Il Delta d’inverno

E sono di nuovo sulla bicicletta, cappello, guanti, numerosi strati di tute (compresi i mutandoni lunghi di lana del nonno), sugli argini, sulle strade, sui ponti di barche, sulle spiagge del Delta del Po. E ritrovo fortissime le emozioni di questa terracqua che non dovrebbe esistere. Pedalo con la pioggia, la nebbia, il vento, il freddo, la solitudine; questo posto che mi affascina senza fine.

D’inverno i campi sono lavorati in attesa del mais o del riso; il grano e i foraggi cercano di spuntare come possono. Le enormi distese sono intrise d’acqua che affiora spesso in pozze fra il fango. La nebbiolina sfuma l’orizzonte, i lontani filari di alberi sono fantasmi; innumerevoli pennuti di svariati generi, specie e piumaggi si aggirano rimpiangendo di non aver migrato sul Nilo.

Le vecchie case sparse nei campi, lontane le une dalle altre sono perlopiù abbandonate, in cattivo stato, erose dall’umidità, dalla muffa che le annerisce, dalle rampicanti che le scalano. Quelle abitate cercano di nascondere sotto una pittura di vivaci colori la disperazione di una colonizzazione agricola che non e’ mai riuscita a rendere ospitale questa zona. Pur vicinissima a Padova, Venezia o Ravenna, resta una specie di terra di nessuno da cui andarsene e dove non andare. Devo essere l’unico turista di tutto il Delta, penso che si chiedano chi me lo ha fatto fare di venire, cosa ci troverò io e gli altri che sempre più numerosi vengono con la stagione migliore.

Il ponte di barche di Gorino. Dall’Emilia si entra in Veneto: si paga e si prega.

Qualche paesino: Santa Giulia, San Rocco, Donzella, Cà Mello, Boccasette, Polesine Camerini e molti altri sono fatti da alcuni grandi edifici agricoli delle vecchie fattorie padronali e da casette di quella triste architettura democristiana che voleva dare una casa ai contadini, come in Maremma, come nell’agro pontino. Case spesso chiuse, in vendita, sbiadite. Un bar scoraggiato come unica forma di vita; forse una bottega. I paesi più grandi: Scardovari, Cà Tiepolo, Goro, Gorino in Emilia dove la pesca e l’allevamento delle vongole portano eccellenti guadagni che non riescono a migliorarli. A rendere gli abitanti orgogliosi di abitarvi. Tristezza, spaesamento, umidità, ignoranza, razzismo, separazione.

Eppoi c’e’ l’argine, immanente e sempre vicino che ti separa dall’acqua, più alta della terra  che resta tale solo grazie all’incessante opera di decine di idrovore.

Quando sali sull’argine la terra sparisce, la dimentichi ed esiste solo quel mondo fatto di fiume, canali, palude, canne, vegetazione palustre, lembi di fango, spiaggie. E la solitudine della campagna si moltiplica per cento in questo mondo di impossibile accesso a piedi e di difficile percorribilità in barca. Una strada asfaltata fa il giro, per una quindicina di km, della Sacca di Scardovari con le sue coltivazioni di vongole e le baracche su palafitte dei pescatori. Dopo le 10 di mattina non c’e’ più nessuno ed il ciclista può compiere l’intero giro senza incorciare una macchina, una persona. Il grigio piatto dell’acqua si confonde con il grigio del cielo, l’orizzonte non esiste; spuntano alte sull’acqua solo le garitte dei guardiani armati che vegliano contro i furti delle vongole.

Sono andato sulla spiaggia di Barricata, ho fatto un fuoco ed ho arrostito delle salsicce bruciando legni spiaggiati e arrotondati dalla risacca. Boe sfuggite alle proprie ancore, pezzi di reti, scatole per il pesce, tronchi, canne, la sabbia fine del delta, l’acqua torbida.

Si fanno decine di chilometri in bicicletta senza vedere nessuno, fermandosi in un bar a bere un vino frizzante alla spina, chiaccherando con l’uomo del pedaggio del ponte di barche che durante l’inverno non arriva a riscuotere quel che prende di stipendio. Innumerovoli cadaveri rinsecchiti delle nutrie che si fanno schiacciare dalle poche macchine che passano.

Delta strano, fuori dal mondo, strappato a caro prezzo e senza vera necessità al mare ed alle paludi a cui, credo, finirà per tornare se daremo ascolto al corso della Natura.

Bella e dura la vita del ciclista in Sardegna

A Carbonia la pista ciclabile più fiorita d’Italia.

Cosa può sognare di meglio un cicloturista che strade solitarie serpeggianti per disabitati e variati paesaggi di aspra natura o di meravigliosa costa? Assolutamente niente e qua sta il fascino della Sardegna in bicicletta.

Ma tanta meraviglia, mille volte consigliabile, ha il suo prezzo. Abbastanza alto.

La Sardegna è terra nervosa. Pianure poche, salite e discese tantissime. Il dislivello accumulato a fine giornata, grazie a mille salitelle, richiede gambe sicure: un continuo saliscendi.

Fra Chia e Budello, estremo sud.

La Sardegna è terra poco abitata ed arida: ci possono essere 20, 30 ed anche più chilometri fra un paese ed un altro e non ci sono case sparse o fontanelle. Bisogna avere abbastanza acqua ed un pò di cibo con se.

Per gli stessi motivi la viabilità sarda non favorisce il ciclista. In molti casi vi sono strade deserte, in altri non vi è una viabilità alternativa alle grandi vie di scorrimento rapido. Il ciclista si troverà quindi obbligato a percorrere assi a 4 corsie con camion che lo sorpassano a forte velocità. Pericolosissimo.

Si sa, la Sardegna è luogo ventoso. Il maestrale è il più temibile, ma ce ne sono molti altri che soffiano da tutte le direzioni, ma principalmente che vengono proprio da dove voi andate.

Sughereta.

E’ ancor più noto che la Sardegna è terra di greggi e di pastori e di formaggio. Tutto bene, se non che insieme a questi tre elementi ve n’e’ un quarto: i tremendi cani pastori che quando passate in bicicletta vicino al gregge che pascola a bordo strada vi si avventano alla caviglia lato pecore. Inconveniente gravissimo che vi fa stare all’erta tutto il tempo osservando il paesaggio alla ricerca delle greggi, come se foste un lupo affamato.

Il simpatico cagnolino convinto che volete rubargli le pecore.

Sarà per tutti questi motivi, ma il cicloturismo non è molto diffuso in Sardegna. Quindi sarete guardati con una certa meraviglia; la notorietà dell’eroe isolano Aru fa sì che questa meraviglia sia spesso benevola, ma non mancano coloro i quali si divertiranno a prendervi per il culo.

La Sardegna è regione militarizzata. Mille sono le basi dell’esercito italiano che vi scorrazza come in terra di conquista: sono numerosi i mezzi militari che percorrono le strade dell’isola. Deve essere stato dato un ordine, da un qualche generalissimo, secondo il quale tali mezzi devono suonare il clacson come disperati alla vista di un ciclista. Nessuno osa infrangere l’ordine. Se vi supera una colonna, ne uscite sordi. Alcuni autisti, particolarmente ligi, suonano anche quando vengono dalla direzione opposta.

Il cicloturista in Sardegna deve quindi mettere in conto di ritrovarsi a fine giornata, con le gambe dure come fossero di legno di noce, senz’acqua ed in crisi di fame, sull’ennesima salita, controvento, con un cane rabbioso che punta alla caviglia, un camion militare che suona come se ci fosse l’allarme atomico ed un automobilista che ti sfreccia a 10 cm ridendo di te.

Ma, nonostante tutto ciò, vale la pena andarci e ritornarci.

 

Un curioso modo di andare in Sardegna

Vi è un terzo modo di andare in Sardegna, oltre l’aereo ed i massificanti enormi traghetti. Una nave cargo parte da Marina di Carrara, tre volte a settimana, per andare a Cagliari.

La nave è molto grande, trasporta containers e rimorchi di camion, senza motrice. Dei trattori caricano  e scaricano i rimorchi, che poi verranno recuperati dagli autisti con le loro motrici. Quindi gli autisti non viaggiano sulla nave.

E’ una di quelle navi con il ponte principale basso e verso la poppa un castello fatto da 4 o 5 piani, dove trovano posto la plamcia di comando, gli alloggi per l’equipaggio ed i vari altri locali.

La nave è assai recente, bella, pulita, efficiente. Essenziale, non certo da crociere. La proprietà è danese, la gestione marittima e gli ufficiali sono scozzesi, l’equipaggio bulgaro, la gestione commerciale genovese. Il viaggio dura 24 ore.

Vengono accettati passeggeri con o senza auto. Mi è stata data una bella cabina, individuale, comoda, pulita, gradevole, con vasto bagno privato. Nel prezzo sono compresi i tre pasti che si consumano nelle 24 ore. La sala da pranzo dei passeggeri è accanto a quella dell’equipaggio, il cibo è lo stesso, a buffet libero. Nella sala da pranzo c’e’ un frigorifero dove i passeggeri si possono servire di bevande o di spuntini a loro volontà, durante tutto il viaggio. Purtroppo a bordo è proibito ed inesistente ogni traccia di alcool.

Durante il viaggio non c’e’ molto da fare: il wifi è gratuito, ma la televisione ha solo canali inglesi o romeni o bulgari. Vasta cineteca nelle stesse lingue. Un salottino dove leggere, un tavolo da ping pong sul ponte, vasti ponti nudi dove prendere il sole.

Eravamo solo tre passeggeri: il camionista di un trasporto speciale, un passeggero con auto ed io in bicicletta.

Per prenotare bisogna mandare una mail all’armatore e concordare il giorno ed il prezzo.

Tutto molto “vecchia maniera” e molto più piacevole dei viaggi classici.

Comacchio

Una mezza giornata a Comacchio è cosa gradevolissima e proficua per l’animo, la mente ed il gusto. Il centro storico è piccolo, raccolto, calmo e sorprendente. E’ fatto di canali e ponti, come a Venezia e a Chioggia, ma è tutto più ampio, tranquillo, meno frequentato. Sembra un pò disabitato, quasi abbandonato. E’ tutto raccolto in poche decine di metri, che ho percorso più e più volte, incantato dall’atmosfera.

Il ponte iniziale, su tre diversi corsi d’acqua è famoso, geniale e curiosissimo; introduce alla città.

Vi è un interessante Museo della Nave Romana che espone il carico di una imbarcazione trovata vicino alla città, in attesa della fine del pluridecennale restauro della nave stessa. Dal Marzo 2017 questo museo è stato accorpato con quello sull’archeologia del Delta Padano.

Ravioli alle seppie. Sublimi.

E’ poi affascinante la grande laguna delle Valli di Comacchio, circondata da un parte da una strada asfaltata, ma dall’altra da una serie di strade bianche che è emozionante percorrere in bicicletta, in solitudine. I locali consigliano di farlo molto presto la mattina, quando la natura è ancora fresca. Qua morì Anita Garibaldi.

Ho mangiato in una trattoria consigliata dalla guida di Slow Food. Da Vasco e Giulia, dove ho cercato inutilmente di sposare la cuoca.

Come girare il Delta del Po.

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Pochissimo traffico sulla stragrande maggioranza delle strade del Delta avanzato.

Ci vogliono alcuni giorni. Inutile andare affrettatamente, non si capirebbe niente. Almeno tre notti bisogna dormirci. E ci vuol pazienza, perchè il turismo non è la prima preoccupazione della gente del delta, fortunatamente.

Gli alberghi sono più frequenti all’inizio del Delta: ad Adria, Porto Viro, Rosolina; ma li sconsiglio. Se si vuole vedere il vero Delta bisogna andarci a dormire nel mezzo. Qui gli alberghi sono pochi: alcuni B&B, degli affittacamere, degli agriturismi, due ostelli.  Poche cose e poco pubblicizzate, alcune non sono nemmeno su Booking. Io consiglerei di dormire nell’isola della Gnocca, attualmente rinominata dal perbenismo veneto in Donzella. E’ centrale. Io sono stato più volte all’Hotel Bussana: nuovo, pulito, funzionale, economico.

L’ideale è spostarsi in bici, sugli argini. Ci sono 400 o 500 km da fare senza troppe ripetizioni. Tutto piano, ma con gli insidiosi strappi delle salite sugli argini, brevissime ma traditrici. Occhio al vento. Se no, anche in macchina, ma con l’avvertenza di andare piano, di fermarsi spesso e di viaggiare sugli argini anche se è proibito. E’ un luogo da prendersi con calma, non c’e’ da arrivare da nessuna parte. A piedi, no; troppo monotono.

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La “corte” di Polesine Camerini.

Da fare: il giro delle isole della Gnocca/Donzella e di Polesine Camerini. Il bellissimo percorso Ca’ Venier – Ca’ Pisani – Scanarello – Porto Levante. Il lungo fiume da Ca’ Venier a Pila con il giro dell’isola ed il suo porto. Il giro della sacca di Scardovari seguito dal primo ponte di barche di Santa Giulia e dal secondo di Gorino veneto per arrivare a Gorino con il suo faro e a Goro con il suo porto. Guardate, ma non spendete niente: in questo luogo: se non hanno voluto 12 donne e 8 bambini non meritano i vostri soldi.  La spiaggia di Boccasette, il museo della Bonifica oltre il ponte di Ca’ Tiepolo. Le “Corti”, i vecchi centri aziendali delle tenute veneziane. Girare intorno alla centrale dell’ENEL dell’isola di Polesine Camerini per vedere cosa sono stati capaci di fare in un luogo come questo; ora è abbandonata, dopo aver seminato cancro nel Delta. Osservare l’asta del pesce ai mercati di Goro, di Pila e di Scardovari; fra le due e le tre dal lunedi al giovedi. L’oasi naturalistica di Valle Bonello non è entusiasmante. Cercare di visitare una valle da pesca, se vi riesce.  Un pò discosto, il Bosco della Mesola.

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L’asta del pesce a Goro. Il prezzo della cassetta, indicato nel tabellone, diminuisce automaticamente fino a che un commerciante, seduto davanti al banco, schiaccia il pulsante. La cassetta è sua.

I paesini non hanno niente di interessante, salvo il fatto di esistere in un luogo simile. Le visite ai bar permettono di capire un pò di sociologia locale. La gente è accogliente e ci si fanno delle grandi chiaccherate.

Nei porti organizzano dei giri con delle barche grandi o piccole; valgono la pena, bisogna informarsi sul posto, ma normalmente ci sono solo il sabato e la domenica.

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Garages acquatici a Boccasette.

Scegliere la stagione è problematico. D’estate l’afa è soffocante e le zanzare spingono al suicidio. D’inverno il freddo umido penetra nelle articolazioni arrugginendole, ma la magia di quei momenti è impagabile. Le mezze stagioni sono raccomandabili. Andare provvisti di mantelline per i ciclisti e di antizanzare per tutti.

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E la nebbia cala….

Per ultimo il cibo. Purtroppo non pare vi sia una vera e propria cucina locale, eppure i prodotti, per primi quelli del mare, non mancano. Chioggia è vicina, ma la sua straordinaria cucina è lontanissima. Nel Delta il piatto principe sono gli spaghetti alle vongole. Seguono il fritto di mare, lo scoglio, pesci arrosto, seppie e calamari, le anguille. I ristoranti ritenuti migliori sono L’Arcadia a Santa Giulia, eccellente, ma con porzioni microscopiche, il dirimpettatio Sospiri; Ocaro; bellissima la posizione di Canarin. Gli altri navigano a mezz’acqua, passando da ottimi piatti se si ha fortuna a modesti se non la si ha; purtroppo molti sono anche pizzeria.

Il mondo del Delta del Po.

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Cielo, acqua, terra, nebbia. L’essenza del delta del Po.

Pare incredibile, ma in fondo alla pianura padana ed al mondo industriale del nord d’Italia vi è un luogo semideserto, curiosissimo, dotato di una atmosfera rara ed affascinante. E’ un mondo molto diverso da quello al quale siamo abituati; da avvicinare con calma e pazienza. Non ci sono luoghi spettacolari, ma piuttosto un insieme di ambienti inusuali da conoscere con rispetto. Aspetti naturalistici, agricoli, ma anche umani particolari.

L’attuale Delta del Po nasce il 16 settembre del 1604 alle 19. In quel momento viene aperto un canale scavato dai Veneziani (timorosi che il Po si congiungesse all’Adige e finisse nella loro laguna) che muta radicalmente il corso del fiume. Da quel momento il fango portato dall’acqua comincia a costruire quel che vediamo oggi.

Le bocche del Po sono 6 o 7 e formano fra di loro delle sorte di isole, molte delle quali, nei secoli, sono state circondate da argini. Pur essendo più basse del livello del fiume e del mare sono mantenute all’asciutto da un imponente sistema di 139 idrovore che scaricano l’acqua piovana o di infiltrazione nel fiume. Altre zone non sono chiuse da argini importanti e sono preda del vai e vieni delle acque dolci o marine.

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Grandi spazi vuoti, senso di libertà.

Gli argini sono quasi sempre agibili: a volte asfaltati, a volte sterrati, altre ancora inerbiti. Percorrerli in bicicletta procura grande gioia: da una parte vi è una campagna sterminata, piatta, con pochi alberi, disseminata dalle case tutte uguali delle diverse fasi della bonifica e della ripartizione dei poderi ai contadini. Un paesaggio un pò triste e monotono, ma che con la nebbiolina molto frequente prende un aspetto vellutato, estraniante, intimo. Dall’altro lato dell’argine, invece, il mondo naturale dei fiumi, delle paludi, dei bracci e specchi d’acqua, dei boschetti delle terre emerse. Uccelli in quantità, nutrie, pesci.

In pochi metri si passa dall’ordine umano della campagna perfettamente coltivata all’anarchia della natura libera di sfogarsi. Di questo contrasto si pasce il visitatore ciclista.

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I complessi sistemi di controllo delle acqua e di pesca delle “valli”.

Fra le zone non prosciugate alcune sono state adibite a “valli di pesca” e di caccia. Sono zone di terra e di acqua, predisposte in secoli di lavoro dove entrano naturalmente anguille, orate ed altri pesci che vengono poi spinti in camere chiuse e facilmente pescati. Sistemi molto complessi, di grande fascino. Purtroppo sono private, recintate e di difficile accesso. Nelle stessi valli è molto praticata la caccia alle anatre e sul fondo della palude ci deve essere uno strato di pallini da caccia, di piombo prima, di acciaio ora. Le valli erano di proprietà delle grandi famiglie veneziane; ora spesso dei grandi nomi della industria padana. Possederle e portarci gli amici a caccia da grande prestigio.

Altre zone ancora sono invece delle lagune aperte al mare come la sacca di Goro e quella di Scardovari. Qua vi allevano le cozze e le vongole. In alcuni paesi come Goro, Pila, Scardovari vi sono porti di pesca in mare anche assai importanti. Accanto al porto, il mercato dove viene fatta l’asta pubblica del pescato, nel primo pomeriggio. Ovunque pescatori con la canna, sugli argini. Gran movimento di barchini che, spesso, vengono ricoverati in sorte di garages acquatici in fila sugli argini.

Insomma, una gran varietà di attività abbastanza esotiche per chi non vive su un grande fiume.

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Una delle 139 idrovore che permettono ai terreni agricoli del Delta di non finire sott’acqua, immediatamente. Secondo Wikipedia solo di energia elettrica tutto ciò costa più di un milione e mezzo l’anno.

Via via che ci si inoltra nel Delta la campagna diventa più desolata, gli alberi più scarsi, i suoli più argillosi ed intrisi d’acqua. Si arriva, infine, al mare ed alla spiaggia. Difficile da raggiungere in quanto bracci di acqua la separano dall’ultimo argine percorribile. Quando ci si arriva si trova una spiaggia del tutto naturale, senza stabilimenti od orrori simili. Una spiaggia come dev’essere, con i tronchi portati dal mare ed anche un pò di immondizia. L’acqua, ovviamente, è opaca per l’argilla portata dal Po.

La popolazione del Delta è altrettanto particolare. Sottoposta alle vessazioni della grandi famiglie veneziane che controllavano il territorio e godevano dei diritti esclusivi su caccia e pesca; sottomessa dai capricci del fiume che la alluvionava spesso; schiacciata dalle pressioni politiche di una Domocrazia Cristiana onnipresente che assegnava i lotti bonificati seconde le clientele; annullata da una miseria proverbiale (la storia dell’aringa attaccata al soffitto su cui strofinare la polenta è nata qui). Per difendersi da tante sciagure, questa gente è diventata molto particolare. Gli esecrabili fatti di Gorino sono recenti; l’ignoranza leghista regna sovrana; da sempre cacciatori e pescatori di frodo l’intolleranza alle regole e l’illegalità spicciola è massima. Ancora oggi gli allevamenti di vongole sono controllati da uomini armati appostati su garitte in mezzo all’acqua: di notte, nella nebbia, ci si rubano i mollusci e si spara. Abituati a combattere un ambiente molto ostile il rispetto verso di esso è basso. L’individualismo diffuso ostacola il consorziarsi in larghi progetti. L’aver dovuto vivere nella miseria del giorno per giorno fa sì che la intraprendenza in attività turistiche sia scarsa. Questa terra è nuova e come in tutti i posti di frontiera la cultura locale è gracile, malferma, preda di eccessi facinorosi (razzismi, leghismi).

Poi, in certi luoghi, un improvviso benessere: arrivò, grazie ad un prete di Goro, la vongola giapponese che cresce molto più rapidamente della nostrale. E i poverissimi pescatori divennero ricchi lavorando due o tre ore la mattina a raccoglierle e a portarle al mercato. Ciò permise di rimettere in sesto le case della bonifica, tristi e muffite, ma fece anche molti danni. Erano i tempi dell’eroina e fra i figli dei pescatori i caduti furono molti.

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I paesi del Delta sono recentissimi e denotano una povertà da poco allontanata.

Pochi paesi e piccoli, salvo Ca’ Tiepolo. Tutti moderni, chè prima le case eran di frasche. Insignificanti, ma che la dicono lunga sulla storia di questo posto. Vecchie e molto belle le cossidette “Corti”: i centri aziendali delle fattorie delle grandi famiglie veneziane.

Tutti questi elementi fanno del Delta un luogo specialissimo, in cui passare alcuni giorni a scoprire ambienti ed abitudni che difficilmente avremmo immaginato a così breve distanza da noi.

Ma dove andare e cosa fare?  Lo dico qua, e per l’inverno, qua.

La ciclovia del Danubio.

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Le barchette per attraversare il Danubio; se sono sull’altra riva si chiamano con un campana.

E’ probabilmente la pista ciclabile più nota al mondo. Nota in tedesco come Donau-Radweg. Va dalla Germania al Mar Nero, devono essere un paio di migliaia di chilometri. Il cuore della ciclovia è il tratto da Passau (al confine fra Austria e Germania) a Vienna. Qua vi transitano più di 50.000 persone l’anno.

Il Viaggiatore Critico ha percorso circa 800 chilometri (comprese deviazioni ed errori) fra Ratisbona in Germania e Bratislava in Slovacchia. Tre paesi, due capitali, una decina di giorni, un attacco di diarrea, un piccolo ictus cerebrale dopo uno sforzo colossale. Non male. Lo sforzo colossale dovuto a un sentiero montano percorso con la bicletta sulla spalla per non aver voluto seguire la segnaletica.

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Le lussuose chiatte da crociera fluviale. Bello scendere in bici e risalire in crociera, ma caro caro.

Assolutamente da evitare il tratto tedesco: fa proprio schifo. Segnaletica scarsa, contraddittoria, fuorviante. Mancanza totale di fontanelle o di punti dove trovare acqua, bisogna bussare alle case; percorso zigzagante in campagne piatte e monotone; fondo a volte anche pericoloso. Pervicacia nel far passare la pista il più lontano possibile dai paesi, cosicchè non si trova un ristorante, un bar, un negozio, un albergo. Ciclisti trattati come appestati medievali. Ed anche alle case dove si bussa per avere un po’ d’acqua da bere, non son tanto gentili.

Mio nokia1141Da Passau cambia tutto. Bella pista, in paesaggio gradevolissimo fra le montagne ed il fiume. Le graziose locande austriache, le birrerie con le cameriere in costume sotto gli ippocastani, i paesini ovattati dai colori pastello. Tutto come deve essere, nella tradizione zuccherosa, ma gradevole, di quel paese. Si traversa più volte il Danubio su barchette in legno, molti ciclisti, ma calmi e rilassati. Tutto molto ovvio e da famiglie, si intende. Pochissime salitelle. Sul Danubio gran traffico di chiatte da trasporto e da crociera, lussuose e carissime; bello sedersi sulla riva con la gamba affaticata e    vederle passare.

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Quel che resta del confine fra Austria e Slovacchia. Questa, una volta, era la cortina di ferro. Ora un tratto di gessetto sull’asfalto.

I prezzi son comodi, le locande frequenti ed accoglienti. Attenti che queste, stranamente, non forniscono la saponetta; bisogna portarsela da casa.

Poi la cosa diventa un pò monotona con il Danubio ormai in pianura ed una serie di chiuse su cui passare. Ma è interessante vedere come le chiatte risalgono e discendono gli scalini del fiume.

Si arriva a Vienna e la si attraversa tutta. Da stare attenti al fatto che a valle della città la riva del Danubio diventa un enorme campo di nudisti e per osservare tette e culi si finisce per non vedere i cartelli della pista e fare un infinito giro a vuoto.

A Bratislava non ne potevo più e son tornato indietro in treno. Bratislava, bella, ma terribilmente turistica. Solo una tappa, da cui partire il prima possibile.

La parte austriaca è certamente molto pittoresca. Resta il fatto che è molto facile e comoda. Più una passeggiata in famiglia con i bambini che una azione sportiva. Da fare una volta nella vita, comunque.