Una strana bevanda amazzonica

Le ciotole per la chicha sono spesso bellissime.

La chicha di yucca è l’incubo dei viaggiatori nell’Amazzonia profonda in Ecuador. Quando si è saputo come viene preparata è difficile mandarla giù. Viene offerta ai viandanti che giungono nei villaggi della foresta e rifiutarla è un grave affronto, un segno di disprezzo nei confronti di chi la offre. Le conseguenze possono essere assai pesanti.

Del resto il viaggiatore è stanco e assetato dopo aver marciato a lungo nella foresta o aver remato sui fiumi. Arrivare in un villaggio, sedersi all’ombra di una tettoia di paglia, presentarsi e conversare con chi accoglie è un gran ristoro. La conversazione avviene con gli uomini, ma arriva rapidamente una donna anziana che distribuisce a ciascuno una ciotola di ceramica (ve ne sono di finissime) o ricavata da una zucca. Passa poi con un grosso recipiente di ceramica e versa nelle ciotole un liquido giallastro in cui navigano numerose fibre.  Gli astanti bevono soddisfatti rimovuendo dal labbro superiore le fibre che vi restano incollate. Quando la ciotola è vuota la vecchia la riempie di nuovo. Se, troppo presi dalla conservazione, si resta con la ciotola mezza piena, le fibre tendono ad andare a fondo e ciò non è gradevole. Quindi la vecchia accorre, infila le dita nella ciotola e gira il liquido riportando le fibre a navigare.

Ma questo smucinio di mano sporca non è niente rispetto alla preparazione della bevanda. La yucca (o manioca) è una radice largamente utilizzata in tutto il mondo tropicale. In Amazzonia, soprattutto ecuadoriana e colombiana, si usa anche per fare questa bevanda. Le radici vengono sbucciate e bollite, diventando abbastanza morbida. Le donne anziane del villaggio, ormai inadatte al lavoro nei campi o alla pesca nel fiume, le masticano pazientemente con quei pochi denti rimasti loro e le sputano in un grosso orcio. Si aggiunge dell’acqua e si mette vicino al fuoco. La poltiglia, arricchita dalla nutrita flora microbica apportata dalle signore, si riscalda leggermente e fermenta come qualsiasi liquido ricco di carboidrati. Dopo qualche gorno la chicha (pronuncia ciccia) è pronta e può essere consumata. E’ leggermente alcolica, deve arrivare ai 6 – 8 gradi, ad occhio, un pò frizzante e di gusto gradevole, molto dissetante. Se si aspetta ancora del tempo si ha il vinillo, più alcolico ma che diventa spesso acido.

Il fatto che le signore siano probabilmente tubercolotiche (le condizioni di vita nella foresta sono molto dure) attraversa la mente del bevitore guastando un pò il piacere della bevuta. Del resto non serve a niente affrettarsi a svuotare la ciotola per assolvere i doveri sociali e togliersi il pensiero. Una seconda ciotola sarà immediatamente servita e poi una terza, visto che la prima è stata così gradita.

Alla salute!!

I mali di Creta

mio-nokia1119
La banchina de Retimno. Provate a passarci durante la cena…

Creta, la cui visita è pur consigliabile, ha un sacco di problemi da un punto di vista turistico. E’ un eccellente esempio di come non bisognerebbe fare. Le cause sono molte.

Per prima cosa vi arrivano, con un gran numero di voli, diverse compagnie low cost. Viaggiano da aprile ad ottobre, Ryanair ha la ua base a Chania, altre ad Iraklion. La quantità di gente che arriva è impressionante; i più sono ragazzotti/e del nord europa che si sfondano d’alcol e si aggirano abbrostoliti per la stradine di Chania. Il porto è ridotto ad un luna park di ristoranti, barretti e bancarelle. Da lì i più organizzati si sparpagliano per il resto dell’isola, affittando auto a bassissimo prezzo (almeno non nel pieno della stagione) o usando i bus pubblici. Ed è il tracollo della circlazione e dei trasporti. Ovvio, in un’isola molto montagnosa, dalle strade difficili. Il popolo delle creme solari staziona soprattutto sulla costa settentrionale, spingendosi in pochi luoghi di quella meridionale.

mio-nokia1292
Pessima edilizia turistica fin sulla spiaggia in un borgo della costa meridionale di Creta. Eppure il luogo sarebbe bellissimo.

Poi, si sa, il greco è un popolo levantino, certo poco incline a fornirsi e a rispettare regole. Quindi si è edificato dove, come, quando si poteva; in una babele di scatole di cemento malamente sovrapposte. Costruzioni al risparmio, quasi sempre, quindi brutte, fatte male e in via di rapido degrado. Il problema non è nemmeno tanto la cementificazione, anche se selvaggia: è la cementificazione selvaggia bruttissima. Tanto i suddetti ragazzotti/e sono talmente ubriachi che non se ne accorgono nemmeno. Della famosa architettura greca tradizionale con le sue casine bianche sovrapposte è rimasta l’idea di base e questo sarebbe anche un bene; ma l’esecuzione è catastrofica.  Sui fianche di queste aride colline a mare degradano cascate di camere, terrazzini e ristoranti soffocati da insegne arrugginite dal salmastro che si contendono lo spazio con bouganville polverose. Scoraggiante, di fronte all’azzurro del mare che Omero cantò.

mio-nokia1117
Fortunatamente c’e’ sempre l’insalata greca che ci salva dalla pessima cucina per turisti….

Lo stato greco è impoverito dalla corruzione dei vecchi governanti e dalla tracotenza dei tedeschi. Non si può certo sperare che vi siano soldi per il decoro degli spazi pubblici. Non meraviglia quindi lo stato di abbandono, sporcizia, degrado, sciatteria in cui versano strade, vie, piazze, subito fuori dai centri. Proprio là dove sorgono le nuove babeli turistiche. Molto ben tenuti, invece, i centri delle città e di alcuni paesi.

mio-nokia1114
Il bel porto di Chania, carico di storia è ridotto ad un mercato. Un brutto mercato.

Il turismo è un commercio ed i commercianti sono spesso senza freni. E ciò, in un contesto dove il potere pubblico c’e’ poco o guarda colpevolmente altrove, provoca delle aberrazioni. Ad esempio i lungomari o le banchine dei porti di tutte le località che ne dispongono sono occupati da bar e ristoranti in un modo tale che per passare resta un piccolissimo spazio conteso dai camerieri che servono i tavoli e dai buttadentro che arrivano a sbarrarti la strada per farti sedere ai loro tavoli. Insopportabile, insostenibile, una indecente gazzarra.  E ciò proprio in Grecia che è il luogo dove il concetto mediterraneo di bar ha raggiunto dei meravigliosi apici di comodità e di raffinato buon gusto. Infatti i bar per i greci sono comodi, larghi, con bellissime poltrone e buon servizio, pur mantendo dei prezzi moderati. Quelli per i turisti sono angusti, ristretti, sovraffollati, di cattiva qualità e cari; ma sul lungomare….

Un’altra croce è il cibo. La cucina greca avrebbe anche degli aspetti gustosissimi; ma in quei ristoranti/batterie da allevamento di galline sui lungomari si mangia male, pocissimi piatti, cibo tirato via e che insulta la varietà ed il gusto della cucina greca tradizionale. Perchè non riescono a fare niente di meglio?

Le versioni sul carattere dei greci, in generale, sono assai variabili. C’e’ chi li adora in quanto figli dei nostri padri culturali e chi li detesta in quanto inaffidabili e pien di sotterfugi. Come che sia, i cretesi che si dedicano al difficile mestiere di mungere i turisti, sono spesso sgarbati, altezzosi, sbrigativi e scostanti. Da augurargli che i turisti li disertino.

I prezzi a Creta restano comodi. Ma arbitrari. Le camere, al di fuori dei centri principali, hanno una specie di prezzo fisso, che siano belle o brutte, al mare o in montagna, in un bel posto o in uno brutto. Nessuna politica dei prezzi; assalto ai turisti, a prescindere da quel che gli si da.

In una situazione come quella greca non ci si può aspettare una politica turistica che punti a diminuire la concentrazione dei turisti sulla costa, spostandoli nell’entroterra; e nemmeno una promozione dei prodotti locali. Non si pensi ad una differenziazione delle mete per favorire i trekking che non siano nelle affollattissime gole di Samaria o a favorire dei soggiorni in montagna per sfuggire al caldo. Non parliamo poi di navette turistiche per diminiire il traffico.

Ed infatti quasi niente di tutto ciò esiste. E’ un arrembaggio continuo in cui un luogo con potenzialità infinite viene consumato nel peggiore dei modi svilendo il turista e deprimendo i cretesi. Una via senza rimedio, una sconfitta certa, un gran peccato.

Creta merita comunque un viaggio, ma mi vien da piangere a pensare a come l’hanno ridotta.

 

 

El asado, arrosto culturale. 

Fenomeno centrale nella cultura popolare argentina, cilena, uruguyana e del sud del Brasile e’ el asado ovverosia il barbecue, la carne alla brace.

Non e’ un cibo: e’ un rito, una cerimonia, un fenomeno sociale trasversale e federatore.

corderos_al_palo
Agnelli arrostiti alla Patagonica. Da Wikicommons di Mriquelm
IMG_20160826_135349
Orgia carnica per l’asado.

Le origini sono chiare: le sterminate pampas del sud del continente, una volte liberate dagli indios opportunatamente massacrati, sono diventate infiniti pascoli per infiniti branchi di bovini ed ovini bradamente allevati. Portati poi all’industria per essere trasformati in scatolette di carne lasciavano molti tagli inutilizzati che gli operai utilizzavano durante la pausa pranzo.  Gli stessi pastori, i famigerati gauchos, evidentemente si nutrivano di uno delle migliaia di vitelli o di agnelli che controllavano, arrostendolo, la sera, negli accampamenti, sul bordo di uno dei rari ruscelli della pampa.
L’abitudine e’ poi penetrata nel corpo sociale. La domenica, nei quartieri popolari, le famiglie escono sulle vie i loro bracerini ed arrostiscono scambiandosi con i vicini, i cani intorno. Nei cantieri, a pranzo, un muratore smette mezz’ora prima, fa un fuoco con il legname delle impalcature e arrostisce la rosticciana. In occasione delle partite della nazionale gli amici si riuniscono intorno ad un asado.

IMG_20160814_133910
La graticola di un ristorante. Vi sono grossi pezzi di maiale, di vitellone ed alcuni polli. La carne viene messa sulla gratella e tagliata via via che i clienti chiedono l’uno o l’altro taglio. Quindi, in mancanza di richieste, il pezzo può restare sulla gratella fino a diventare secco e tiglioso. I resti vanno al giorno dopo. Spesso gli addetti alla gratella non sono all’altezza del loro compito. Evidentemente si previlegia la quantità e l’impressione di richezza della gratella, alla qualità dell’arrosto.

Santiago del Cile ha dovuto fare una legge che regola la cosa, per evitare di soffocare nel fumo. Secondo i parametri delle centraline, da noi fermano il traffico, qua spengono il barbecue.

I tagli sono numerosi, la qualita’ intrinseca della carne eccellente, i risultati solo a volte buoni, scarsini sulla frollatura e sulla cottura, spesso eccessiva. Vi è infatti un rifiuto abbastanza diffuso nei sudamericani della carne al sangue. La fiorentina e’ migliore.

Da non dimenticare che il consumo di carne bruciacchiata e grondante grasso fuso, fra amici, bevendo, e’ cosa da uomini forti, da maschi, un po’ barbari. Cosa che ben si compagina con la sofferta antropologia del continente. Ed infatti spopolano fino alla nausea i ristoranti di carne alla brace. Asado pubblico anziche’ privato. E spesso è l’unica cosa commestibile nel desolato panorama della cucina cilena.

Tanto consumo di carne ha, ovviamente, una grossa influenza sulla salute; degli argentini, soprattutto.

Una versione estrema dell’asado e’ il “cordero patagonico“.  Trattasi di agnellone, aperto, schiacciato e crocifisso su due pali infissi a terra accanto ad un falo’. Il calore non arriva da sotto, ma di lato, per riverbero. E’ il capolavoro culinario del gaucho, mentre il curanto è più il piatto indigeno.

Il curanto, stranissima ricetta patagonica.

Il curanto nasce sulla grande e bellissima isola di Chiloè nel sud del Chile, nella parte più settentrionale della Patagonia. E sembra che abbia le sue origini nella preistoria. E’ il piatto tipico del sud del Cile, un distintivo culturale importante, inseme al asado e all’agnello patagonico. Il curanto è di tradizione indgena, el asado di tradizone meticcia.

Il curanto non è un vero e proprio piatto, quanto, piuttosto, un metodo di cottura. E’ un sistema tribale; non si fa per una famiglia o per il pranzo di tutti giorni. E’ il cibo della festa della tribu, del paese. E’ un atto federatore del gruppo. E’ palesemente un processo tribale di sapore molto antico.

Chilote_destapando_curanto_2014-02-22_15-33
Si scopre il curanto. Foto di Sebacastillof1 da WikiCommons

Vi sono alcune versioni leggermente diverse. Racconto quella che ho visto. Nel terreno viene fatto una fossa profonda una cinquantina di centimetri e di un metro e mezzo di diametro. Sul fondo vengono messe dei ciottoli di fiume, rotondeggianti, di basalto di cui la regione è ricca. Sopra vi viene fatto un gran fuoco, a lungo, vivace. Quando restano solo le braci queste finiscono fra le fessure delle pietre o vengono rimosse. Restano quindi un pò di braci e le pietre infocuote. Molto rapidamente viene messo il cibo, prima che le pietre si raffreddino. Viene messo a strati: prima un bello strato abbondante di cozze a coprire le pietre; poi uno strato di pezzi di pollo, ben sistemati gli uno accanto agli altri. Nel frattempo le cozze cominciano a lasciare l’acqua e dal cumulo si leva il fumo che avvolgono le donne che sistema gli strati superiori. Poi ci vanno le patate, abbondanti. Ancora uno strato di carne di maiale inframmezzato da salsicce; infine delle specie di piadine di farina e di pure di patate, ed ancora verdure varie. Ormai il monte è alto ed il fumo aumenta. Vien quindi ben coperto il tutto con delle enormi foglie di una pianta locale, o, in mancanza, con foglie di cavolo. Ed infine una coperta di sacchi od addirittura di terra.

La preparazione è finita, le donne si siedono stanche e poi preparano i tavoli. La quantità di cibo è importante, una vera montagna. Dopo un oretta la cottura è finita. Si toglie la terra, i sacchi, le foglione. E riappaiono gli strati degli ingredienti. Ogni tipo di cibo viene raccolto e messo in dei grandi vassoi, senza mescolarlo con gli altri. Le persone sono sedute e le donne passano di uno in uno dando un pezzo di ogni cibo. Il vapore avvolge la montagna che viene, piano piano, smontata. Alla fine si arriva alle cozze. In fondo è tutto nero: nere le pietre, neri i carboncni ancora rimasti, nere le cozze. E’ difficile vederle nel fumo. Alcune resteranno lì e verranno mangiate fredde, dopo qualche ora, da chi è arrivato tardi per il pranzo, rovistando fra i carboni e le pietre.

La gente, felice, mangia quell’insieme di carne, cozze, verdure, patate, frittelle.

E’ buono tutto ciò? Evidentemente no. Non c’e’ condimento, se non il grasso di maiale che cola su tutto il resto, pollo e cozze compresi. E’ tutto un pò lesso, un pò affumicato, un pò bruciacchiato, un pò crudo.

Ma è una vera festa tribale ed il suo senso è quello.

Esiste poi una forma semplice del curanto: quello di pentola, in cui tutto ciò avviene, tristemente, in una pentola.

La cucina bulgara

IMG_20160615_123059
Zuppa di trippa.

Par di capire che l’eccellente cucina bulgara si basa su quattro caposaldi.

In primo luogo le zuppe, molto numerose. Per l’estate vi è la deliziosa Tarator: fredda a base di yogurt e cetrioli. Sempre presenti quella di fagioli e quella di trippa. Poi le altre. Sono tutte piuttosto liquide, ma con degli elementi solidi abbastanza grossi dentro: pezzi di cetriolo, polette di carne, fagioli interi, brandelli di pesce o di trippa. Sono quindi dei “mangia e bevi” . Quasi tutte deliziose, che fanno bene al corpo e all’anima. Evidenti gli influssi delle ciorbe turche.

In secondo luogo le insalate. La più comune è simile a quella greca, ma con il formaggio

Terrina di trippa e funghi con il formaggio.
Terrina di trippa e funghi con il formaggio.

grattugiato invece che a pezzi. Altre sono comunque tipo “del contadino”, molto basiche. Vi entrano anche ortaggi grigliati, soprattutto i peperoni dolci. Ogni ristorante ne ha una bella sfilza nel menu.

In terzo luogo, gli spezzatini in umido, spesso in terrina. Carne, pesce, pollo, molte frattaglie. Molto spesso con il formaggio fuso sopra. Abbastanza umidi, al limite del cucchiaio. Saporiti, non molto piccanti. Aria di cucina contadinissima. Buoni, semplici, amichevoli.

In quarto e centrale luogo, la carne alla brace. Molto spesso carne macinata con cui fare polpette lunghe o polpettoni anche ripieni di formaggio. Molte le salsicce

Polpettone ai ferri con ripieno di formaggio.
Polpettone ai ferri con ripieno di formaggio.

diverse. Il tutto mi è parso un pò scipito ed un pò troppo umido. Anche maiale ai ferri e agnello frequente.

Molto importanti anche gli antipasti sia freddi con pochi, ma molto buoni, insaccati e qualche formaggio fra cui uno che ha lo stranissimo nome di casc-caval e di cui non son riuscito a capire la probabile parentela con il caciocavallo. Sia caldi con grande abbondanza di frattaglie: lingua, fegatini e cuoricini di pollo, trippa, formaggio fuso. Ho provato sia della trippa che della lingua al burro che da soli meritavano il viaggio in Bulgaria.

Sovrano il formaggio e lo yogurt, entrano dappertutto. Dai formaggi non sono stato molto impressionato. Lo yogurt è quello

Yogurt di pecora con miele.
Yogurt di pecora con miele.

tipico loro, fatto con il Lactobacillus bulgaricum. Ho mangiato dello yogurt di pecora con sopra del miele millefiori; da commozione. Importantissimo il miele, molti i negozi specializzati.

Deludente il settore forno. Al ristorante il pane va chiesto a parte e bisogna indicare il numero delle fette che vuoi, di un misero pane a cassetta. Oppure ti portano una pita normalmente bruciacchiata. Dolci di evidente origine turca, come succede in Grecia, che non mi hanno lasciato nessun ricordo.

Vini degnissimi di stare in paragone con discreti vini italiani.

 

IMG_20160614_214723
Rondelle di mele fritte con miele e noci.

Purtroppo non pare che ci sia un orgoglio della cucina nazionale. Moltissimi i ristoranti e con menu molto variati; ma sembra che sia un punto di onore metterci per forza il massimo di piatti italiani come pasta e pizza. Bisogna quindi cercare nelle pieghe del menu per trovare i piatti locali.

La pizza è una vera e propria piaga nazionale, sembra che non vivan d’altro. Ed è praticamente l’unico cibo di strada che ho visto. Buona la frutta, bruttina, ma saporita.

Ben fatta la pagina di Wikipedia al riguardo.

La cucina Estone

IMG_20160423_112554
Bruttissimo pesce del Baltico. Usatissimi i pesci affumicati, ma non so bene in quale preparazione vadano a finire.

Alcune gioie, non pochi dolori.

Gioia assoluta con le zuppe, varie e buonissime. Ve n’è una di nome Seljanka e parente del Borsch russo che è di bontà commovente. Ma anche le altre si dfendono: di salmone, di polpette, di crema di barbabietole rosse.

Grande piacere con l’aringa, ammannita fresca o conservata, fritta, arrosto o mescolata con mille salse diverse. Di gusto sempre molto più leggero di come la conosciamo noi.

IMG_20160427_141742
Salsiccia di sanguinaccio con rotelle di cipolla ai ferri, marmellata di frutti di bosco e panna acida. Uno dei migliori piatti provati.

Buona la pasticceria, di risonanza tedesca, anche se un pò mappazzona.

Per il resto è una catastrofe. I ristoranti hanno pochissimi piatti e sempre gli stessi: filetti di bovino, di maiale, di pollo, di agnello o di anatra ai ferri e poco altro. Monotonia infinita.  Formaggio fritto. Ma impera soprattutto il filetto di maiale in grossi pezzi in padella con salse varie. Immancabilmente stopposo e durissimo. Diffusissimo, apprezzatissimo e quasi immangiabile.  Di poco migliore il sult che è una sorta di maiale lesso e sfibrato in galantina, di pochissimo gusto. Gia meglio le salsicce di sanguinaccio, ma difficili da trovare. Una gradita sorpresa: le orecchie di maiale fritte a striscioline. Centrale il pane di segale, di quello che pesa come il piombo. Molto formaggio insulso, così come i salumi.

Dispiace che non vi siano ristoranti con la cucina locale, contadina, tradizionale, regionale, nemmeno a Tallinn. E’ tutto uniformato sul modello carne ai ferri all’americana. Oppure sulle altre cucine: molto l’italiana, le orientali, la georgiana. Un’infnità di pizzerie e kebab.

IMG_20160501_193736
Il famigerato filetto di maiale tagliato grosso, qui con patate e salsa di mele.

Al mercato centrale, apparentemente in mano ai russi, vi sono un paio di chioschi, assai tristi, ma dove si trova la cucina russa, di ben altra importanza.

I locali sono sostanzialmente di due tipi: il ristorante classico e il “bar” dove si puo’ anche mangiare grosso modo gli stessi piatti che al ristorante, a prezzi un pò più bassi e in modo informale. In questi locali è normale alzarsi ed ordinare al banco e dopo aver finito riportarvi il piatto. I camerieri sono spesso abbastanza screanzati.  Più gentili ai ristoranti dove, comunque, i prezzi sono un pò inferiori a quelli italiani.

Dopo qualche giorno, la disperazione si installa nel turista, perchè l’uomo non può vivere solo di zuppa e di paste dolci.

 

Tragico Cairo.

IMG_20151004_120156
Sterminato e polveroso Cairo.

Il Cairo è un inferno magmatico in cui nessun uomo ragionevole vorrebbe vivere. Dieci milioni di abitanti più altri cinque nelle vicinanze; un traffico feroce che va a velocità insensate, da non credere che ci sia ancora qualcuno vivo a sera; difficilissimo attraversare le strade, bisogna buttarsi confidando che nessuno vi arroti per paura di rovinare la sua auto; pochissimi centimetri di pioggia l’anno ed il deserto vicino fanno sì che l’aria è densa come il latte e la visibilità minima, per via della polvere; quindi tutta la città, in ogni suo minimo angolo è coperta da un polverone giallastro.

[Post sull’Egitto] 

[Come andare a Luxor in treno]

Il turista dormirà in centro, vicino alla famosa piazza Tahir e al Museo Egizio e si recherà alle Piramidi che sono ai margini della città. Curiosa cosa: guardando le Piramidi da est, dietro vi si vede solo sconfinato deserto. Voltandosi la citta incombe enorme, nella nebbia di polvere.

E’ uso cairota costruire i palazzi, spesso di almeno una decina di piani e vendere gli appartamenti senza intonaco esterno e senza infissi. Così costano meno e poi i proprietari penseranno a mettere gli infissi e ad intonacare (forse).  Può essere una buona idea, ma la zona che il turista attraversa per andare alle Piramidi è recente ed è irta di nudi scheletri di palazzoni di mattoni e di vuote occhiaie. Lo spazio fra un palazzo e l’altro è minimo e passando sulla strada prndìcipale si vedono teorie di stadine che serpeggiano irregolari fra questi scheletri.  Stradine sterrate e ingombre di immondizie. E tutto ciò nel traffico sfrenato con i motorini e i carretti ovunque. Frastuono, polvere, caldo. Un incubo. Confesso che il viaggio alle Piramidi mi ha impressionato di più delle Piramidi stesse, montagne di sassi messi su a grande fatica da disgraziati, come disgraziati sono quelli che si agitano nelle vie della città attuale.

IMG_20151004_193542
La bella zona intorno a Khān el-Khalilī. E’ il solo luogo che valga veramente la visita-

La polvere non risparmia l’interno del Museo Egizio. Prima della crisi affollatissimo, ora vuoto di turisti. Ma pienissimo di oggetti, tanto da stancarti dopo poco. Disposizione ottocentesca, poche didascalie, cattiva illuminazione, didattica zero. Ne stanno facendo un altro accanto alle Piramidi; speriamo, perchè questo è imbarazzante per essere il turismo una grande risorsa economica del paese.

In centro i grandi negozi illuminatissimi con merce spesso dozzinale, qualche pasticceria famosa, niente bar da alcolici, senso di squallore ovunque.

Il turista accorto potrà invece apprezzare la zona di Khān el-Khalilī, il mercato tradizionale. Non direttamente il grande quadrilatero del mercato stesso, troppo turistico ed artefatto, ma tutta la zona circostante dove si può passeggiare in apparente totale sicurezza in un ambiente vero e di sapore tradizionale. Le botteghe con i disparati mestieri, le piccole e grandi moschee, i bar con la gente a bere il tè ed il caffè, le botteghine ed i chioschi di cibo di strada, il via vai della vita vera. E’ zona gradevolissima ed interessante, certo più di quei grossi cosi stupidi che sono le Piramidi. Ci si possono passare ore e si starà bene. E vengono in mente quei capolavori assoluti della letteratura mondiale che sono i libri di Naguib Mafouaz, che devono essere ambientati in questi quartieri. Direi che questa zona è l’unica che dà belle sensazioni nella tragedia che è Il Cairo e l’Egitto tutto (come detto in questo post).

IMG_20151004_173203
I gatti eran sacri nell’antico Egitto e lo sono ancora. Girano indisturbati ovunque, anche gli adulti si fermano volentieri a giocare con loro ed addirittura portano loro del cibo nella sala della preghiere della Moschea. Inaudito, altrove. E i gatti egiziani sono particolarmente intelligenti e sicuri di se, per niente paurosi.

Anche le Moschee rappresentano un oasi di respiro per il turista frastornato. Vi si può entrare liberamente, senza scarpe e restarvi il tempo che si vuole, riposarsi.  Sono pulitissime. In quelle più grandi vi è un vasto cortile dove le famiglie vengono a passare qualche momento con i bambini che giocano e corrono. Gli adulti chiaccherano tranquillamente. Ci si può sedere anche nella sale delle preghiere, fuori dai momenti delle funzioni. I gatti vi girano tranquilli, hanno mantenuto lo stato di animali sacri che gli antichi Egizi attibuivano loro!

IMG_20151006_150211
Le tombe a casetta del cimitero copto.

Il cibo di strada è eccellente; cucina mediterranea, sapori che non ci sono alieni, ma diversamente congegnati e gradevolissimi. Ci sono buchini, sporchi e malmessi, con sul banco un bel numero di pietanze che si scelgono con il dito e che ci vengono portate al sedicente tavolo. Deliziose cose. Certi chioschi vendono la zuppa, altri i legumi, altri cose fritte, cervello compreso. C’e’ da passarci un sacco di tempo. Attenzione ai prezzi che vengono decuplicati, in esclusivo vostro onore, meglio cercare di informarsi prima; si tratta sempre di somme modeste, ma dispiace farsi prendere per scemi.

IMG_20151006_160151
Delizie di strada.

Vi è infine il quartiere copto circondato da mura e con una sola vera entrata che la notte chiude. Alcune chiese abbastanza interessanti, uno strano cimitero con le tombe fatte a casette. Ma soprattutto gente molto, molto diversa dagli egiziani mussulmani. Sembrano molto più moderni e vispi, soprattutto le donne. All’interno chioschi dove si mangiano quasi esclusivamente wurstel di maiale.

Insomma, Il Cairo è una delle capitali mondiali, ma anche se non ci si va non si perde molto.