gli studenti in gruppi della stessa tonalita’.

Poi vi sono i bianchi,  a loro volta suddivisi in diverse categorie.  I Beke’ sono i discendenti dei padroni delle terre e degli schiavi.  Furono mandati nel 1600 dal Re di Francia a prendere possesso di quelle terre e a fare zucchero e commerci.  Stanno in grandi ville fortificate,  si frequentano e si riproducono fra di loro,  detengono tutto o quasi.  Negli ultimi tempi si stanno un po’ sciogliendo ed alcuni cadono nella classe media. Poi i Beke’ goyave; di arrivo altrettanto antico,  ma di origine proletaria; erano gli artigiani, gli aiutanti, gli amministratori dei Bekè propriamente detti. Prestigio di antichita’ ma potere e ricchezza,  poca.  Ancora: blancs-pays sono detti quei bianchi che sono nati alla Guadalupa ma i cui antenati vi sono arrivati in tempi piu’ recenti.  Sono la classe media locale.  Vi sono poi i metropoles,  ossia i bianchi che sono nati in Francia, ma che hanno scelto di abitare alla Guadalupa per il clima,  perche’ vi hanno trovato lavoro od altro.  Lavorano nel commercio, nel turismo; si vedono dietro il banco dei negozi o a fare la pizza, anche a vendere i bomboloni sulla spiaggia. Non danno l’idea di passarsela benissimo, in generale. Poi ancora i fonctionnaires: dipendenti pubblici mandati qua per tre anni come insegnanti,  poliziotti, tecnici.  Ed infine i pensionati, che passano l’inverno al calduccio. Bekè esclusi (sono invisibili), tutti gli altri bianchi sembrano piuttosto dimessi, anche un pò bruttini, direi depressi ed un filino abbrutiti.

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Gli abiti tradizionali erano fatti in tessuto indiano. Ora sono solo un souvenir turistico.

Inoltre vi sono i descendenti degli indiani che vennero portati in regime di servitu’ come operai agricoli dopo la fine della schiavitu’ per rimpiazzare i negri che, ormai liberi,  non volevano continuare a lavorare. Vengolo chiamati Coulis.  Ed infine, ecco i libanesi,  qua chiamati siriani,  che controllano i commerci al dettaglio di prodotti come i tessuti,  gli abiti,  l’elettronica.  I libanesi non mancano mai dove stanno i francesi.

Tutti questi sono di nazionalità francese,  poi vi sono gli stranieri, venuti a cercare incerta fortuna. Haitiani scurissimi e poveri, grassi dominicani, anglofoni delle isole indipendenti vicine, cinesi commercianti, qualche residente europeo.

E su tutto ciò una bella percentuale di turisti, molti dei quali croceristi che rimangono poche ore.

Tutta questa umanità varia potrebbe essere una grande richezza culturale. Ma dove i francesi mettono il loro piede, il razzismo impera. I francesi sono maestri nell’arte infame di trattare gli altri con tutte le sfumature del sottile disprezzo, del paternalismo, della sufficienza. Sono insopportabili ed incorreggibili. Hanno l’insopprimibile bisogno di omologare tutto e tutti ai loro parametri, spesso assai modesti; con la forza, con l’ironia, con il disprezzo per l’altro, con la paura del diverso, con la condiscendenza del superiore. La stessa, straordinaria, musica nata fra gli schiavi ed ancora molto presente è stata discriminata e disprezzata fino a pochi anni fa. Purtroppo in questo quadro la popolazione di colore è schiacciata, con problemi di identità, timorosa di esprimersi.

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I commercianti libanesi si rifanno al loro passato.

E’ del tutto naturale che, di fronte a questo costante, velato e pervadente disprezzo vi sia stata una reazione; che ha preso due vie. Da una parte rimangono ancora resti della sottomissione e si vedono dei neri che simettono sugli attenti all’arrivo del bianco. D’altra parte ed in misura sempre maggiore, troviamo l’insofferenza, il razzismo rancoroso conto i bianchi, l’abitudine ad attacarbriga ad ogni occasione, la facile violenza verbale. Solo una parte della popolazione riesce a conservare la calma, giusta e responsabile.

I bianchi di recente arrivo hanno la vita durissima, gli attacchi razzisti, sempre ed esclusivamente nelle parole e nei comportamenti, mai fisici, sono frequentissimi. Io stesso, palesemente turista non francese, ne ho dovuti sopportare più volte al giorno.

Dal canto loro i meticci si barcamenano un pò subdoli ed i Bekè non si mostrano.

Vivere alla Guadalupa (ma anche alla Martinica la situazione è di poco migliore) è quindi un tale esercizio di pazienza, di resistenza alle provocazioni e di sopravvivenza alle tensioni razziali che alla fine è meglio non andarci. Tanto che lo Stato ha difficoltà a trovare dipendenti che accettino contratti, anche solo di tre anni, nonostante gli stipendi allettanti.

 

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