In Libano per la cucina

La foto è tratta da questo articolo dove se ne può sapere di più.

E’ come per il Vietnam. Anche del Libano ho mparlato assai male qui e qui, e non so proprio se avrò voglia di tornarci. Certo è che quando me ne sono andato non mi è dispiaciuto, cosa rarissima per me, successo poche volte.

Ma una cosa è meravigliosa in Libano e per lei da sola un viaggio è più che giustificato: la cucina.

Ma non tutta la cucina, che nei secondi piatti sovrabbonda la carne, spesso alla griglia e spesso un pò rinsecchita. E nemmeno per la gamma dei kebab, che pur vari e ben migliori di quelli che si trovano da noi, non mi hanno mai entusiasmato.

No, la meraviglia sta nei Mezze. Tipici di tutta l’area ex-ottomana raggiungono in Libano vette di assoluta purezza. Si tratta semplicemente di antipastini che vengono serviti all’inizio del pranzo. Dal momento che la vita dei Libanesi si svolge in seno ad una comunità, i pranzi o le cene vedono riunirsi un buon numero di persone. E’ quindi naturale che si portino in tavola un gran numero di piattini diversi da cui ognuno si ne serve una piccola quantità. Quindi si avranno molti assaggini in contemporanea.

Vi può essere una certa affinità con las tapas spagnole, ma queste sono minori in quantità, individuali, più soggette all’estro del ristoratore  e vengono mangiate per lo più in piedi.

Ogni mezza è servita nella quantità di una porzione individuale o poco meno; nel caso in cui il  numero dei commensali sia basso è quindi necessario diminuire il numero delle mezze che non potrebbero essere consumate se non in piccola parte. I turisti hanno quindi alcune difficoltà ad apprezzare nel suo insieme il piacere della varietà di questi antipasti.

Per chi non ha divieti religiosi le mezze sono accompagnate dall’arak, sorta di liquore all’anice tipo il pastis francese; io non amo molto questo accostamento.

Questi piattini sono diversissimi fra di loro: verdure fresche o conservate; patè di ceci, di fave, di melanzane, di formaggio, di pomodoro piccante; foglie di vite ripiene; polpette di carne e di verdure al sugo, arrostite o fritte; insalate a base di pomodori, prezzemolo, cipolla, menta, pane croccante; melanzanine ripiene sott’olio; fegatini di pollo o fegato di vitello al tegame; insalata di polpo. E si può continuare: si contano oltre 40 tipi diversi. Naturalmente ogni luogo ha le sue specialità.

Il taboulè, insalata di prezzemolo pomodoro e cipolla.

Per i ristoranti è una gara offrire mezze tipiche della casa o in grande varietà. E’ il cliente che decide quali mezze ordinare; non credo esista il concetto di antipasto misto come da noi, dove è il ristoratore che fa una sua scelta.

La coltura dell’antipasto è così radicata che nei buoni ristoranti ti portano la prima mezza insieme al menù; non la hai ordinata, non la paghi e consiste spesso in verdure crude da sgranocchiare (rapanelli, lattuga croccante, sottaceti) mentre si attende di fare l’ordine e poi di ricevere i piatti.

La varietà di questi antipasti riporta il turista sia alla sontuosità dei banchetti ottomani per l’elaborazione di certi piatti; sia alla semplicità dei pranzi estivi contadini per la freschezza e la naturalità di certi altri. E’ comunque una festa.

Dopo si può saltare il secondo ed andare direttamente ai dolci dove si apre il Paradiso.

In Vietnam per la cucina

La signora, con il suo bilancere attende l’uscita degli impiegati affamati. (Foto di Thomas Schoch via Wikimedia Commons)

Nonostante tutto il male che ho detto del Vietnam riconosco volentieri che c’è un ottimo motivo per andarci, tanto che, per questo, ci tornerei volentieri.

La cucina vietnamita è celestiale. Intanto si svolge molto per strada: verso mezzogiorno, nelle strade di Saigon, si vedono arrivare, rapide, molte donne di mezz’età, sulla spalla un lungo bastone alle cui estremità si bilanciano due secchi, uno per parte. Giunte sul loro luogo fanno uscire dai secchi pentole piene di cibo già cucinato, piatti, bastoncini, cucchiai e dispongono il tutto sul marciapiede. Dopo poco cominciano ad uscire gli impiegati dagli uffici, vanno di donna in donna fino a che ne scelgono una e si fanno servire il pranzo, che consumano lì stesso, accovacciati.

La “zuppa dolce” (foto di stu_spivack via Wiki Commons)

Ai mercati vi è invece una zona riservata alle “zuppe dolci”. Qua la donna è statica, seduta a terra e circondata da alcune decine di recipienti di varia foggia, misura e colore. In ogni recipiente un ingrediente, alcuni facilmente identificabili dal turista, certi sconosciuti, come gelatine di vario colore e consistenza od organismi marini di incerta tassonomia, altri ancora di palese origine aliena. Il cliente fa la lista degli ingredienti che vuole e la signora li mette, in un certo ordine, in un grande bicchiere; un pò come si farebbe in una gelateria nostrana. Il cliente riceve anche un cucchiaio e ingurgita immediatamente questa sinfonia di sapori che lui stesso ha composto. Il turista da solo non ce la farà mai, ma se chiede aiuto ad un passante, alla signora o semplicemente chiede la replica dell’avventore precedente, avrà una sensazione che non dimenticherà mai. Io andrei domattina in Vietnam solo per farmi un pò di quegli stranissimi bicchieri.

La sera la cosa si fa più conviviale. In certe piazze, in qualche parco, vengono montate lunghe serie di cucine di fortuna, ognuna con tre o quattro tavolini; le famiglie passeggiano, scrutano fra i fumi, guardano nei piatti di chi già mangia. Dopo una breve concertazione, scelgono una cucina, si siedono e ricevono il piatto che quella cuoca ha preparato quel giorno.

Da questi tre esempi si capisce che: il numero dei piatti è infinito; che ogni cuoca ha una sua particolarità; che i clienti scelgono con attenzione quel che vogliono mangiare e non si accontentano “di quel che c’e'”. La cuoca che vuol restare sul mercato deve quindi far bene attenzione ad avere un piatto attraente, una sua mano peculiare, uno stile riconoscibile. In altre parole deve cucinare con grande professionalità, maestria, amore.

Si cucina in tavola (foto di HoangTuanAnh via Wikimedia Commons)

Ed è proprio questa la caratteristica che mi ha fatto impazzire della cucina vietanmita: la consapevolezza di se, la raffinatezza e l’essenzialità raggiunta (niente a che vedere con la parmigiana della zia, per intendersi). Si capisce che è una cucina antichissima, terribilmente esperta, affinata nei millenni.

Poi naturalmente ci sono anche i ristoranti, dove lo stile del servizio è un pò come in Grecia o in Libano. Vengono serviti molti piattini con cose diverse ed ognuno spelluzzica qua e là. Una esperienza sontuosa consistette in un fornello sul tavolo con una pentola di brodo in cui dovevo lessare via, via, svariati ingredienti che affollavano la tavola. Una volta cotti li mescolavo a mia guisa, aggiungendovi altri ingredienti freschi, su una larga ostia di farina di riso che poi arrotolavo ed addentavo. Un delirio di sapori.

Misteriose delizie. (Foto di William Cho via Wikicommons)

Ed ora scusatemi se interrompo bruscamente, ma devo correre in Vietnam a cena….

Una strana bevanda amazzonica

Le ciotole per la chicha sono spesso bellissime.

La chicha di yucca è l’incubo dei viaggiatori nell’Amazzonia profonda in Ecuador. Quando si è saputo come viene preparata è difficile mandarla giù. Viene offerta ai viandanti che giungono nei villaggi della foresta e rifiutarla è un grave affronto, un segno di disprezzo nei confronti di chi la offre. Le conseguenze possono essere assai pesanti.

Del resto il viaggiatore è stanco e assetato dopo aver marciato a lungo nella foresta o aver remato sui fiumi. Arrivare in un villaggio, sedersi all’ombra di una tettoia di paglia, presentarsi e conversare con chi accoglie è un gran ristoro. La conversazione avviene con gli uomini, ma arriva rapidamente una donna anziana che distribuisce a ciascuno una ciotola di ceramica (ve ne sono di finissime) o ricavata da una zucca. Passa poi con un grosso recipiente di ceramica e versa nelle ciotole un liquido giallastro in cui navigano numerose fibre.  Gli astanti bevono soddisfatti rimovuendo dal labbro superiore le fibre che vi restano incollate. Quando la ciotola è vuota la vecchia la riempie di nuovo. Se, troppo presi dalla conservazione, si resta con la ciotola mezza piena, le fibre tendono ad andare a fondo e ciò non è gradevole. Quindi la vecchia accorre, infila le dita nella ciotola e gira il liquido riportando le fibre a navigare.

Ma questo smucinio di mano sporca non è niente rispetto alla preparazione della bevanda. La yucca (o manioca) è una radice largamente utilizzata in tutto il mondo tropicale. In Amazzonia, soprattutto ecuadoriana e colombiana, si usa anche per fare questa bevanda. Le radici vengono sbucciate e bollite, diventando abbastanza morbida. Le donne anziane del villaggio, ormai inadatte al lavoro nei campi o alla pesca nel fiume, le masticano pazientemente con quei pochi denti rimasti loro e le sputano in un grosso orcio. Si aggiunge dell’acqua e si mette vicino al fuoco. La poltiglia, arricchita dalla nutrita flora microbica apportata dalle signore, si riscalda leggermente e fermenta come qualsiasi liquido ricco di carboidrati. Dopo qualche gorno la chicha (pronuncia ciccia) è pronta e può essere consumata. E’ leggermente alcolica, deve arrivare ai 6 – 8 gradi, ad occhio, un pò frizzante e di gusto gradevole, molto dissetante. Se si aspetta ancora del tempo si ha il vinillo, più alcolico ma che diventa spesso acido.

Il fatto che le signore siano probabilmente tubercolotiche (le condizioni di vita nella foresta sono molto dure) attraversa la mente del bevitore guastando un pò il piacere della bevuta. Del resto non serve a niente affrettarsi a svuotare la ciotola per assolvere i doveri sociali e togliersi il pensiero. Una seconda ciotola sarà immediatamente servita e poi una terza, visto che la prima è stata così gradita.

Alla salute!!

I mali di Creta

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La banchina de Retimno. Provate a passarci durante la cena…

Creta, la cui visita è pur consigliabile, ha un sacco di problemi da un punto di vista turistico. E’ un eccellente esempio di come non bisognerebbe fare. Le cause sono molte.

Per prima cosa vi arrivano, con un gran numero di voli, diverse compagnie low cost. Viaggiano da aprile ad ottobre, Ryanair ha la ua base a Chania, altre ad Iraklion. La quantità di gente che arriva è impressionante; i più sono ragazzotti/e del nord europa che si sfondano d’alcol e si aggirano abbrostoliti per la stradine di Chania. Il porto è ridotto ad un luna park di ristoranti, barretti e bancarelle. Da lì i più organizzati si sparpagliano per il resto dell’isola, affittando auto a bassissimo prezzo (almeno non nel pieno della stagione) o usando i bus pubblici. Ed è il tracollo della circlazione e dei trasporti. Ovvio, in un’isola molto montagnosa, dalle strade difficili. Il popolo delle creme solari staziona soprattutto sulla costa settentrionale, spingendosi in pochi luoghi di quella meridionale.

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Pessima edilizia turistica fin sulla spiaggia in un borgo della costa meridionale di Creta. Eppure il luogo sarebbe bellissimo.

Poi, si sa, il greco è un popolo levantino, certo poco incline a fornirsi e a rispettare regole. Quindi si è edificato dove, come, quando si poteva; in una babele di scatole di cemento malamente sovrapposte. Costruzioni al risparmio, quasi sempre, quindi brutte, fatte male e in via di rapido degrado. Il problema non è nemmeno tanto la cementificazione, anche se selvaggia: è la cementificazione selvaggia bruttissima. Tanto i suddetti ragazzotti/e sono talmente ubriachi che non se ne accorgono nemmeno. Della famosa architettura greca tradizionale con le sue casine bianche sovrapposte è rimasta l’idea di base e questo sarebbe anche un bene; ma l’esecuzione è catastrofica.  Sui fianche di queste aride colline a mare degradano cascate di camere, terrazzini e ristoranti soffocati da insegne arrugginite dal salmastro che si contendono lo spazio con bouganville polverose. Scoraggiante, di fronte all’azzurro del mare che Omero cantò.

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Fortunatamente c’e’ sempre l’insalata greca che ci salva dalla pessima cucina per turisti….

Lo stato greco è impoverito dalla corruzione dei vecchi governanti e dalla tracotenza dei tedeschi. Non si può certo sperare che vi siano soldi per il decoro degli spazi pubblici. Non meraviglia quindi lo stato di abbandono, sporcizia, degrado, sciatteria in cui versano strade, vie, piazze, subito fuori dai centri. Proprio là dove sorgono le nuove babeli turistiche. Molto ben tenuti, invece, i centri delle città e di alcuni paesi.

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Il bel porto di Chania, carico di storia è ridotto ad un mercato. Un brutto mercato.

Il turismo è un commercio ed i commercianti sono spesso senza freni. E ciò, in un contesto dove il potere pubblico c’e’ poco o guarda colpevolmente altrove, provoca delle aberrazioni. Ad esempio i lungomari o le banchine dei porti di tutte le località che ne dispongono sono occupati da bar e ristoranti in un modo tale che per passare resta un piccolissimo spazio conteso dai camerieri che servono i tavoli e dai buttadentro che arrivano a sbarrarti la strada per farti sedere ai loro tavoli. Insopportabile, insostenibile, una indecente gazzarra.  E ciò proprio in Grecia che è il luogo dove il concetto mediterraneo di bar ha raggiunto dei meravigliosi apici di comodità e di raffinato buon gusto. Infatti i bar per i greci sono comodi, larghi, con bellissime poltrone e buon servizio, pur mantendo dei prezzi moderati. Quelli per i turisti sono angusti, ristretti, sovraffollati, di cattiva qualità e cari; ma sul lungomare….

Un’altra croce è il cibo. La cucina greca avrebbe anche degli aspetti gustosissimi; ma in quei ristoranti/batterie da allevamento di galline sui lungomari si mangia male, pocissimi piatti, cibo tirato via e che insulta la varietà ed il gusto della cucina greca tradizionale. Perchè non riescono a fare niente di meglio?

Le versioni sul carattere dei greci, in generale, sono assai variabili. C’e’ chi li adora in quanto figli dei nostri padri culturali e chi li detesta in quanto inaffidabili e pien di sotterfugi. Come che sia, i cretesi che si dedicano al difficile mestiere di mungere i turisti, sono spesso sgarbati, altezzosi, sbrigativi e scostanti. Da augurargli che i turisti li disertino.

I prezzi a Creta restano comodi. Ma arbitrari. Le camere, al di fuori dei centri principali, hanno una specie di prezzo fisso, che siano belle o brutte, al mare o in montagna, in un bel posto o in uno brutto. Nessuna politica dei prezzi; assalto ai turisti, a prescindere da quel che gli si da.

In una situazione come quella greca non ci si può aspettare una politica turistica che punti a diminuire la concentrazione dei turisti sulla costa, spostandoli nell’entroterra; e nemmeno una promozione dei prodotti locali. Non si pensi ad una differenziazione delle mete per favorire i trekking che non siano nelle affollattissime gole di Samaria o a favorire dei soggiorni in montagna per sfuggire al caldo. Non parliamo poi di navette turistiche per diminiire il traffico.

Ed infatti quasi niente di tutto ciò esiste. E’ un arrembaggio continuo in cui un luogo con potenzialità infinite viene consumato nel peggiore dei modi svilendo il turista e deprimendo i cretesi. Una via senza rimedio, una sconfitta certa, un gran peccato.

Creta merita comunque un viaggio, ma mi vien da piangere a pensare a come l’hanno ridotta.

 

 

El asado, arrosto culturale. 

Fenomeno centrale nella cultura popolare argentina, cilena, uruguyana e del sud del Brasile e’ el asado ovverosia il barbecue, la carne alla brace.

Non e’ un cibo: e’ un rito, una cerimonia, un fenomeno sociale trasversale e federatore.

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Agnelli arrostiti alla Patagonica. Da Wikicommons di Mriquelm
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Orgia carnica per l’asado.

Le origini sono chiare: le sterminate pampas del sud del continente, una volte liberate dagli indios opportunatamente massacrati, sono diventate infiniti pascoli per infiniti branchi di bovini ed ovini bradamente allevati. Portati poi all’industria per essere trasformati in scatolette di carne lasciavano molti tagli inutilizzati che gli operai utilizzavano durante la pausa pranzo.  Gli stessi pastori, i famigerati gauchos, evidentemente si nutrivano di uno delle migliaia di vitelli o di agnelli che controllavano, arrostendolo, la sera, negli accampamenti, sul bordo di uno dei rari ruscelli della pampa.
L’abitudine e’ poi penetrata nel corpo sociale. La domenica, nei quartieri popolari, le famiglie escono sulle vie i loro bracerini ed arrostiscono scambiandosi con i vicini, i cani intorno. Nei cantieri, a pranzo, un muratore smette mezz’ora prima, fa un fuoco con il legname delle impalcature e arrostisce la rosticciana. In occasione delle partite della nazionale gli amici si riuniscono intorno ad un asado.

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La graticola di un ristorante. Vi sono grossi pezzi di maiale, di vitellone ed alcuni polli. La carne viene messa sulla gratella e tagliata via via che i clienti chiedono l’uno o l’altro taglio. Quindi, in mancanza di richieste, il pezzo può restare sulla gratella fino a diventare secco e tiglioso. I resti vanno al giorno dopo. Spesso gli addetti alla gratella non sono all’altezza del loro compito. Evidentemente si previlegia la quantità e l’impressione di richezza della gratella, alla qualità dell’arrosto.

Santiago del Cile ha dovuto fare una legge che regola la cosa, per evitare di soffocare nel fumo. Secondo i parametri delle centraline, da noi fermano il traffico, qua spengono il barbecue.

I tagli sono numerosi, la qualita’ intrinseca della carne eccellente, i risultati solo a volte buoni, scarsini sulla frollatura e sulla cottura, spesso eccessiva. Vi è infatti un rifiuto abbastanza diffuso nei sudamericani della carne al sangue. La fiorentina e’ migliore.

Da non dimenticare che il consumo di carne bruciacchiata e grondante grasso fuso, fra amici, bevendo, e’ cosa da uomini forti, da maschi, un po’ barbari. Cosa che ben si compagina con la sofferta antropologia del continente. Ed infatti spopolano fino alla nausea i ristoranti di carne alla brace. Asado pubblico anziche’ privato. E spesso è l’unica cosa commestibile nel desolato panorama della cucina cilena.

Tanto consumo di carne ha, ovviamente, una grossa influenza sulla salute; degli argentini, soprattutto.

Una versione estrema dell’asado e’ il “cordero patagonico“.  Trattasi di agnellone, aperto, schiacciato e crocifisso su due pali infissi a terra accanto ad un falo’. Il calore non arriva da sotto, ma di lato, per riverbero. E’ il capolavoro culinario del gaucho, mentre il curanto è più il piatto indigeno.

Il curanto, stranissima ricetta patagonica.

Il curanto nasce sulla grande e bellissima isola di Chiloè nel sud del Chile, nella parte più settentrionale della Patagonia. E sembra che abbia le sue origini nella preistoria. E’ il piatto tipico del sud del Cile, un distintivo culturale importante, inseme al asado e all’agnello patagonico. Il curanto è di tradizione indgena, el asado di tradizone meticcia.

Il curanto non è un vero e proprio piatto, quanto, piuttosto, un metodo di cottura. E’ un sistema tribale; non si fa per una famiglia o per il pranzo di tutti giorni. E’ il cibo della festa della tribu, del paese. E’ un atto federatore del gruppo. E’ palesemente un processo tribale di sapore molto antico.

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Si scopre il curanto. Foto di Sebacastillof1 da WikiCommons

Vi sono alcune versioni leggermente diverse. Racconto quella che ho visto. Nel terreno viene fatto una fossa profonda una cinquantina di centimetri e di un metro e mezzo di diametro. Sul fondo vengono messe dei ciottoli di fiume, rotondeggianti, di basalto di cui la regione è ricca. Sopra vi viene fatto un gran fuoco, a lungo, vivace. Quando restano solo le braci queste finiscono fra le fessure delle pietre o vengono rimosse. Restano quindi un pò di braci e le pietre infocuote. Molto rapidamente viene messo il cibo, prima che le pietre si raffreddino. Viene messo a strati: prima un bello strato abbondante di cozze a coprire le pietre; poi uno strato di pezzi di pollo, ben sistemati gli uno accanto agli altri. Nel frattempo le cozze cominciano a lasciare l’acqua e dal cumulo si leva il fumo che avvolgono le donne che sistema gli strati superiori. Poi ci vanno le patate, abbondanti. Ancora uno strato di carne di maiale inframmezzato da salsicce; infine delle specie di piadine di farina e di pure di patate, ed ancora verdure varie. Ormai il monte è alto ed il fumo aumenta. Vien quindi ben coperto il tutto con delle enormi foglie di una pianta locale, o, in mancanza, con foglie di cavolo. Ed infine una coperta di sacchi od addirittura di terra.

La preparazione è finita, le donne si siedono stanche e poi preparano i tavoli. La quantità di cibo è importante, una vera montagna. Dopo un oretta la cottura è finita. Si toglie la terra, i sacchi, le foglione. E riappaiono gli strati degli ingredienti. Ogni tipo di cibo viene raccolto e messo in dei grandi vassoi, senza mescolarlo con gli altri. Le persone sono sedute e le donne passano di uno in uno dando un pezzo di ogni cibo. Il vapore avvolge la montagna che viene, piano piano, smontata. Alla fine si arriva alle cozze. In fondo è tutto nero: nere le pietre, neri i carboncni ancora rimasti, nere le cozze. E’ difficile vederle nel fumo. Alcune resteranno lì e verranno mangiate fredde, dopo qualche ora, da chi è arrivato tardi per il pranzo, rovistando fra i carboni e le pietre.

La gente, felice, mangia quell’insieme di carne, cozze, verdure, patate, frittelle.

E’ buono tutto ciò? Evidentemente no. Non c’e’ condimento, se non il grasso di maiale che cola su tutto il resto, pollo e cozze compresi. E’ tutto un pò lesso, un pò affumicato, un pò bruciacchiato, un pò crudo.

Ma è una vera festa tribale ed il suo senso è quello.

Esiste poi una forma semplice del curanto: quello di pentola, in cui tutto ciò avviene, tristemente, in una pentola.

La cucina bulgara

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Zuppa di trippa.

Par di capire che l’eccellente cucina bulgara si basa su quattro caposaldi.

In primo luogo le zuppe, molto numerose. Per l’estate vi è la deliziosa Tarator: fredda a base di yogurt e cetrioli. Sempre presenti quella di fagioli e quella di trippa. Poi le altre. Sono tutte piuttosto liquide, ma con degli elementi solidi abbastanza grossi dentro: pezzi di cetriolo, polette di carne, fagioli interi, brandelli di pesce o di trippa. Sono quindi dei “mangia e bevi” . Quasi tutte deliziose, che fanno bene al corpo e all’anima. Evidenti gli influssi delle ciorbe turche.

In secondo luogo le insalate. La più comune è simile a quella greca, ma con il formaggio

Terrina di trippa e funghi con il formaggio.
Terrina di trippa e funghi con il formaggio.

grattugiato invece che a pezzi. Altre sono comunque tipo “del contadino”, molto basiche. Vi entrano anche ortaggi grigliati, soprattutto i peperoni dolci. Ogni ristorante ne ha una bella sfilza nel menu.

In terzo luogo, gli spezzatini in umido, spesso in terrina. Carne, pesce, pollo, molte frattaglie. Molto spesso con il formaggio fuso sopra. Abbastanza umidi, al limite del cucchiaio. Saporiti, non molto piccanti. Aria di cucina contadinissima. Buoni, semplici, amichevoli.

In quarto e centrale luogo, la carne alla brace. Molto spesso carne macinata con cui fare polpette lunghe o polpettoni anche ripieni di formaggio. Molte le salsicce

Polpettone ai ferri con ripieno di formaggio.
Polpettone ai ferri con ripieno di formaggio.

diverse. Il tutto mi è parso un pò scipito ed un pò troppo umido. Anche maiale ai ferri e agnello frequente.

Molto importanti anche gli antipasti sia freddi con pochi, ma molto buoni, insaccati e qualche formaggio fra cui uno che ha lo stranissimo nome di casc-caval e di cui non son riuscito a capire la probabile parentela con il caciocavallo. Sia caldi con grande abbondanza di frattaglie: lingua, fegatini e cuoricini di pollo, trippa, formaggio fuso. Ho provato sia della trippa che della lingua al burro che da soli meritavano il viaggio in Bulgaria.

Sovrano il formaggio e lo yogurt, entrano dappertutto. Dai formaggi non sono stato molto impressionato. Lo yogurt è quello

Yogurt di pecora con miele.
Yogurt di pecora con miele.

tipico loro, fatto con il Lactobacillus bulgaricum. Ho mangiato dello yogurt di pecora con sopra del miele millefiori; da commozione. Importantissimo il miele, molti i negozi specializzati.

Deludente il settore forno. Al ristorante il pane va chiesto a parte e bisogna indicare il numero delle fette che vuoi, di un misero pane a cassetta. Oppure ti portano una pita normalmente bruciacchiata. Dolci di evidente origine turca, come succede in Grecia, che non mi hanno lasciato nessun ricordo.

Vini degnissimi di stare in paragone con discreti vini italiani.

 

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Rondelle di mele fritte con miele e noci.

Purtroppo non pare che ci sia un orgoglio della cucina nazionale. Moltissimi i ristoranti e con menu molto variati; ma sembra che sia un punto di onore metterci per forza il massimo di piatti italiani come pasta e pizza. Bisogna quindi cercare nelle pieghe del menu per trovare i piatti locali.

La pizza è una vera e propria piaga nazionale, sembra che non vivan d’altro. Ed è praticamente l’unico cibo di strada che ho visto. Buona la frutta, bruttina, ma saporita.

Ben fatta la pagina di Wikipedia al riguardo.