Un angolo molto denso

La ricostruzione dell’interno di una casa di Catal Huyuk. (Foto di Stipich Bela, via Wikicommons)

Non è il momento di andare a visitare la Turchia ed il suo bel popolo. Non bisogna dare appoggio internazionale al dittatore Erdogan ed al suo fascismo. Dobbiamo aspettare che i turchi se ne sbarazzino.

Quando lo faranno potremmo tornare a visitare un luogo non molto turistico (come lo sono l’insopportabile Cappadocia o la frustra costiera egea); parlo di Konya e di Catal Huyuk.

La seconda è uno dei luoghi centrali del mondo; è là che, un giorno, si decisero le sorti della civiltà umana. La nostra è ormai una civiltà urbana, nel 2014 i cittadini superarono per la prima volta nella storia i rurali, che a partire dal 2020 diminuiranno anche in numeri assoluti.

Ebbene, la prima città del mondo finora conosciuta fu costruita a Catal Huyuk poco meno di 10.000 anni fa. Fu lì che l’umanità decise che forse era meglio stare tutti insieme. Gli venne in mente di fare le case una accanto all’altra e non pensarono di fare le strade o i vicoli. Essenzialissimi, anche le porte e le finestre parvero loro superflue. Dovevano avere dei nemici, ma non persero tempo a costruire delle muraglie intorno alla loro città. Le loro case erano ad una sola stanza, affiancata da una sorta di ripostiglio dove conservare le granaglie che già si coltivavano. Su un lato della stanza un forno/focolare per la cottura del cibo. Al di spra un largo foro nel soffitto che lasciasse passare il fumo e che era anche l’unico accesso alla casa. Si entrava e si usciva di casa passando dal tetto che doveva essere piatto e contiguo con quello di tutte le altre case che pure potevano essere di diverse altezze. Un enorme tetto di volumi irregolarmente disposti e cosparso di buchi dai quali si entrava nelle case.

Statuetta da Catal Huyuk, (foto di Roweromaniak, via Wikicommons)

Per uscire dalla città si doveva percorrere il tetto fino ad un suo bordo e quindi scendere con delle scale rimovibili al livello del suolo. Senza scale gli attaccanti si sarebbero trovati di fronte ad un unico muro senza interruzioni, mentre dal tetto i difensori li potevan far bersaglio di tutto quel che avevano sotto mano. Ma anche se gli assalitori fossero riusciti a salire sul tetto sarebbe stato ben difficile per loro scendere nelle case, fra il fumo del focolare, il buio della stanza, senza la scala che era stata tolta e con il padron di casa che li poteva infilzare da sotto con un bastone appuntito.

E doveva anche essere una città democratica, perchè le case sembrano essere più o meno simili, senza edifici speciali a scopo civile o religioso. In molte case simboli religiosi come teste di toro in argille sporgenti dalle pareti o disegni sulle stesse. Uno di questi potrebbe rappresentare il disegno della città con un vulcano in eruzione sullo sfondo e si tratterebbe della prima mappa e della prima rappresentazione di un fenomeno catastrofico della storia (ma nuove teorie negano questa spiegazione).

Meraviglioso tutto ciò, non è vero? Il posto merita moltissimo una visita, gli scavi sono molto spesso in corso, vi sono delle spiegazioni e delle ricostruzioni.

I dervisci roteanti, (foto di Claude Valette via Wikimedia Commons)

A 60 chilometri vi è la città di Konya, austera e molto religiosa, dove il monaco Mevlana ha fondato la confraternita dei Dervisci roteanti, branca del sufismo, movimento mistico islamico. Mevlana vi è sepolto e si può osservare i gesti di profonda venerazione che molti tributano alla sua tomba. La danza dei dervisci è un esercizio spirituale, pari alla meditazione buddista. Va presa con molto rispetto. Dei gruppi danzano ad uso dei turisti. Questa è tutt’altra cosa nell’essenza, anche se nella forma può essere simile. Il composito movimento del sufismo è probabilmente il settore più interessante da un lunto di vista culturale dell’Islam.

Ecco, passare qualche giorno a Konya, visitare la tomba di Mevlana, parlare con la gente di sufismo e cercare di vedere i dervisci roteanti è una interessante esperienza.

Le due mete richiedono una certa preparazione preventiva da parte del turista. Non è come andare a Rimini.

Il sottile richiamo del Portogallo

Il castello di Alandroal.

Sono anni ed anni che giro intorno al Portogallo senza afferrarlo. Mi incanta, mi chiama, ma riesce a sgusciarmi via come vuole. L’ho preso da tutte le parti: dall’interno, dalle isole lontane, dalla capitale, dalle vecchie colonie. Niente. Capto elementi, ma il complesso continua a sfuggirmi.

Il primo elemento che mi prese fu la vastità del cielo che andava verso l’Atlantico e il colore della luce: nitido, chiaro, vivido. Una luce lucida.

Il secondo elemento che mi stupì fu la lingua. Neolatina, facile da leggere, ma artigliata dalle bocche dei portoghesi e trasformata in una successione di suoni cacofonici. Un popolo intero sembra impegnato a distorcere quelle povere parole riducendole ad una serie di sibili e scoppiettii sorprendenti. La lotta a certe vocali è senza quartiere, la “e” è ormai in via di estinzione.

Evora

Il terzo elemento che mi sconcertò fu il carattere del popolo portoghese. Forse sbagliato generalizzare, ma vi è un fondo di gentilezza e ben disposizione nei confronti dell’altro che si mescola con un istinto polemico, irascibile, conflittivo, permaloso che trasforma qualsiasi malinteso o disaccordo in guerra sanguinosa. Quindi i rapporti o son buoni buoni o son cattivi cattivi. Difficile orientarsi.

Il quarto elemento che mi attrasse fu la malinconia che pervade i luoghi e la gente. Forse determinata dal colore della luce, forse da quella lingua sgraziata, forse dal frequente vento, forse dai difficili rapporti fra le persone, forse dall’esser finiti ai margini dell’Europa, forse dall’esser poveri di beni, ma ricchi di storia. Il Portogallo provoca in me ed in molti uno struggimento dell’animo, una tristezza calda, un desiderio di desiderare, un voler piangere sommessamente in un angolo. Questo sentimento profondo, comune, permanente è chiamato saudade; pervade l’aria ed intenerisce il cuore. Viaggio dopo viaggio tale sensazione finisce per sovrapporsi all’idea stessa di Portogallo e a farsi tutt’uno con quel paese. Portogallo e saudade finiscono per essere la stessa cosa; un paese che è un sentimento e viceversa! Meraviglioso, no?

Vila Nova de Milfontes.

Il quinto elemento che mi sbalordì fu la bruttezza dei portoghesi. Tracagnotti, ordinari e pelosi gli uomini; insignificanti, sgraziate e slavatucce le donne. Trascurati ed informi nel vestire; popolani nei modi. Come se fosse un popolo uscito or ora dalla preistoria, relegato all’estremo dell’Europa come si faceva con i servi nelle soffitte. (Tristezza su tristezza, ovviamente). Alcuni decenni sono passati dalle mie prime osservazioni e ciò non è più del tutto vero: grazie al maggior benessere, ad Erasmus, alla democrazia le giovani generazione sono diventate molto più belle ed affabili.

Il sesto elemento che mi interessò fu le connessioni di questo popolo con le colonie africane. Nessun’altra potenza ha mandato così tanti cittadini a colonizzare posti così lontani ed erano soprattutto contadini poverissimi, spesso delle Azzorre. Si ritrovarono a possedere grande estensioni di terreno con dentro le popolazioni africane schiavizzate. Dopo pochi giorni dall’arrivo, i coloni si mescolavano agli africani, mangiavano insieme i loro cibi, fecero una montagna di figli con quelle donne. I vicini congolesi che sono sempre stati dei fini filosofi dicevano: “Ci sono i bianchi, ci sono i neri e ci sono i portoghesi”. Grande integrazione che non evitò immani crudeltà ed una durissima repressione al momento delle lotte di liberazione. Ma si formò una innovativa società meticcia che è peculiarità della colonizzazione portoghese e che si è in parte trasferita in Portogallo apportando colore e vitalità (e bellezza).

Pascoli e sughere a Freixo do Meio.

Il settimo elemento che mi sta commuovendo in questi ultimi anni è il mondo rurale. Paese collinare ed abbastanza arido, ma ricco di boschi e di enormi pascoli ombreggiati  da sughere, l’interno del paese è poco abitato, le strade son vuote, le distanze fra i centri abitati son grandi. Molte le case vuote nei paesi, a causa dell’emigrazione ininterrotta da molti decenni. Eppure sono quasi tutte ben conservate, con la cura, almeno esterna, che gli emigrati usano nel mantenere vivo il ricordo di una vita passata e che torna solo per qualche settimana d’estate.  Ma son borghi lindi, dai colori bianchi e pastello, sobri, delicati. Infondono calma, racchiudono intimità, sembra che niente di male possa succedervi. Nella piazza non manca mai una pasticceria con quei dolci di tradizione conventuale dai quali il colesterolo vi assalta a mano armata. Negozietti come da noi negli anni ’60. Ristoranti dove si mangia a dismisura piatti mal preparati, ma a vilissimo prezzo. Sedie rosse della birra Sagres in piazza dove ci si siede a bere piccoli bicchieri di quella birra alla spina. Pochi i passanti, calma, dolce noia, sensazione di sicurezza, qualche chiacchera. La calma vi pervade, benessere.

Elementi di un innamoramento.

 

Lo strano mondo delle rievocazioni storiche

Non c’e’ gitante che non sia incappato, per volontà o per caso, in una rievocazione storica in uno di quei mille borghi morenti che cercano nel turismo un motivo per non decedere definitivamente. Ma come funziona quel mondo?

Lo si scopre visitando l’annuale fiera del settore: Armi e Bagagli che si tiene a Piacenza a fine inverno e parlando con i numerosissimi partecipanti. Quel mondo è in crisi! Il fatto non ci stupisce, cosa non lo è?

Nasce una trentina di anni fa, nelle atmosfere un pò asfittiche dei paesi dove dei giovani ammazzano il tempo ricostruendo il passato dei loro luoghi, sull’esempio inarrivabile di Siena e del suo Palio. Ci si specializza soprattutto in quel vasto e multiforme periodo che sta fra il Medioevo e Rinascimento, sorta di mare magnum in cui ci sta di tutto. A nord battono più sui Celti, nel Lazio sui Romani, quasi nessuno sugli Etruschi o gli Italici, nessuno sui protostorici. Generalmente il livello culturale dei gruppi è abbastanza basso, molto amatoriale, con quel sapore di approssimazione paesana, ma si spera che crescano con il tempo.

E il tempo passa, si studia, le capacità migliorano, si imparano cose, l’attrezzatura si amplia e si raffina, si definiscono ruoli e performance delle compagnie di rievocazione. Si formano associazioni italiane ed europee, si organizzano convegni e manifestazioni continentali. Si delineano gruppi che fanno sfilate, simulano combattimenti, tirano con l’arco, rievocano matrimoni e visite reali, allestiscono botteghe artigiane, esibiscono falconi cacciatori; il tutto durante le fiere paesane o le manifestazioni di rievocazione. Le compagnie si esibiscono alcune volte l’anno, certamente nelle festività del loro paese, ma sono anche invitati da altri Comuni, in altre manifestazioni, a far colore.

Non è più il Rinascimento di una volta….

Nasce quindi una competizione fra le varie compagnie per ottenere più contratti; si corre quindi a farsi o a comprare le armi più verosimili e gli abiti più belli; ci si sforza di mettere in mostra abili  artigiani ed attività attraenti. Si va alla fiera di Piacenza per comprare attrezzature: vanno forte le armi, prodotte soprattutto in Slovacchia e Polonia. Si abbandona poco a poco il Medioevo dove erano un pò straccioni per concentrarsi sull’immaginifico Rinascimento. Per fare colpo sul pubblico si tralascia la verosimiglianza, per non dire la filologia, puntando quasi esclusivamente all’immagine.

Dietro a tutto ciò ci sono, ovviamente, le Amministrazioni Comunali che finanziano le feste e le compagnie di rievocazione che vi partecipano. Quello del rievocatore passa da essere una passione un pò sguaiata di ragazzi brufolosi ad una specie di lavoro di adulti che vivono la crisi occupazionale italiana. Riescono ad inventarsi una qualche entrata economica.

Ma le finanze dei Comuni vanno in crisi e pagano meno e meno spesso, le compagnie, nel frattempo, si sono moltiplicate, l’età e i bisogni economici dei componenti aumentano, gli investimenti necessari a mantenere la competitività della compagnia devono crescere, le motivazioni di passione ed economiche dei rievocatori zoppicano. Il pubblico segue sempre con passione, ma ha bisogno di novità.

La crisi dilaga.

La vittima di tutto ciò è la coltura. Quella che poteva essere una strada divertente per studiare e trasmettere il passato del proprio paese si è trasformata in una immane pagliacciata senza alcun contenuto storico, identitario, culturale, sostenibile. Invece di studiare il passato, le compagnie cercano di racimolare due soldi per comprare improbabili oggetti che li mantengano sul mercato. La mercificazione della Storia; un accumulo di colori sgargianti che si mescolano in un grigio informe. Ancora una volta la perfida macchina acchiappa consenso delle Amministrazioni Comunali ha ucciso la creatura che stava nascendo. Ormai impossibile fare ragionamenti di qualità e di fedeltà filologica ai fatti rievocati. Tutto è piegato alla logica commerciale e turistica.

Una nuova via viene indicata da Guedelon e da Poggibonsi. Nel primo luogo si ricostruisce in scala reale un castello medievale con sistemi che si vorrebbero quelli originali (sicurezza esclusa, ovviamente); la cosa regge grazie a finanziamenti pubblici e poi ad un grande afflusso di folla che paga un biglietto. L’iniziativa va avanti da moltissimi anni ed il castello si avvia al completamento. Gli organizzatori dicono di aver fornito importanti informazioni agli storici sulle tecniche di costruzione che hanno dovuto riscoprire. Vi sono alcune cadute di stile e molto orgoglio nazionalistico francese.  A Poggibonsi, invece, un gruppo di giovani medievalisti guidati da un professore universitario hanno ricostruito l’abitato longobardo scavato lì accanto. La domenica il sito è aperto, accoglie visitatori e scolaresche e gli organizzatori compiono attività dell’epoca nei loro costumi. La correttezza filologica sembra rispettata nei limite del possibile e l’iniziativa ha un grande successo.

Ora bisogna aspettare che si saldi lo spirito di Poggibonsi con i resti dell’armata disfatta dei rievocatori da parata.

 

Le eccellenti abitudini dei ristoratori portoghesi

O cozido, caposaldo della cucina portoghese, affastellamento di carni e verdure.

I ristoranti tradizionali in Portogallo  sono arrivati a ricevere i loro clienti in un modo praticamente perfetto nella sua essenzialità. Un viaggio per comprendere come fanno sarebbe molto istruttivo per i nostri ristoratori fru-fru.

E’ tutto un mondo a parte, assai diverso da quello della ristorazione italiana o europea classica.

Per cominciare i ristoranti tradizionali portoghesi sono numerosissimi; se ne trovano ovunque, in quantità, anche nei posti più sperduti e lontani da ogni flusso turistico. Poi sono anche bar; riescono quindi ad essere sempre aperti offrendo i due servizi. E sono molto frequentati dagli abitanti della zona per il caffè, la birretta, il vino regolarmente in cartone.

La gestione è della famiglia: babbo al banco e a servire, mamma in cucina, figli, nipoti, vicini di casa. Soprattutto non vi sono quei giovani camerieri/e belli, inutili, incapaci ed arroganti che inquinano la ristorazione italiana.  Camerieri vecchi ed anche malandati, ma di grande capacità e professionalità.

I locali sono tutti uguali e tutti brutti. Molto alluminio anodizzato, luci al neon, vetrine ed espositori come da noi furoreggiavano negli anni ’60, massimo ’70. Generalmente stiamo sullo squalliduccio, sul vecchio un pò deprimente, la necessità di un rinnovamento balza agli occhi; non son certo locali accoglienti. Ciò sembrerebbe un punto negativo, ma riflettiamo meglio: nella grande maggioranza dei casi si va in un ristorante per mangiare qualcosa che ci piaccia: il quadro in cui mangiamo è secondario. Se vogliamo invitare a cena una donna o delle persone che ci sono importanti, andremo comunque in un ristorante di lusso, non tradizionale. Quindi che ce ne facciamo della ricercatezza nelle trattorie? Perchè poi, a ben vedere, quella ricercatezza fittizia di cui si pavoneggiano molti ristoranti italiani è spesso ripetitiva, stucchevole, provinciale.

La mobilia dei ristoranti portoghesi è così essenziale e standardizzata che i costi per comprarla devono essere molto bassi. Ed anche quelli saranno sborsati solo una volta ogni alcuni decenni.

Ma l’aspetto assolutamente straordinario della ristorazione tradizionale portoghese è la dimensione dei piatti. Quantità mai viste al mondo. In certi luoghi, ancor più tradizionali della media, nel menu ci saranno due prezzi per ogni piatto: uno per la porzione ed uno per la mezza porzione, di poco superiore alla metà del precedente. Ecco, la loro mezza porzione è equivalente ad una nostra bella porzione; la loro porzione intera sfama una famiglia, canino compreso.

I camerieri ti mettono in guardia; se ordini un primo ed un secondo ti indirizzano verso le mezze prozioni perchè nessuno è mai riuscito a mangiarne due intere. Al che io chiedo regolarmente il perchè di tanta quantità se nessuna la mangia. E mi rispondono che ci sono persone che prendono un solo piatto e con quello è giusto che riescano a sfamarsi. Il mio applauso alla faccia delle porzioncine rachitiche che ti rifilano molti degli imbelli ristoratori italiani.

Ma a costi come si va? Bassi, bassi, bassi. Un primo sta spesso sotto i 3 euro ed un secondo di carne può non arrivare ai 6 euro. Con quelle quantità, è incredibile. Il vino della casa sta sui 5 euro al litro. E’ vero che i costi in Portogallo sono abbastanza più bassi che in Italia, ma  come fanno?  Semplicemente perchè la gestione è familiare, i costi non strettamente legati al cibo sono soppressi e i clienti sono molti.

Quei ristoranti sono sempre affollati di belle tavolate che mangiano e bevono come se non esistessè nè un domani, nè il colesterolo. Si mangia molto e si spende poco; meglio andare al ristorante che mangiare in casa. Ecco il segreto dei bravi ristoratori tradizionali portoghesi.

Resta l’ultima domanda: ma come si mangia in quei ristoranti?

Ebbene, si mangia male, perchè la cucina tradizionale portoghese sembra che sia stata concepita dall’uomo di Neanderthal in un giorno di cattivo umore: senza il minimo garbo. Ma non si può avere tutto!

 

Il meraviglioso mondo delle ghiande portoghesi

In almeno un settore il Portogallo è nettamente all’avanguardia in Europa ed ai primissimi posti nel mondo. Sia come ricerca scentifica che come applicazioni pratiche e perfino per quel che riguarda gli aspetti commerciali. Parlo del settore delle ghiande come alimento umano.

Le ghiande sono un alimento con eccellenti caratteristiche nutrizionali, sono abbondantissime in tutto il mondo temperato ed assolutamente sane, indenni da ogni pratica agricola e chimica.  La mamma delle ghiande è la quercia che è un  meraviglioso albero, protettore del suolo e del clima e caro a molte religioni ancestrali.

Purtroppo sono cattive e di complicata elaborazione; se non fosse per questi due motivi noi continueremmo ad andare a ghiande, come facevano nella preistoria, invece che a pane e riso.

Ma vi sono molti sistemi moderni per renderle buone con una certa facilità ed inserirle stabilmente nella dieta umana. Ci proviamo in molti paesi ma è in Portogallo che vediamo i migliori risultati. Ed un viaggio ghiando-gastronomico in quel paese è del tutto consigliabile.

La regione principale è l’Alentejo con i suoi ondeggianti pascoli ricchi di sughere produttrici di belle ghiande, meno amare delle altre. Il centro è la grande aziende cooperativa Herdade do Freixo do Meio. Loro producono farina di ghiande, integrale, tostata o normale; patè di ghiande, biscotti. Da loro ho mangiato un eccellente cozido (uno dei pilastri della cucina portoghese) contenente ghiande bollite.

Bolota viva produce invece una farina da usare come caffè e una bevanda alle ghiande.  Moinho de Pisoes fa farina, biscotti e dei cioccolatini tipo Baci Perugina con dentro una miscela d farina di ghiande, cacao e zucchero. Pastelaria Landroal a Alandroal fa dei dolcini tipici portoghesi usando farina di ghiande invece che di grano.

Insomma tutta una varietà di cose di grande interesse, bontà e futuro.

Il budello di Oliveira al Pecci di Prato

Il budello di Oliveira al Pecci.

Posate immediatamente quel che avete in mano: tastiera, cazzuola da muratore, borse della spesa, falce e martello, penna, chiave inglese, proprio o altrui baccellone, forbici da parrucchiere e correte immediatamente a Prato, al Museo Pecci.

Il brasiliano Henrique Oliveira ha costruito in un salone del museo una sua opera sconvolgente e meravigliosa che vi ingiungo di percorrere subito, o almeno prima che non la distruggono, forse nell’estate 2018. L’opera si chiama Transcorredor, ma il titolo è brutto e poco appropriato.

Incomincia come un normale corridoio sulle cui bianche pareti sono appese fotografie. Poi cominciano ad apparire i blocchi di cemento e i mattoni con cui sono fatte le pareti ed il pavmento, poi il corridoio diventa budello di roccia, serpeggiante, mal illuminato, sempre più angusto, poi la roccia lascia il posto a fogli di legno curvi, sfilacciati, stratificati mentre il tubo diventa sempre più angusto e le curve strette. In preda alla claustrofobia si esce finalmente nel salone del museo mentre il budello prosegue nel tronco cavo di un vero albero secco deposto a terra. Qui un video.

L’idea finale dell’albero è piuttosto ridicola, ma il corridoio/cantiere edile/caverna/condotto linfatico dell’albero è geniale. Il visitatore rinasce alla luce dopo aver attraversato diversi stati della materia. Una sorta di tubo intestinale del mondo in cui si entra tranquilli, ma da cui si esce stropicciati. Una progressiva metamorfosi esterna che si ripercuote su chi la percorre.

Una esperienza forte, correte a vederla, non la perdete.

Cibo di strada ad Alessandria d’Egitto

Venditore ambulante di pane ad Alessandria. (Foto di Bellyglad via Wiki commons)

(Dal nostro corrispondente ad Alessandria d’Egitto, Giovanni Dottorini)

Alessandria è città di mare e quindi il pesce è fa parte della sua arte culinaria, anche se la carne di pecora rimane la preferita. Ad Alessandria sono rari i venditori di shawarma o kebab ed ormai si son rarefatti anche i carrettini lungo le strade del centro che offrono fave o ceci bolliti tirandoli su da quelle pentole di rame stagnato a forma di grande goccia. Sono, invece, ancora numerosi i carrettini che vendono pannocchie di mais arrostite o bollite, frutta di stagione e soprattutto pane.

Il raro turista ad Alessandria troverà una miriade di piccoli negozi alimentari, ristorantini, caffè e pasticcerie tradizionali, soprattutto nella zona centrale che è la parte più tradizionale della città e dove si può ancora respirare un po’ dell’atmosfera egiziana; per quanto l’apertura di piccoli supermercati di tipo occidentale sia in forte crescita.

Al Attarin è il quartiere centrale,  pieno di artigiani raccolti per tipologia lungo alcune strade; ci sono così le strade dei carrozzieri, dei tornitori, dei falegnami, quelle dei restauratori di mobili, le strade dei tappezzieri. In queste aree brulicano ristorantini e piccoli caffè, con pochi tavolini per sedersi; servono infatti i lavoratori ed il ragazzo di bottega porta direttamente al laboratorio dell’artigiano il tè, il caffè (rigorosamente turco), i felafel, il pasticcio (pasta scotta condita con un po’ di ceci o fave), la zuppa di fave con l’immancabile pane azzimo, la zuppa di moluhia (una erba che nasce spontanea e che cucinata diventa lattiginosa). Come bevanda regna il tè, anche perché è meno caro del caffè. Ne bevono una quantità enorme, è molto forte ed è servito in bicchieri normali. L’igiene di questi ristorantini è precaria anche se sta piano piano migliorando.

(Foto di Mohanad5ayman via Wikicommons)

Anche le pasticcerie sono abbastanza numerose; si tratta di piccoli locali senza sedie e tavolini. In questo tipo di pasticcerie i dolci sono quelli della tradizione araba, fatti con pasta lavorata con grasso di pecora e farciti in svariati modi e forme: con miele, pistacchi, mandorle, noci e soprattutto noccioline perché meno care. Tali dolci possono essere a sfoglia o a spaghetti e cotti al forno o fritti. In alcuni viene usata anche l’acqua di rose, sostituita ormai da un aroma chimico.

I piccoli negozi alimentari vendono di tutto: dall’acqua, al riso, alla pasta (egiziana), al latte a lunga conservazione, all’olio, allo yoghurt e al Kefir. Alcuni vendono anche un po’ di frutta e verdura e carne di pecora, ma non tutti i giorni. Non ho mai capito la ragione, ma non vi si trova il pane. Questo lo possono vender solo i panifici o i carretti per strada.

Una menzione a parte va fatta per le pescherie che ancora lavorano in Al Attarin: vendono soprattutto pesce di fiume, pescato nelle inquinatissime lagune dietro alla città o pesce azzurro o aringhe affumicate. Non c’è una grande tradizione nel vendere pesce fritto per strada. Questo avviene sporadicamente  in carrettini lungo la cornish, e friggono solo pesciolini.

Lungo la cornish e nei quartieri bene si trovano buoni ristoranti (sia di pesce che non), bar e pasticcerie con dolci sia arabi che occidentali. Diciamo che a livello culinario la città offre ancora la possibilità di trovarsi una cucina tradizionale e povera con cibi gustosi e semplici. Purtroppo i molti prodotti che arrivano in città dalla retrostante e fertilissima regione agricola del Delta sono probabilmente molto contaminati sia da un punto di vista chimico che sanitario.