Bucanieri e resort ai Caraibi

Di quali affari si tratterà? A Dominica

La ciclica e terribile violenza di Haiti, le continue truffe di Santo Domingo e di Barbuda, la mafia di Saint Martin, il razzismo della Guadaloupe, l’incosistenza della Martinica, le commissioni del 25% al bancomat di Dominica, hanno la stessa causa.  I Caraibi sono state terre di bucanieri, filibustieri, corsari, pirati. I primi erano dei disgraziati che su quelle isole cacciavano, arrostivano e vendevano alle navi che arrivavano dall’Europa, vacche e capre che i primi esploratori vi avevan0 lasciato brade e che si erano largamente riprodotte. Conoscevano perfettamente i luoghi e diventavano predoni appena ne avevano l’occasione, taglieggiando i naviganti a terra. Quando lo facevano direttamente in mare venivano chiamati filibustieri. Quando poi avevano un’autorizzazione da parte di una Corona europea diventavano corsari. Se invece si organizzavano bene e per conto loro eran pirati. Comunqe delinquenti.

Strutture schiavistiche a Barbuda.

Sulla terra le cose non andavano meglio: una sottile classe di latifondisti dello zucchero schiacciava una massa informe di schiavi. E da nessuna parte, salvo, forse, a Cuba, nacquero strutture statali abbastanza potenti da mettere un pò d’ordine in tanta efferata ingiustizia. I Caraibi son sempre stati terre di nessuno, isole cambiate di mano mille volte, teatro di atrocità. Luoghi di rapina, di violenza, di stratagemmi, di vita fatta di espedienti.  Addirittura, poco prima dell’arrivo dei bianchi furono conquistati dai Caribi, indigeni centroamericani di abitudini guerriere e cannibaliche, tanto per dire quel che queste terre hanno visto.

Son passati secoli ma tanta violenza non poteva non lasciare abbondanti lasciti fino ad oggi. L’individualismo furbesco, l’appropriazione indebita costante, la violenza furtiva, l’inconsistenza dei valori, l’inaffidabilità anche fra prossimi, l’arroganza, l’impulso irrefrenabile alla prevaricazione e all’intimidazione, la corruzione, la sfacciataggine sono il pane quotidiano di quei luoghi. Ma anche, semplicemente, la maleducazione, la cafoneria costanti, l’imperante cattivo gusto.  Un inferno umano collocato in un paradiso geografico, un beffardo scherzo della condizione umana.

Club Meditarranée alla Martinica.

Il turista forse non capisce fino in fondo tutto ciò e spesso non ha gli strumenti linguistici per approfondire. Guarda e passa, ma sicuramente  subisce i mille problemi che un ambiente altamente ostile gli causa costantemente. L’insicurezza è ovunque alta; probabilmente non riceverà danni fisici, se non è molto sfortunato, ma il suo portafaogli non ne uscirà indenne. In una o più delle molte forme in cui ciò è possibile. Ciò deve essere apparso molto chiaro agli imprenditori turistici che, quindi, hanno deciso che sarebbe stato  bene interporre un’alta muraglia fra i turisti ai Caraibi e gli abitanti locali.

Hanno quindi costruiti giganteschi villaggi turistici (qua ed ora detti resort) dai quali i turisti non escono, se non scortati durante le famigerate escursioni. E loro non ci pensano nemmeno ad uscire, terrorizzati come sono dai racconti, esagerati ad arte, di ciò che succede fuori. Così consumano e spendono sempre ed esclusivamente all’interno del resort.  L’unico punto dove il turista potrebbe entrare a contatto con il mondo esterno è la spiaggia, che proprio non si resce a recintare; ma qua, nerborute guardie li sorvegliano.

Insomma, il turismo è riuscito a separare il paradiso geografico, consegandolo ai turisti, dall’inferno umano. Un’operazione raffinata.

Oltre Buenos Aires

Il paradiso del viaggiatore terrestre, il terminal dei bus di grande distanza del Retiro a Buenos Aires (di Elsapucai – Wikicommons)

Per gli Argentini il loro paese è Buenos Aires e poco più. Un terzo di loro vi abitano, molti altri vorrebbero andarci. Un funzionario che viene mandato nelle province avrà uno stipendio molto più alto di quello percepito nella capitale, anche se qui la vita è più cara. Il campionato di calcio argentino si gioca sostanzialmente fra squadre della capitale. La mia prozia Lucia si rifiutò di lasciare la capitale quando suo marito ebbe una promozione, ma nel sud.

Un turista, invece è spesso più attratto dal paese che dalla Capitale. Tralasciando la ovvia e banale cascata di Iguazu al nord, il turista si spingerà a sud, tralasciando la brutta e fangosa spiaggia di Mar del Plata. Si dirigerà verso sud e se ha un pò di tempo lo farà in bus, una delle esperienze centrali di un viaggio in Argentina.

Vi è a Buenos Aires una sterminata stazione dei bus dove decine di compagnie diverse offrono trasporti per ogni angolo del paese. E’ la mecca del viaggiatore: si può aggirare fra le file delle biglietterie e sognare mille viaggi diversi, fino a sceglierne uno e comprare il biglietto (si può fare per Internet, ovviamente, ma farlo di persona è bellissimo). I viaggi possono durare due o tre giorni, per l’estremo sud della Patagonia e della Terra del Fuoco. Soste ogni due ore in moderne e spesso sperdutissime stazioni-bus. I posti sono abbastanza comodi e si dorme a bordo. Il personale è composto da un paio di autisti ed un paio di persone per la cabina. Sono stati certamente reclutati fra le SS e trattano i passaggeri come se li portassero al campo di concentramento. Gli autisti, per resistere alla stanchezza di viaggi simili fanno palesemente uso di sostanze ed hanno reazioni di conseguenza. Ho visto l’autista in riposo dormire nel vano portabagagli, sotto la cabina dei passeggeri. La velocità è alta e solo recentemente si è riusciti ad imporre i limiti di velocità, grazie alla tecnologia. Le strade sono spesso pericolose e gli incidenti non rarissimi.

La pampa, qui sulla Ruta 40. (di Giacomo Miceli – Wikicommons)

Il viaggio comincia, verso sud. Prima si attraversa la cosiddettta “Pampa umida” che può essere molto simile ad una pianura italiana, dedita soprattutto all’allevamento. Erano le verdi praterie degli indigeni che gli infami colonizzatori spinsero a morir di fame nella successiva “Pampa secca”.

La monotonia e la desolazione di questa pianura priva di ogni cosa che non siano pali che reggono il filo spinato a cui sono rimasti attaccati ciuffi di pelo di pecora. Non c’e’ nient’altro. Solo erba triste, grigiastra e rachitica. Qualche avvallamento, le Ande lontanissime. Ore, giorni, notti con lo stesso panorama. Paesi desolati e spampanati, bottegucce con sapore agli anni ’60 nostrani. Gente che se è lì è perchè le cose non sono andate loro per niente bene.

Il meraviglioso Lago Traful (di Asnodeoro – Wikicommons)

Se il viaggio vuole essere estraneamento da sè, confronto con il mai immaginato questo viaggio va fatto. Un europeo non può immaginare una simile monotonia ambientale. Raggiungere il sud in aereo è come mangiare il cono buttando via il gelato. Il sud o le Ande non si capiscono se non si raggiungono attraverso la pampa.

Poi si arriva e si trovano meraviglie: non certo Bariloche, che deve la sua fama più ai nazisti rifugiati che al lago turbolento. Le meraviglie sono altre: la Ruta 40, i laghi andini, prima su tutti Traful, il ghiacciaio del Perito Moreno, Ushuaia. Alte ore e giorni di bus e di pampa infinita, almeno fino ai boschi della Terra del Fuoco.

Il fascino di Haiti vince le difficoltà

La costa di Jacmel.

Ovunque passiate la notte, ad Haiti, vi addormenterete ascoltando, vicini o lontani, dei tamburi che punteggiano la notte. Suoni profondi, ripetitivi, a lungo, invocanti. Non oserete seguire quel ritmo e raggiungere la cerimonia, ma vi addormenterete nella calda notte con la consapevolezza che sta succedendo qualcosa, da qualche parte, nell’oscurità. E’ il caldo cuore nero di Haiti.

Haiti è il paese più povero dell’Occidente, è la prima repubblica nera del mondo, è il primo paese sudamericano che si è liberato dalla colonizzazione.

E’ quasi scevro dal turismo ed è abbasanza complicato da visitare. Ma ritengo che riservi emozioni importanti ed ormai rare. Lo sto assaggiando poco a poco com incursioni timide ma avvincenti partendo dalla Repubblica Dominicana.

Su queste barche si passano ora di viaggio fra località costiere non più servite da strade percorribili in auto.

Le strade sono in uno stato calamitoso, i trasporti sono molto difficili. Sulle poche strade ancora decenti circolano i bussini tipo 9 posti (originariamente, ora sono 15) oppure dei pick-up il cui cassone è stato trasformato in camion tipo trasporto dei militari. Sulle strade peggiori vi sono i 4×4 tipo ambulanza con quattro file di sedili. Alcuni viaggi si fanno per mare, su delle barcacce, per mancanza di strade. Bisogna fare spesso lunghi giri, perchè le vie dirette sono in troppo cattivo stato. Su queste strade si può usare la moto-taxi, con due passeggeri, per meglio dividere le spese. Si finisce il viaggio a pezzi. Eppure….

Ovunque vi è un disastro ambientale continuo: la popolazione cucina con il carbone di legna e le pendici sono disboscate, le piogge tropicali provocano frane ed allagamenti; la raccolta delle immondizie è molto carente e questa giace ovunque a cumuli; i corsi d’acqua portano enormi masse di plastica che finiscono prima in mare e poi sulle spiagge. Nei quartieri periferici della capitale Port-au Prince le condizioni di vita sono spaventose per lo stato delle abitazioni, la mancanza di fognature, l’immondizia imperante, il traffico caotico, la polvere e lo smog che ingessano la città sotto il sole soffocante dei Caraibi. Mi sposto in moto-taxi che serpeggia fra le auto, i mucchi di monnezza, i rivoli di acqua laida nei quali grassi maiali urbani e bradi cercano cibo; il caldo mi sfianca, il sole mi fonde: reggo l’anima con i denti. Eppure…

Jacmel fu città ricca e moderna.

La popolazione è povera, vi è uno stato di abbandono e di miseria imperante. L’impressione generale è di decadenza, di abbandono; ma si continua a costruire ovunque, bene o male che sia. Il paese vuole vivere. Altrove la situazione sembra molto migliore, addirittura buona, ma a Port-au-Prince la sicurezza è molto carente. Al di fuori del quartiere-bene, Petionville, è veramente molto pericoloso girare e conviene affidarsi a gente conosciuta ed amica. E muoversi alla sveltina. Eppure….

I prezzi degli alberghi e dei ristoranti sono molto alti. Non vi è turismo, ma per molti anni vi è stato un gran numero di operatori umanitari e di truppe dell’ONU, dopo il terremoto, le turbolenze politiche, il colera, gli uragani. Persone dotate di buoni stipendi e di buone vetture che passavano il fine settimana nei luoghi più belli. Ciò ha gonfiato i prezzi. Ora i più di loro sono partiti o stanno per farlo e immagno che quegli esercizi andranno in crisi. Ma per il momento non abbassano i prezzi. Il livello dei servizi è abbastanza basso, nonostante il prezzo alto ed il personale è lontano dall’essere professionale. La luce manca molto spesso. Chi volesse risparmaire dovrebbe alloggiare in condizioni inaccettabili per le abitudini europee e comunque dovrebbe pagare relativamente caro. Intendersi non è semplice: si parla creolo e solo pochi capiscono il francese, lo spagnolo o l’inglese. Eppure…

Il centro storico di Jacmel.

Eppure, la gente sorride ed è gradevole, accogliente, simpatica e viene voglia di conoscerla e di chiaccherarci. Si capisce che vi è tutto un mondo umano che merita di essere frequentato, capito, approfondito. Niente a che vedere con la sciatta superficialità della contigua Repubblica Dominicana.

Eppoi ci sono quei tamburi nella notte….

La Tigre di Buenos Aires

La sottile malinconia del delta del Tigre. Uno dei tipici imbarcaderi. ( di http://www.flickr.com/people/66729277@N00/ )

La gita fuori porta più sconcertante che si può fare da Buenos Aires è al Delta del Tigre. La parte più prossma alla città dell’enorme delta del Paranà è un enorme intrico di corsi acqua, grandi e piccini, tortuosi e fangosi che dividono un gran numero di basse isole alluvionali, ricchissime di vegetazione.

Dal porto della cittadina di Tigre si prendono dei battellini pubblici che, al pari dei vaporetti di Venezia, percorrono fiumi e canali per molti chilometri. Si scende alle fermate. Le isole più lontane sono agricole, vi si allevano le immancabili mucche argentine, vi si tagliano gli alberi per farne del legname. Alcuni vi organizzano trekking o camping estivi, sempre accompagnati dall’immancabile asado. Il tutto è molto fangoso, ma anche molto naturale e caratteristico. Tipo Delta del Po, ma molto meno toccato dall’adunca mano dell’uomo, assomiglia al delta del Danubio.

Ma la zona più interessante è quella nel raggio di un’oretta di barca dal porto di Tigre. Usciti dalla convulsione del centro, si percorrono canali sui quali generazioni di Bonairensi hanno costruito le loro ville, villette, villoni, villini, case, casette, bungalow, capanne e ripari per il fine settimana o per le vacanze. Le magioni più grandi ed antiche vicine al porto; quelle più moderne, più lontane; quelle più modeste, nelle isole più basse e fangose. E’ tutto rigorosamente senza macchine. Ogni isoletta ha la sua fermata ed un stradellino pedonale che ne fa il giro, su cui si affacciano una teoria continua di parcelle con le abitazioni. Giardini di tutti i tipi e di tutti gli stati di cura o di abbandono. Chi con la piscina, chi con i setti nani. Di tanto in tanto un ristorante.

Il negozio galleggiante che fa il giro dei canali. (By https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16699569)

Naturalmente il tutto gronda umidità e solo pochi centimetri di terra fuoriescono dall’acqua del fiume. Le inondazioni devono essere frequenti. L’impressione generale è quella della triste ed un pò squallida malinconia di chi non può permettersi niente di meglio, ma che è molto contento di ritrovarsi con i vicini, la domenica, a mangiare il solito asado. Perchè, in realtà, non si cosa altro vi si possa fare, in quelle casette. Per cambiare isola ci vuole il vaporetto, il bagno non si può fare perchè l’acqua è fangosissima e le passeggiate si riducono ad andare in su e giù lungo il percorso perimetrale della propria isola. Qualcuno ha delle barchette a remi o con un motorino per circolare un pò fra i canali.

Una delle vecchie ville.

La zona è molto vasta, le case devono essere migliaia e migliaia; naturalmente esistono isole di migliore frequentazione sociale ed altre più proletarie.

Il turista vi passa volentieri una giornata, facendovi un giro; si meraviglierà molto di questo grande insediamento turistico, ne osserverà con interesse le peculiarità e si rallegrererà in cuor suo di non parteciparvi.

Al Tigre, una trentina di km a nord del centro di Buenos Aires, ci si arriva in treno dalla stazione del Retiro, o, con un lungo viaggio, con il mitico bus numero 60.

L’infinita monotonia del Sudamerica

Pascolo sudamericano. Ve ne sono miliardi così.

Il viaggiatore che avesse voluto fare il giro delle capitale sudamericane in bus, al termine del suo viaggio, avrebbe percorso 18.000 km, ma avrebbe visto ben poco dal finestrino del suo posto. E non solo perchè rincoglionito dalla musica, dal sonno, dalla gelida aria condizionata. Ma perchè il paesaggio sudamericano è straordinariamente monotono, sia pure con la lodevole eccezione delle Ande. Predominano amplissimi pascoli maltenuti recintati dal filo spinato tunuto su da alberelli tristi e fitti; pascolano semibrade mucche apparentemente felici. Le uniche ad esserlo, certo più dei muli, asini, cavallini di incertissima genealogia ma di certissimo duro lavoro quotidiano condito da maltrattamenti.  A volte si vede un pò di aridità, a volte molti alberi, ma la sostanza è il pascolo abbandonato alla volontà di Dio.

Povere bestie, povera gente.

Ma anche tutto il resto è monotono: la lingua è sempre la stessa: spagnolo o portoghese; la cultura è molto simile, la storia è andata sullo stesso binario, la religione è ovunque la stessa, l’architettura antica è coloniale o moderna tutta simile. L’aspetto delle periferie attraversate dal bus del nostro viaggiatore è straordinariamente uguale ovunque: case basse, brutti hangar industriali o commerciali maltenuti, enormi e pervasive insegne ovunque: squallore, sporcizia e tristezza.

Ho già scritto dell’infelicissima condizione umana sudamericna e questa è certamente la causa principale della piattezza di quel continente. Popoli malmenati dalla storia, società autoritarie e violente, individui rigidamente fissati nei ruoli sociali e privi di libertà. Il risultato è l’inesistenza della speranza, il dominio della depressione, l’attendismo e il fatalismo.

Squallore, commerci, case cadenti, fili elettrici ovunque.

I ricchi sdegnano il lavoro e non si curano dei loro sterminati latifondi che producono frazioni di quel che potrebbero dare. Aziende agricole infinite che non ricevono attenzioni ed investimenti e sono miseramente destinate alla meno produttiva delle produzioni: l’allevamento bovino che però crea grande prestigio sociale; quando la domenica si va in fattoria, con il cappello da cow boy, i jeans e la camicia a quadri a mangiare pantagruelici barbecues di carne troppo cotta.

Ecco perchè il nostro viaggiatore vedrà quasi esclusivamente pascoli maltenuti. I proventi che pur danno, saranno investiti in attività finanziarie, a far compere a Miami, ad arredare attici nei grattacieli delle capitali.

Ma nelle capitali chi può se ne frega delle miserie.

Quando i proprietari si curano della loro terra cercheranno di seminare prodotti miracolosi che li arrichiscano in mesi, non in anni. In tutto il continente vi è la perenne rincorsa al prodotto miracoloso capace di entrare sui mercati internazionali: l’esportazione è il miraggio. Ma raramente riesce e spesso causa più indebitamento al paese che reddito ai suoi abitanti.

E non si può certo chiedere ai miserrimi operai agricoli o ai poveri piccoli proprietari di terra di migliorare il proprio ambiente: vivranno in povere case malandate, in paesi senz’anima e decoro. Le amministrazioni locali poco possono e meno fanno. Servizi a zero e migliorie urbane assenti.

Quindi il nostro viaggiatore attraverserà un miliardo di cittadine, paesi, villaggi, frazioni tutti tristamente uguali e squallidi. Pieni di una umanità arresa e solo desiderosa di andarsene o di bere.

Ed in questi centri più o meno urbani il viaggiatore troverà il trionfo del commercio. I paesi sudamericani sono in mano a quella borghesia sfacciata che ha fatto e mantiene la propria fortuna sul commercio. E’ il Vangelo di quel continente: non vi sono regole, condizioni, protezione per il consumatore, sistemi fiscali che reggano. L’imperativo è vendere: del resto la popolazione urbana è giovane, sta cercando di uscire dalla miseria rurale ed è desiderosissima di beni. E aprono quindi, le porte, infiniti negozi con le loro scritte urlanti e colorate. Le merci spesso sono di bassa qualità, malamente offerte, per niente valorizzate. Commessi più attenti a non farsi rubare la merce che a servire il cliente. Clienti creduloni e raggirabili. Tutto terribilmente dozzinale. Pur di avere si compra cianfrusaglia.

L’immagine simbolo delle periferie sudamericane.

Mercati e mercati, quartieri commerciali, banchi dappertutto, ambulanti ovunque, musica, casino, merci, merci, merci. E questo, sempre uguale, durante i 18.000 km del nostro viaggiatore. E sulle arterie, soprattutto meccanici, gommisti, magazzini di ricambi auto. Il parco auto vetusto, la poca perizia nella guida, lo stato delle strade, l’improvvisazione di molti meccanici fanno sì che le auto siano bisognose di continue cure e ricambi.

Il nostro viaggiatore più difficilmente avrà una esatta percezione di quella strana e complessa cosa che è la cultura.  Quella grande omogenietà linguistica, storica ed anche culturale del continente avrebbe creato un unico e formidabile popolo, nei sogni del Libertador Simon Bolivar. Purtroppo non è stato così. Sono popoli troppo schiacciati prima dai latifondisti, poi dalla borghesia commerciale, poi dagli attuali imperi finanziari per riuscire a crearsi un prorpio autentico cammino.

L’architettura coloniale, per quanto gradevole, è estremamente ripetitiva.

Sono quindi popoli diversi e che spesso si odiano pur condividendo il 90% delle caratteristiche culturali; che restano però frammentarie, esili, contraddittorie, dispari. Il viaggiatore attento si troverà quindi difronte all’infinita ripetizione degli stessi schemi culturali da un capo all’altro del continente, ma che troverà sostanzialmente inconsistenti. Niente a che vedere, per intendersi, con la strordinaria forza culturale degli africani che lascia basiti e meravigliati.

La moda dei viaggi in Sudamerica, da parte degli italiani è mutevole. Ebbe un auge negli anni ’70 ed ’80 soprattutto nella sinistra giovanile; sulla spinta del Che Guevara, di Jorge Amado e di Garcia Marquez; delle rivoluzioni Nicaraguense, dei movimenti Centramericani, Peruviani;  della solidarietà alle immani tragedie cilene e ed argentine. Ed il modello era proprio quello di andare in giro con i bus, molto più avventurosi a quei tempi, e di mescolarsi alla popolazione, visitando i gruppi e le iniziative dei compagni rivoluzionari. Facendosi, nel contempo, anche un sacco di canne e poi di coca.

Il sovrano delle strade sudamericane.

Ma quel movimento turistico si esaurì. Forse per il mutato ambiente politico europeo, forse per l’invecchiamento di quei turisti. Ma probabimnete anche per aver riconosciuto che si trattava di un ‘infatuazione con poca sostanza. Esattamente come i romanzi, di fama del tutto passeggera, di Garcia Marquez con il suo stuccevole (ma che piaceva tanto) realismo magico.

E l’America Latina, come destinazione turistica globale, è crollata. ormai non ci va quasi più nessuno. Alcuni a Macchu Picchu o nei resort sulle spiagge. Che tristezza.

Il paradiso proibito della Penisola di Paria

Un luogo affascinante, la natura avvincente, le spiagge fra montagne verdissime e mare tropicale, l’elemento umano particolarmente complesso, grandi porzioni disabitate e difficilmente raggiungibili, Parchi Naturali assolutamente intatti, flora e fauna particolari, le tartarughe che depongono le loro uova.

La Penisola di Paria sarebbe una frontiera turistica di grandi promesse. E’ l’estrema punta del Venezuela verso l’isola di Trinidad, la chiusura meridionale del grande arco dei Caraibi che comincia in Florida. Un luogo dove viene voglia andare per aiutare uno sviluppo rispettoso del turismo naturalistico sulle ripidi pendici della catena montagnosa che la percorre in tutta la sua lunghezza, superiore ai 100 chilometri. La faccia meridionale è meno interessante e più abitata; quella settentrionale, per gli ultimi 70 chilometri non ha strada e quei pochissimi villaggetti esistenti sono raggiungibili solo per mare.

Una enorme parete verde che si butta nel mare.  Una fonte infinita di camminate e di osservazioni naturalistiche che finiscono sulle spiagge del Mare dei Caraibi. Pochissime strutture turistiche, solo all’inizio della Penisola e molto spesso in stato di abbandono avanzato; nessuna struttura del Parco; pochissime informazioni disponibili, rarissimi stranieri residenti, turismo virtualmente inesistente.

Ma perchè nessuno ci va?

Non solo per la difficile situazione attuale del Venezuela, non solo per la marginalità della sua posizione geografice o per la lontananza dagli aeroporti. Non solo per la mancanza di infrastrutture viarie (in pessimo stato) o turistiche.

La vista dalla terrazza di quello che doveva essere il mio albergo.

Il vero motivo è che tutta questa costa è in mano alle bande del narcotraffico, da almeno trent’anni. Nel luglio del 2016 a San Juan de Galdonas, l’ultimo villaggio importante della costa nord, vi è stata una battaglia durata 8 ore. La Polizia e l’Esercito non si fanno vedere ed hanno lasciato una minima presenza di agenti che si occupano del traffico (delle auto, non della coca). Quando hanno provato ad avvicinarsi ne sono stati scacciati con le armi. I rappresentati politici sono completamente controllati dalle bande.

Molti degli abitanti sono pescatori; ma molti di più hanno formidabili imbarcazioni potentissime con cui portano in poche ore la coca alle isole dei Caraibi, da dove prosegue verso Stati Uniti ed Europa. Una bella percentuale dei giovani dei villaggi della costa sono sparpagliati nelle poco accoglienti prigioni della corona delle isole caraibiche. Partono per qualche ora ed i parenti vengono a sapere che sono stati arrestati mesi dopo.

In un contesto tale le armi abbondano e la vita costa poca. Anche aggirarsi per le strade di Carupano. Rio Caribe, San Juan e gli altri villaggi è sconsigliabile; sulla spiaggia è bene andarci in costume e ciabatte e nient’altro. In una settimana ho visto due rapine, una con spari.

Mi ero innamorato di quel posto; avevo trovato un hotel da affittare a San Juan, a picco sulla spiaggia. Un luogo dove dimenticarsi che il mondo esiste.

Fortunatamente non trovammo l’accordo…..

Una strana bevanda amazzonica

Le ciotole per la chicha sono spesso bellissime.

La chicha di yucca è l’incubo dei viaggiatori nell’Amazzonia profonda in Ecuador. Quando si è saputo come viene preparata è difficile mandarla giù. Viene offerta ai viandanti che giungono nei villaggi della foresta e rifiutarla è un grave affronto, un segno di disprezzo nei confronti di chi la offre. Le conseguenze possono essere assai pesanti.

Del resto il viaggiatore è stanco e assetato dopo aver marciato a lungo nella foresta o aver remato sui fiumi. Arrivare in un villaggio, sedersi all’ombra di una tettoia di paglia, presentarsi e conversare con chi accoglie è un gran ristoro. La conversazione avviene con gli uomini, ma arriva rapidamente una donna anziana che distribuisce a ciascuno una ciotola di ceramica (ve ne sono di finissime) o ricavata da una zucca. Passa poi con un grosso recipiente di ceramica e versa nelle ciotole un liquido giallastro in cui navigano numerose fibre.  Gli astanti bevono soddisfatti rimovuendo dal labbro superiore le fibre che vi restano incollate. Quando la ciotola è vuota la vecchia la riempie di nuovo. Se, troppo presi dalla conservazione, si resta con la ciotola mezza piena, le fibre tendono ad andare a fondo e ciò non è gradevole. Quindi la vecchia accorre, infila le dita nella ciotola e gira il liquido riportando le fibre a navigare.

Ma questo smucinio di mano sporca non è niente rispetto alla preparazione della bevanda. La yucca (o manioca) è una radice largamente utilizzata in tutto il mondo tropicale. In Amazzonia, soprattutto ecuadoriana e colombiana, si usa anche per fare questa bevanda. Le radici vengono sbucciate e bollite, diventando abbastanza morbida. Le donne anziane del villaggio, ormai inadatte al lavoro nei campi o alla pesca nel fiume, le masticano pazientemente con quei pochi denti rimasti loro e le sputano in un grosso orcio. Si aggiunge dell’acqua e si mette vicino al fuoco. La poltiglia, arricchita dalla nutrita flora microbica apportata dalle signore, si riscalda leggermente e fermenta come qualsiasi liquido ricco di carboidrati. Dopo qualche gorno la chicha (pronuncia ciccia) è pronta e può essere consumata. E’ leggermente alcolica, deve arrivare ai 6 – 8 gradi, ad occhio, un pò frizzante e di gusto gradevole, molto dissetante. Se si aspetta ancora del tempo si ha il vinillo, più alcolico ma che diventa spesso acido.

Il fatto che le signore siano probabilmente tubercolotiche (le condizioni di vita nella foresta sono molto dure) attraversa la mente del bevitore guastando un pò il piacere della bevuta. Del resto non serve a niente affrettarsi a svuotare la ciotola per assolvere i doveri sociali e togliersi il pensiero. Una seconda ciotola sarà immediatamente servita e poi una terza, visto che la prima è stata così gradita.

Alla salute!!