Oltre Buenos Aires

Il paradiso del viaggiatore terrestre, il terminal dei bus di grande distanza del Retiro a Buenos Aires (di Elsapucai – Wikicommons)

Per gli Argentini il loro paese è Buenos Aires e poco più. Un terzo di loro vi abitano, molti altri vorrebbero andarci. Un funzionario che viene mandato nelle province avrà uno stipendio molto più alto di quello percepito nella capitale, anche se qui la vita è più cara. Il campionato di calcio argentino si gioca sostanzialmente fra squadre della capitale. La mia prozia Lucia si rifiutò di lasciare la capitale quando suo marito ebbe una promozione, ma nel sud.

Un turista, invece è spesso più attratto dal paese che dalla Capitale. Tralasciando la ovvia e banale cascata di Iguazu al nord, il turista si spingerà a sud, tralasciando la brutta e fangosa spiaggia di Mar del Plata. Si dirigerà verso sud e se ha un pò di tempo lo farà in bus, una delle esperienze centrali di un viaggio in Argentina.

Vi è a Buenos Aires una sterminata stazione dei bus dove decine di compagnie diverse offrono trasporti per ogni angolo del paese. E’ la mecca del viaggiatore: si può aggirare fra le file delle biglietterie e sognare mille viaggi diversi, fino a sceglierne uno e comprare il biglietto (si può fare per Internet, ovviamente, ma farlo di persona è bellissimo). I viaggi possono durare due o tre giorni, per l’estremo sud della Patagonia e della Terra del Fuoco. Soste ogni due ore in moderne e spesso sperdutissime stazioni-bus. I posti sono abbastanza comodi e si dorme a bordo. Il personale è composto da un paio di autisti ed un paio di persone per la cabina. Sono stati certamente reclutati fra le SS e trattano i passaggeri come se li portassero al campo di concentramento. Gli autisti, per resistere alla stanchezza di viaggi simili fanno palesemente uso di sostanze ed hanno reazioni di conseguenza. Ho visto l’autista in riposo dormire nel vano portabagagli, sotto la cabina dei passeggeri. La velocità è alta e solo recentemente si è riusciti ad imporre i limiti di velocità, grazie alla tecnologia. Le strade sono spesso pericolose e gli incidenti non rarissimi.

La pampa, qui sulla Ruta 40. (di Giacomo Miceli – Wikicommons)

Il viaggio comincia, verso sud. Prima si attraversa la cosiddettta “Pampa umida” che può essere molto simile ad una pianura italiana, dedita soprattutto all’allevamento. Erano le verdi praterie degli indigeni che gli infami colonizzatori spinsero a morir di fame nella successiva “Pampa secca”.

La monotonia e la desolazione di questa pianura priva di ogni cosa che non siano pali che reggono il filo spinato a cui sono rimasti attaccati ciuffi di pelo di pecora. Non c’e’ nient’altro. Solo erba triste, grigiastra e rachitica. Qualche avvallamento, le Ande lontanissime. Ore, giorni, notti con lo stesso panorama. Paesi desolati e spampanati, bottegucce con sapore agli anni ’60 nostrani. Gente che se è lì è perchè le cose non sono andate loro per niente bene.

Il meraviglioso Lago Traful (di Asnodeoro – Wikicommons)

Se il viaggio vuole essere estraneamento da sè, confronto con il mai immaginato questo viaggio va fatto. Un europeo non può immaginare una simile monotonia ambientale. Raggiungere il sud in aereo è come mangiare il cono buttando via il gelato. Il sud o le Ande non si capiscono se non si raggiungono attraverso la pampa.

Poi si arriva e si trovano meraviglie: non certo Bariloche, che deve la sua fama più ai nazisti rifugiati che al lago turbolento. Le meraviglie sono altre: la Ruta 40, i laghi andini, prima su tutti Traful, il ghiacciaio del Perito Moreno, Ushuaia. Alte ore e giorni di bus e di pampa infinita, almeno fino ai boschi della Terra del Fuoco.

L’infinita monotonia del Sudamerica

Pascolo sudamericano. Ve ne sono miliardi così.

Il viaggiatore che avesse voluto fare il giro delle capitale sudamericane in bus, al termine del suo viaggio, avrebbe percorso 18.000 km, ma avrebbe visto ben poco dal finestrino del suo posto. E non solo perchè rincoglionito dalla musica, dal sonno, dalla gelida aria condizionata. Ma perchè il paesaggio sudamericano è straordinariamente monotono, sia pure con la lodevole eccezione delle Ande. Predominano amplissimi pascoli maltenuti recintati dal filo spinato tunuto su da alberelli tristi e fitti; pascolano semibrade mucche apparentemente felici. Le uniche ad esserlo, certo più dei muli, asini, cavallini di incertissima genealogia ma di certissimo duro lavoro quotidiano condito da maltrattamenti.  A volte si vede un pò di aridità, a volte molti alberi, ma la sostanza è il pascolo abbandonato alla volontà di Dio.

Povere bestie, povera gente.

Ma anche tutto il resto è monotono: la lingua è sempre la stessa: spagnolo o portoghese; la cultura è molto simile, la storia è andata sullo stesso binario, la religione è ovunque la stessa, l’architettura antica è coloniale o moderna tutta simile. L’aspetto delle periferie attraversate dal bus del nostro viaggiatore è straordinariamente uguale ovunque: case basse, brutti hangar industriali o commerciali maltenuti, enormi e pervasive insegne ovunque: squallore, sporcizia e tristezza.

Ho già scritto dell’infelicissima condizione umana sudamericna e questa è certamente la causa principale della piattezza di quel continente. Popoli malmenati dalla storia, società autoritarie e violente, individui rigidamente fissati nei ruoli sociali e privi di libertà. Il risultato è l’inesistenza della speranza, il dominio della depressione, l’attendismo e il fatalismo.

Squallore, commerci, case cadenti, fili elettrici ovunque.

I ricchi sdegnano il lavoro e non si curano dei loro sterminati latifondi che producono frazioni di quel che potrebbero dare. Aziende agricole infinite che non ricevono attenzioni ed investimenti e sono miseramente destinate alla meno produttiva delle produzioni: l’allevamento bovino che però crea grande prestigio sociale; quando la domenica si va in fattoria, con il cappello da cow boy, i jeans e la camicia a quadri a mangiare pantagruelici barbecues di carne troppo cotta.

Ecco perchè il nostro viaggiatore vedrà quasi esclusivamente pascoli maltenuti. I proventi che pur danno, saranno investiti in attività finanziarie, a far compere a Miami, ad arredare attici nei grattacieli delle capitali.

Ma nelle capitali chi può se ne frega delle miserie.

Quando i proprietari si curano della loro terra cercheranno di seminare prodotti miracolosi che li arrichiscano in mesi, non in anni. In tutto il continente vi è la perenne rincorsa al prodotto miracoloso capace di entrare sui mercati internazionali: l’esportazione è il miraggio. Ma raramente riesce e spesso causa più indebitamento al paese che reddito ai suoi abitanti.

E non si può certo chiedere ai miserrimi operai agricoli o ai poveri piccoli proprietari di terra di migliorare il proprio ambiente: vivranno in povere case malandate, in paesi senz’anima e decoro. Le amministrazioni locali poco possono e meno fanno. Servizi a zero e migliorie urbane assenti.

Quindi il nostro viaggiatore attraverserà un miliardo di cittadine, paesi, villaggi, frazioni tutti tristamente uguali e squallidi. Pieni di una umanità arresa e solo desiderosa di andarsene o di bere.

Ed in questi centri più o meno urbani il viaggiatore troverà il trionfo del commercio. I paesi sudamericani sono in mano a quella borghesia sfacciata che ha fatto e mantiene la propria fortuna sul commercio. E’ il Vangelo di quel continente: non vi sono regole, condizioni, protezione per il consumatore, sistemi fiscali che reggano. L’imperativo è vendere: del resto la popolazione urbana è giovane, sta cercando di uscire dalla miseria rurale ed è desiderosissima di beni. E aprono quindi, le porte, infiniti negozi con le loro scritte urlanti e colorate. Le merci spesso sono di bassa qualità, malamente offerte, per niente valorizzate. Commessi più attenti a non farsi rubare la merce che a servire il cliente. Clienti creduloni e raggirabili. Tutto terribilmente dozzinale. Pur di avere si compra cianfrusaglia.

L’immagine simbolo delle periferie sudamericane.

Mercati e mercati, quartieri commerciali, banchi dappertutto, ambulanti ovunque, musica, casino, merci, merci, merci. E questo, sempre uguale, durante i 18.000 km del nostro viaggiatore. E sulle arterie, soprattutto meccanici, gommisti, magazzini di ricambi auto. Il parco auto vetusto, la poca perizia nella guida, lo stato delle strade, l’improvvisazione di molti meccanici fanno sì che le auto siano bisognose di continue cure e ricambi.

Il nostro viaggiatore più difficilmente avrà una esatta percezione di quella strana e complessa cosa che è la cultura.  Quella grande omogenietà linguistica, storica ed anche culturale del continente avrebbe creato un unico e formidabile popolo, nei sogni del Libertador Simon Bolivar. Purtroppo non è stato così. Sono popoli troppo schiacciati prima dai latifondisti, poi dalla borghesia commerciale, poi dagli attuali imperi finanziari per riuscire a crearsi un prorpio autentico cammino.

L’architettura coloniale, per quanto gradevole, è estremamente ripetitiva.

Sono quindi popoli diversi e che spesso si odiano pur condividendo il 90% delle caratteristiche culturali; che restano però frammentarie, esili, contraddittorie, dispari. Il viaggiatore attento si troverà quindi difronte all’infinita ripetizione degli stessi schemi culturali da un capo all’altro del continente, ma che troverà sostanzialmente inconsistenti. Niente a che vedere, per intendersi, con la strordinaria forza culturale degli africani che lascia basiti e meravigliati.

La moda dei viaggi in Sudamerica, da parte degli italiani è mutevole. Ebbe un auge negli anni ’70 ed ’80 soprattutto nella sinistra giovanile; sulla spinta del Che Guevara, di Jorge Amado e di Garcia Marquez; delle rivoluzioni Nicaraguense, dei movimenti Centramericani, Peruviani;  della solidarietà alle immani tragedie cilene e ed argentine. Ed il modello era proprio quello di andare in giro con i bus, molto più avventurosi a quei tempi, e di mescolarsi alla popolazione, visitando i gruppi e le iniziative dei compagni rivoluzionari. Facendosi, nel contempo, anche un sacco di canne e poi di coca.

Il sovrano delle strade sudamericane.

Ma quel movimento turistico si esaurì. Forse per il mutato ambiente politico europeo, forse per l’invecchiamento di quei turisti. Ma probabimnete anche per aver riconosciuto che si trattava di un ‘infatuazione con poca sostanza. Esattamente come i romanzi, di fama del tutto passeggera, di Garcia Marquez con il suo stuccevole (ma che piaceva tanto) realismo magico.

E l’America Latina, come destinazione turistica globale, è crollata. ormai non ci va quasi più nessuno. Alcuni a Macchu Picchu o nei resort sulle spiagge. Che tristezza.

Crociere patagoniche.

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Fra le isole a sud di Chiloè per far sbarcare i passeggeri diretti ai villaggi di pescatori devono mettere in mare questa lancia.

La navigazione sulla costa cilena della Patagonia è una cosa assai complessa. Da una parte è stata, per secoli, l’unico sistema per congiungere il Cile vero e proprio con i pochissimi insediamenti del sud. Le navi partivano da Puerto Montt, costeggiavano l’isola di Chiloè ed andavano verso Puerto Aysen, Puerto Natales, Punta Arenas, Ushuaia (che è Argentina), fin ad arrivare all’estremità di Puerto Williams. In alternativa la via era (ed è ancora) per terra attraversando l’Argentina.

Vi sono quindi dei servizi regolari per i camion e per i passeggeri. La compagnia Navimag va da Puerto Montt a Puerto Chacabuco e da Puerto Montt a Puerto Natales. Per quest’ultimo viaggio un’auto paga 400 dollari, un passaggero fra i 300 e i 1200 dollari. Una follia su delle navi che non sono da crociera, anche se sono tre giorni di viaggio. La Naviera Austral va invece da Puerto Quellon, al sud dell’isola di Chiloè a Puerto Chacabuco da dove si raggiunge facilmente, con il bus, Cohyaique. Un giorno ed un pò di viaggio, solo poltrone, prezzi popolarissimi. Paesaggi stupendi.

Ma sono traghetti di linea che speculano sui non molt viaggiatori che capitano nella zona; non si tratta di crociere. Non vi sono quindi concessioni al turismo.

 

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Cascate in mare, un mondo umido.

Vi sono invece delle vere e proprie crociere. La compagnia Australis le fa di lusso, anche ad anello, fra Punta Arenas e Ushuaia di durata variabile fra i 3 e i 7 giorni. Son previste visite ai ghiacciai con i gommoni, si scende a terra, come in tutte le crociere, insomma. Ci si aggira fra i fiordi, si visitano i ghiacciai, si arriva a Capo Horn. Un sogno. I prezzi sono proibitivi e vanno dai 500 ai 1000 dollari al giorno a persona. La compagnia è estremamente aggressiva da un punto di vista commerciale e dispone di uffici in tutto il mondo, di brochures in tutte le lingue, di un eccellente sito web. A chi piace questo tipo di turismo qua trova un vero paradiso. Per me la Patagonia è un’altra cosa.

Un’altra compagnia, la Skorpios, fa dei viaggi più a nord. Da Puerto Montt alla laguna di San Rafael o da Puerto Natales ai ghiacciai un poco al nord. Bellissimi giri, peccato che ci si focalizzi troppo sui ghiacciai e poco sulla miriade di isole con la loro flora e i loro insediamenti di pescatori. I prezzi sono un pò inferiori alla compagnia precedente e si sta sotto i 500 dollari al giorno. La compagnia e le due navi sono più modeste, ma i prezzi son comunque eccessivi.

Vi è poi Catamarenes del Sur legato all’Hotel Loberias del sur che vanno da Puerto Chacabuco alla Laguna di San Rafael con il suo ghiacciaio, in giornata, per circa 250 dollari, ma con il bar aperto, e cioè con bevute libere. Questo da l’idea di cosa si intenda per turismo in queste compagnie.

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Nella nebbia, isole deserte, foreste mai toccate.

Vi è quindi una miscela di sedicente lusso, di prezzi senza senso, del facile richiamo del ghiacciaio ripetuto fino alla noia, di sostanziale ignoranza sulla ricchezza ambientale del territorio visitato. Insomma, il peggiore dei turismi.

E tutto ciò in uno dei santuari della natura a livello mondiale. Lo spazio per fare attività turistiche di basso impatto e di attenzione al territorio sarebbe enorme. E’ vero che quei luoghi sono così lontani dal resto del mondo che per andarvi ci vuole tempo e soldi e ciò riduce drasticamente il numero dei visitatori, selezionando, probabilmente, quelli meno attenti. Ma bisognerebbe veramente cominciare ad offrire qualcosa di più ragionevole, in contenuti, ma anche in prezzi. Purtroppo non pare esistere una piccola imprenditoria turistica cilena in grado di farlo….

 

 

Dove andare in Cile.

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Estate a Vina del Mar, la maggior località balneare del Cile (inizio pomeriggio).

Cominciamo a dire prima dove non andare. Non conosco il nord arido e non ho nessuna voglia di andarci. I deserti non mi piacciono o, comunque, mi annoiano molto rapidamente. Non lo consiglio.

Andare al mare in Cile non ha molto senso. Il Pacifico è freddo e per niente pacifico;  quindi non sono possibili vacanze come nel Mediterraneo, ai Caraibi o in Brasile. E’ molto più simile al Mare del Nord. Ed in effetti, soprattutto d’estate, vi è spesso un nebbione da fare invidia alla Pianura Padana.

Le città non hanno niente di interessante, nemmeno Santiago. Tutte molto giovani e distrutte più e più volte o dagli incendi o dai terremoti. Pochi e poveri i musei, mal fatti. Non ci sono luoghi particolarmente gradevoli nelle città: nè bei bar, nè giardini dove passare un pomeriggio, nè belle passaggiate a vedere i palazzi o le vetrine. Non c’e’ molto di più dei centri commerciali. Alcuni vanno a Valparaiso a vedere le colline ricoperte di casette colorate (bellissimo il mercato).

Quindi non vale la pena di andare in Cile? Tutto il contrario; vediamo cosa ho visto di interessante.

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Cimitero Mapuche ad Icalma.

Le Ande sono molto strette e ripide; le valli laterali, quelle che in Cile vanno verso ovest, verso il Pacifico, sono quindi spesso assai tormentate. Non esistono passaggi fra una valle e l’altra: bisogna sempre tornare alla pianura, percorrerne un tratto e entrare nella valle successiva. Fino a Santiago le valli sono molto aride, poi, piano piano diventano più verdi e gradevoli. La loro profondità è di qualche decina di chilometri.

Da nord a sud ho percorso:

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Tomba di un comune cittadino al cimitero di Santiago.

Le valli dei fiumi Maipo (El cajon del Maipo), Teno, Maule con il parco di Vilches, la zona delle terme di Chillan, la valle del fiume Laja. Le valli più vicine a Santiago sono fortemente colpite dal turismo dei ristoranti dominicali. La zona di Chillan è invece la più importante zona sciistica del paese (forse del continente). In generale le valli danno una certa impressione di aridità; infatti i fianchi delle valli sono molto rocciosi, pietrosi e privi di vegetazione. I fond0valli, pur sempre stretti, sono invece assai bucolici, con delle belle praterie alberate sul Maule. Bellissimi boschi prima di arrivare alle terme di Chillan, così come nella zona di Vilches, ma qui la ricettività è molto debole. Molte delle valli hanno delle piccole terme. In molte vi sono anche dei laghi artificiali. In conclusione direi che nemmeno questa zona è molto interessante; certo non vale la pena di un viaggio fino in Cile.

Il bello comincia a Temuco, a 600 km a sud di Santiago. Da qua le Ande si abbassano e sono meno aspre; le pioggie sono molto più abbondanti e quindi le foreste più sviluppate. Ciò fa sì che le valli siano più abitate, soprattutto dai Mapuches, che è il gruppo indigena sicuramente più interessante del Cile. E cominciano i laghi naturali e non solo artifciali. I laghi possono essere pedemontani, come il Garda o il Maggiore o di altitudine, molto più suggestivi. Ci sono anche molti vulcani.  Si va fino a Puerto Montt, a 300 km a sud di Temuco.

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Lago Pirihueico.

E’ questa la zona che merita un viaggio fino in Cile. Niente di clamoroso; ma bellissimi boschi, alcuni di araucaria; una infinità di laghi, grandi o piccoli, incassati fra le rive boscose; delle strette valli serpeggianti con un gran numero di deliziosi torrenti. Molte le strade sterrate, a volte difficili; bassa la presenza umana. Alcuni valichi portano in Argentina, a volte attraversando i laghi con dei traghetti. E’ tutto come sospeso fuori dal mondo, lontanissimo dalla pianura agricola cilena. Un mondo antico, come dovevano essere le Alpi cent’anni fa. Ho amato molto i laghi Icalma,  Pirihueilco e Natulme, la valle del Maichen, il passo frontaliero di Mamuil Malal, ma ve ne sono molti altri.

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Inverno nella precordillera.

Il consiglio è quello di avere una macchina ed andare a zonzo, a caso. Ricordiamo, però, che i paesi sono tristi e trascurati, con le poche eccezioni della zona di Puerto Varas, colonia teutonica, e di Melipeuco, dove deve esser successo un miracolo. E che si mangia sempre malissimo.

Vale il viaggio in Cile anche l’isola di Chiloè e, ancor di più, l’immensa, in tutti i sensi, Patagonia, le crociere del sud, o, per gli amanti del genere, lo sci.

Vi è, infine, una zona che può essere di gradevolissimo passaggio. Si tratta della così chiamata “precordillera“. Quella zona collinare che sta ai piedi delle Ande vere e proprie. E’ lunga quanto il Cile e stretta pochi chilometri. Eppure, da Chillan in giù, è molto bella. Colline verdeggianti e riccamente alberate, con pascoli e qualche campo. Villaggetti (brutti come al solito), bar (squallidi) agli incroci. Paesaggi che ricordano molto da vicino certe zone degli Appenini centrali, come il Mugello, certa Umbria. Non si verrà in Cile per vedere una fotocopia del Mugello, è certo; ma ritrovare questi paesaggi all’altro capo del pianeta, da un lato ci fa capire che siamo a casa ovunque nel mondo e, dall’altro lato, ci calma lo spirito prima della bufera di emozioni che ci darà la Patagonia.

 

Dove andare in Patagonia.

Non è pensabile fare un viaggio esaustivo in Patagonia. E’ una regione troppo grande, troppo complessa da girare e troppo difficile per essere colta in un sola volta. Bisogna tornarci e tornarci, bisogna passarci molto tempo. E ci vogliono molti soldi.

Provo qui a fare alcune ipotesi di viaggio, di varia durata e complessità.

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Cascate presso il lago Carrera, in Chile.

Carretera Austral cilena e Ruta 40 argentina. La partenza è da Puerto Montt e ci vuole un buon 4×4 affidabile, con una vettura normale non è proprio possibile. Si fa tutta la carrettera austral fino a Caleta Tortel e a Villa O’ Higgins. Lungo il percorso ci sono numerose deviazioni per vedere laghi o ghiacciai. Si trovano anche dei giri organizzati per navigare sui laghi e sui bracci di mare con i ghiacciai che vi si gettano, ma sono molto cari. Altre agenzie portano a fare dei trekking per vedere i ghiacciai dall’alto. ma niente che non si possa autorganizzarsi, con la prudenza necessaria in un ambiente ostile. Informazioni si possono ottenere in Coyhaique, Puerto Guadal, Caleta Tortel. Da stare attenti al fatto che i giri organizzati sono spesso deludenti in quanto portano a far vedere cose di nessun interesse come cascate o rocce strane e non si soffermano affatto sulle cose ben più interessanti come flora, fauna, geologia, storia della colonizzazione, economia

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della zona. Arrivati in fondo si risale fino a Cochrane e si passa in Argentna dove si trova rapidamente la Ruta 40 o, comunque, una delle sue varianti. A questo punto si può risalire fino a Bariloche, traversare in Cile, vedere un pò di laghi e, passando per Osorno ritornare a Puerto Montt. Oppure  si scende fino a Calafate per vedere l’inevitabile Perito Moreno e, volendo fino a Ushuaia. Poi il ritorno per l’Argentina fino a Bariloche – Osorno – Puerto Montt. La versione corta sta stretta in 15 giorni, quella lunga può starci in un mese.  E’ un massacro. Da dormire si trova, ma per evitare di cadere nei carissimi ricatti patagonici essere un minimo autonomi e avere la possibilità di dormire in macchina può salvare da dispiaceri.

I laghi fra Cile ed Argentna. Un giro più comodo e con spettacolosi paesaggi si può fare attraversando più volte il confine, percorrendo le valli laterali delle Ande. I valichi di frontiera sono molto numerosi e facilmente percorribili, almeno in estate. In inverno è troppo aleatorio. Vi sono anche numerosi valichi “clandestini”, non controllati dalle due polizie e può esser divertente trovarli e percorrerli. La parte più bella comincia a Temuco e può continuare fino al lago Buenos Aires (per gli argentini) / General Carrera (per i cileni). In linea d’aria sono quasi 1000 chilometri

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Un alberghetto a Puerto Ingeniero Ibanez, Cile. E’, ovviamente, di legno, ed il vento lo scuote fortemente tuta la notte.
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Il lago di Villa Traful, Argentina. (Di Carlos A.Barrio via Wikimedia Commons).

che contengono boschi, laghi, popolazioni indigene e mille storie. Alcuni laghi sono navigabili, anche con l’auto ed in un paio di casi questa navigazione permette di passare da una nazione all’altra (Lago Pirehueico e Lago de Todos los Santos). Alcuni laghi sono morenici, di inizio di pianura, come i nostri Garda o Maggiore; altri sono di altitudine, molto più suggestivi. Il bello è fare il vai e vieni fra i due paesi, scegliendo di volta in volta quale valico percorrere. Almeno nella parte più a nord non è difficile trovare da dormire. Un pò più complicato dalla parte argentina, più a sud. Per la parte più a nord può bastare una macchina normale, anche se una 4×4 permette di andare in posti più remoti e suggestivi; per il sud non c’e’ scelta, ci vuole la 4×4. Bisogna vedere se conviene noleggiarla in Cile o in Argentina e fornirsi dei documenti adeguati al cambio di paese (assicurazione internazionale e autorizzazione del noleggiatore). Qualcosa si può fare anche con i trasporti pubblici, con certe limitazioni, ma con costi molto minori. Sono luoghi affascinanti, indimentcabili. Uno su tutti: il lago Traful (Argentina), il più bello che ho visto in vita mia. Per chi viaggia in trasporto pubblico posson far comodo i viaggetti organizzati di una giornata che si trovano nelle località turistiche più frequentate.

Intendiamoci: si tratta di un viaggio molto più tranquillo del precedente. Che si potrebbe fare anche in moto, accampandosi sotto le auracarie e comprando il cibo dagli indios Mapuche.

Il classico. La maggioranza dei turisti vanno in Patagonia in aereo e fanno quattro tappe: El Calafate per vedere il ghiacciaio del Perito Moreno, Puerto Natales per il parco dele Torri del Paine, la costa per vedere le balene ed Ushuaia con i suoi dintorni. Niente da dire, posti meravigliosi. Ma veramente troppo poco e troppo turistico. Non si capise niente di ciò che è la Patagonia. Il tour è anche parecchio caro. Per fare solo queste quattro cose direi quasi quasi che è meglio nemmeno andarci. Ma forse esagero ed Ushuaia è veramente un posto che merita.

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La nave che fa il tragitto fra Quellon e Puerto Aysen fa scendere una propria lancia per portare a terra i passaggeri che vanno nei piccoli insediamenti di pesca.

Le crociere per i ghiacciai e le isole. Da poco tempo si organizzano, da Punta Arenas o da Puerto Natales delle crociere di 3 o 4 giorni per vedere i ghiacciai dei Campos de hielo sur che arrivano fino al mare. Questa è la tipica povertà intellettuale degli organizzatori e dei loro turisti. Invece di vedere 4 ghiacciai potrebbero andare a vederne due ed avere ancora il tempo per fare un giro per le isole più esterne, deserte e meravigliosamente boscose. Invece niente. Queste crocerine sono care arrabbiate e temo siano delle faccende acchiappa-citrulli.

Vi sono delle navi che fanno il percorso commerciale da Puerto Montt a Punta Arenas e che permettono di passare fra i canali del sud. Purtroppo anche in questo caso tali viaggi sono assai cari. La compagnia è Navimag. Vi è infine un viaggio delizioso che parte da Quellon, in fondo all’isola di Chiloè per arrivare a Puerto Aysen, vicino a Coyhaique. Nave assai disastrata, due giorni di viaggio scomodo, ma paesaggi da lasciarci il cuore: passa in stretti canali fra ripide rocce da cui cadono mille cascate. Questo viaggio non è per niente caro.

Lo sfizio di Puerto Williams. Ad Ushuaia dicono essere il luogo abitato più a sud del mondo. Sono argentini e quindi esagerano. Perchè di fronte vi sono le isole cilene che hanno un loro villaggio, Puerto Williams, che è davvero il posto perennemente abitato più a sud. E’ anche il luogo dove morì l’ultima rappresentate del popolo che abitava la Terra del Fuoco. A causa delle meschine dispute fra i militari cileni ed argentini è difficile e spesso impossibile percorrere le poche decine di chilometri dello stretto di Beagle che dividono le due città. A Puerto Williams ci si arriva in aereo, ma difficilmente perchè le condizioni del tempo fanno annullare la maggior parte dei voli o per nave da Punta Arenas. Ecco. il Viaggiatore Critico vorrebbe levarsi questo sfizio.

 

Le difficoltà del turista italiano in Cile.

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Tipica cabaña per turisti, in montagna.

Il turismo in CIle è un pò particolare. I visitatori più numerosi sono gli argentini, soprattutto per fare acquisti; poi i brasiliani, per sciare. Un pò di europei, soprattutto agli estremi del paese: al nord provenienti dal giro classico in Perù e all’estremo sud per la Patagonia, o, alcuni, a Chiloè.  Ma soprattutto c’e’ molto turismo interno sia a causa di  un certo livello di benessere, sia per il fatto che i cileni non hanno molti altri luoghi dove andare.

Il turista italiano troverà quindi una situazione calibrata sui bisogni dei turisti nazionali, certo molto diversi da quelli del turismo internazionale. Gli operatori turistici cileni, inoltre, non hanno avuto modo di vedere molte cose e quindi fanno come possono, inventandosi soluzioni e copiandosele gli uni con gli altri anche quando non stanno nè in cielo, nè in terra.

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Il tipico pic-nic dei cileni, di grande prossimità rispetto all’auto.

Il turista italiano dovrà quindi avere molta pazienza e spirito di sopportazione. Per prima cosa sui prezzi che sono molto simili a qulli italiani, ma con servizi decisamente inferiori; quindi il rapporto qualità/prezzo è molto sfavorevole al turista. Per quanto i cileni siano gentilissimi, non c’e’ l’attenzione al cliente che noi ci attendiamo: è il benvenuto, ma dà anche un pò fastidio con tutti i suoi bisogni. I dettagli della ricezione, quelli che fanno la qualità di un esercizio turistico, sono sconosciuti e negletti. Come molti sudamericani, anche i cileni hanno quella rigidità di fondo che impedisce loro di trovare soluzioni semplici a dei problemi comuni; e nemmeno si sforzano di trovarle. Il turista si scontrerà quindi contro un muro, gentile, ma sordo ai suoi bisogni.

I prezzi non stanno su una scala di valori chiara; sembrano fissati un pò a caso e quindi si possono trovare cose miglori a prezzi nassi e cose peggiori a prezzi molto alti. Quindi bisogna cercare, chiedere, valutare, prima di scegliere. I vari Booking.com o Tripadvisor non servono a molto, in quanto i commenti sono quasi tutti nazionali e quindi tarati sui loro bisogni e non sui nostri. Seguire Booking può essere addirittura controproducente in quanto vi hanno posto i propri esercizi gli imprenditori più vispi, gli stessi che hanno la tendenza ad alzare ingiustificatamente i loro prezzi.

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Meravigliosi prodotti del mare, tragicamente massacrati dai cuochi cileni.

Per dormire. I cileni si spostano per bande familiari; la coppia o il viaggiatore solitario non sono previsti. Quindi la ricettività a questo si è adattata. La tipologia più in voga è la cabaña o bungalow, egemonici nei luoghi di villeggiatura, ma presenti anche in città, Santiago esclusa. Con una o due camere, più un divano-letto in salotto, letti a castello, cucina e bagno. Cosi’ la famiglia numerosa può cucinare, risparmaire e tranquillizzare i bambini davanti alla televisione. I costi della cabaña sono ovviamente abbastanza alti, difficilmente inferiori ai 50 euro, anche per sistemazioni inaccettabili per gli standard europei. I proprietri dei bungalow normalmente non sono sul posto; fuori è affisso un approssimativo cartello con il numero di telefono a cui chiamarli. Se non si parla lo spagnolo ci si può affidare ai passanti, normalmente servizievoli (ovviamente bisogna avere una SIM cilena).

A Santiago sono diffusissimi gli studios, equivalenti al bungalow. Prezzi dolorosi.

Gli hotels sono normalmente più cari e non si capisce perchè una camera debba essere più cara di un bungalow. Vi è una terza categoria chiamata Hospedaje o Hostal equivalenti ai nostri affittacamere. Di prezzo inferiore hanno spesso il bagno in comune; condizioni un pò al limite della decenza, se non si è molto giovani e molto spartani.

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A sud le case, di legno, sono ricoperte di lamiera zincata, per evitare che si bagni.

La pulizia è quasi sempre soddisfacente, la colazione va dimenticata. Quasi impossibile trovare luoghi accoglienti: anche gli hotel più cari sono freddi e scostanti. Il romanticismo non riesce proprio a penetrare il Cile.

Il cibo è una tragedia senza fine. Lo scopo principale dei cileni sembra sia nutrirsi. Lo fanno almeno 4 volte al giorno e il paese è zeppo di luoghi di tutti i tipi e di tutti i livelli dove si mette qualcosa sotto i denti. Le porzioni non sono enormi, è la frequenza che è alta. Il cibo è generalmente pessimo, il servizio gentile, ma per niente professionale e i ristoranti, pur numerosissimi, sono molto spesso di uno squallore infinito, anche ad alti prezzi. I costi medi sono altini, comparabili con quelli italiani, poco al disotto. Rarissima una tavola apparecchiata, un menu non ovvio, una sala accogliente; anche se poi il conto va sui 50 euro a persona. Disperante. Si finisce per mangiare nei fast food, dove almeno il supplizio dura poco.

Il turista cileno non smette di mangiare per il semplice fato di essere in vacanza, anzi. La scampagnata tipica consiste nell’arrivare in un luogo ameno, aprire il cofano posteriore e cominciare a mangiare le provviste ivi conservate. Difficile che gli adulti si allontanino dal cofano per più di due metri.  Le gite organizzate sbrigano rapidamente le visite inevitabili, per occupare il tempo più utilmente seduti al ristorante. E’ palesamete un’ossessione alla quale il turista straniero deve inchinarsi. Il fatto che si mangi malissimo e sempre le stesse tre cose non sembra interessare i cileni; basta che si mangi. Vanno forte, ovviamente, l’asado, raro il curanto.

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Case che sarebbero bellissime, ma così maltenute da diventare deprimenti. A Puerto Montt, nel sud.

Un ulteriore aspetto che il turista italiano in Cile deve prendere in conto è la diversa scala dei valori delle attrazioni turistiche. O, più semplicemente, ciò che interessa ai turisti cilena non interessa a noi e viceversa. Tale fatto è particolarmente evidente quando si partecipa a quelle gitarelle di un giorno che si trovano organizzate nei luoghi turistici e che fanno risparmare un sacco di tempo e di difficoltà logisitiche. Dal momento che i turisti sono quasi esclusivamente nazionali, la gitarella è organizzata sui loro interessi e voi vi aggregate, un pò pecoroni. Ebben, vi porteranno a vedere delle cascate, dei pinnacoli di roccia, l’albero più grande della zona, il mercato delle cianfrusaglie, e, naturalmente, il ristorante. A voi interessano la flora del bosco, le tradizioni degli indios, l’economia della regione, la geologia delle montagne, i pesci dei laghi. Niente di tutto ciò verrà trattato e le vostre domande al riguardo cadranno nel vuoto imbarazzato che provocano le bizzarrie dei tipi che vogliono essere originali. Vi arrabbierete, ma inutilmente: quella è la loro cultrura e se a loro interessano cose che voi trovate inessenziali, se non stupide, è affar vostro e non loro. Quindi quando si chiedono informazoni su cosa vale la pena visitare nella zona bisogna tener conto che le risposte possono essere diverse da quelle che vi attendete. E, peraltro, è molto difficile trovare informazioni sugli aspetti che vi interessano.

Lo stesso problema di difficoltà di centrare il bersaglio del turista europeo colto si ha con le crociere nel sud.

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Ma paesaggi meravigliosi. Vicino a Melipeuco, in Araucania.

Del resto l’ideale dele vacanze del cileno che se le può permettere è giustamente quello di trovare una cabaña e non allontanarsene per nessun motivo per tutta la durata del soggiorno. La massima attività è di fare il fuoco per arrostirsi quantità industriali di carni.

Ma il vero problema che affatica il turista italiano è lo stato di abbandono, di mancanza di decoro, di sciatteria e di squallore nel quale versano le opere umane in Cile. E’ tutto così triste che alla fine ti prende la disperazione. Cattivo gusto, uso di materiali scadenti e cronica mancanza di manutenzione danno risultati terribili. Tutte le case sono in legno, il luogo è umidissimo: se non vengono fatte le manutenzioni, la muffa regna sovrana.

Da evitare andare in Cile durante l’inverno (escluso che per gli amanti estremi dello sci). Il tragico rapporto dei cileni con il freddo vi farà soffrire come mai in nessun altro inverno della vostra vita.

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La nascita del fiume Bio Bio, in Auracania.

Facilissimi ed economici i trasporti su bus. Il paese è lungo e ci si passano ore ed ore. Fra i 30 e i 40 euro al giorno il noleggio di una macchina piccola, ma bisogna cercar bene; i prezzi delle agenzie internazionali sono assai più alti. Franchigie assassine. Polizia (carabineros) poco presente ed apparentmente gentile.

Artigianato, zero. Prodotti alimentari tipici sotto zero. Inglese vicino allo zero assoluto.

Quello che salva, abbondantemente, il quadro sono i cileni carinissimi e i pesaggi fantastici.

 

El asado, arrosto culturale. 

Fenomeno centrale nella cultura popolare argentina, cilena, uruguyana e del sud del Brasile e’ el asado ovverosia il barbecue, la carne alla brace.

Non e’ un cibo: e’ un rito, una cerimonia, un fenomeno sociale trasversale e federatore.

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Agnelli arrostiti alla Patagonica. Da Wikicommons di Mriquelm
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Orgia carnica per l’asado.

Le origini sono chiare: le sterminate pampas del sud del continente, una volte liberate dagli indios opportunatamente massacrati, sono diventate infiniti pascoli per infiniti branchi di bovini ed ovini bradamente allevati. Portati poi all’industria per essere trasformati in scatolette di carne lasciavano molti tagli inutilizzati che gli operai utilizzavano durante la pausa pranzo.  Gli stessi pastori, i famigerati gauchos, evidentemente si nutrivano di uno delle migliaia di vitelli o di agnelli che controllavano, arrostendolo, la sera, negli accampamenti, sul bordo di uno dei rari ruscelli della pampa.
L’abitudine e’ poi penetrata nel corpo sociale. La domenica, nei quartieri popolari, le famiglie escono sulle vie i loro bracerini ed arrostiscono scambiandosi con i vicini, i cani intorno. Nei cantieri, a pranzo, un muratore smette mezz’ora prima, fa un fuoco con il legname delle impalcature e arrostisce la rosticciana. In occasione delle partite della nazionale gli amici si riuniscono intorno ad un asado.

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La graticola di un ristorante. Vi sono grossi pezzi di maiale, di vitellone ed alcuni polli. La carne viene messa sulla gratella e tagliata via via che i clienti chiedono l’uno o l’altro taglio. Quindi, in mancanza di richieste, il pezzo può restare sulla gratella fino a diventare secco e tiglioso. I resti vanno al giorno dopo. Spesso gli addetti alla gratella non sono all’altezza del loro compito. Evidentemente si previlegia la quantità e l’impressione di richezza della gratella, alla qualità dell’arrosto.

Santiago del Cile ha dovuto fare una legge che regola la cosa, per evitare di soffocare nel fumo. Secondo i parametri delle centraline, da noi fermano il traffico, qua spengono il barbecue.

I tagli sono numerosi, la qualita’ intrinseca della carne eccellente, i risultati solo a volte buoni, scarsini sulla frollatura e sulla cottura, spesso eccessiva. Vi è infatti un rifiuto abbastanza diffuso nei sudamericani della carne al sangue. La fiorentina e’ migliore.

Da non dimenticare che il consumo di carne bruciacchiata e grondante grasso fuso, fra amici, bevendo, e’ cosa da uomini forti, da maschi, un po’ barbari. Cosa che ben si compagina con la sofferta antropologia del continente. Ed infatti spopolano fino alla nausea i ristoranti di carne alla brace. Asado pubblico anziche’ privato. E spesso è l’unica cosa commestibile nel desolato panorama della cucina cilena.

Tanto consumo di carne ha, ovviamente, una grossa influenza sulla salute; degli argentini, soprattutto.

Una versione estrema dell’asado e’ il “cordero patagonico“.  Trattasi di agnellone, aperto, schiacciato e crocifisso su due pali infissi a terra accanto ad un falo’. Il calore non arriva da sotto, ma di lato, per riverbero. E’ il capolavoro culinario del gaucho, mentre il curanto è più il piatto indigeno.