Dove andare in Macedonia

L’antico Consolato russo di Bitola.

Turismo di atmosfera nella Republica di Macedonia; molti gli aspetti interessanti, numerose le piacevolezze incontrate, paese centrale nei Balcani. Un luogo dove si sta bene, tranquilli, rilassati. Si mangia bene e si spende poco. Gente gentile, accogliente, simpatica e riservata; sicurezza e pochi turisti a togliervi l’aria. Insomma, un posto dove andare, senza sovraccaricarsi di soverchie aspettative.

Certamente Skopje con i suoi palazzi neo-antica Grecia, il quartiere mussulmano, la zona albanese, le notti di Malo Debar, quartiere di posticini gradevoli. Poi Ohrid, unico vero polo turisico della Macedonia con l’infinità di chiese e monasteri ed il bel e gran lago. Vicinissimi i più bucolici laghi di Prespa, il grande ed il piccolo. Poi Bitola, città del tutto europea nel mezzo dei Balcani, con una storia strana ed intrigante. Passeggiare sul corso è una esperienza sconcertante, ci si direbbe in altro luogo/tempo.

Una capatina a Prilep ci sta, per il quartiere del mercato ed il monastero di Borogodiza, ma giusto giusto. La fascia orientale, per vedere le comunità albanesi ed i paesini in cui convivono in pace minareti e campanili. Nella parte occidentale del paese pare che non ci siano che pochi monasteri da visitare.

La chiesetta di Sveti naum sul lago di Ohrid

Ma non dimentichiamoci che dalla Macedonia è un passo andare nel nord della Grecia, a Florina o a Psarades.  E siamo al centro del fantastico mondo dei Balcani: il sud della Serbia, l’Albania, la Bulgaria. Una base per cavalcare l’infinita e complessa storia di questo mondo semisconosciuto agli italiani, che ne sono ingiustamente diffidenti.

Raccomondato.

 

 

Un paese di nome Pescatori

Sono solo 80 gli abitanti di Psarades, ma si meritano un post tutto per loro, perchè non hanno avuto la vita facile. Si meritano questo e molto di più. Loro sono pescatori ed infatti Psarades vuol dire pescatori. Di questo vivevano fino a che arrivasse un pò di turismo estivo, principlamente nazionale, niente di cui ingrassare molto.

Probabilmente il paesino più remoto della Grecia continentale, si trova sul lago Prespas, vicinissimo al punto in cui si incrociano le frontiere di Albania, Repubblica di Macedonia e Grecia. Non vi è molto: alcune massicce case, in certi casi ormai dirute, un brutto piazzale lungo il lago, un  molo con delle barchette, qualche ristorante, una spaiggia sassosa. E’ in una stretta baia, per vedere l’ampiezza del lago bisogna uscire, sul lago o sulle colline intorno. Una chiesa circondata da un pregevolissimo boschetto di ginepri arborei.

Ci sono stato d’inverno: a 850 metri un freddo spiffero siberiano mi congelava ed ho dovuto cenare alle 6, dopo l’unico ristorante aperto avrebbe chiuso. Delle mucche nelle strade, la pungente solitudine dei borghi morenti, quell’aria chiara del tramonto che scolpisce i muri cadenti e che toglie la speranza di un futuro diverso dalla rovina.

Eppure dobbiamo inchinarci agli abitanti passati e presenti di Psarades. Di discendenza macedone, della stirpe di Alessandro Magno, hanno resistito alle invasione slave che inondarono la repubblica di Macedonia  (vedere qui il bisticcio del nome)  imponendovi le loro lingua e baldanza; hanno resistito alla presenza ottomana conservando la religione ortodossa; hanno resistito all’estrema vicinanza degli albanesi, mantenendo la propria linga e l’attaccamento alle radici greche. Durante decenni questo paesino fu su una delle frontiere più rigide della terra, da una parte l’Albania maoista, dall’altra parte il patto di Varsavia, da questa la Nato.  Ed in più frontiera lacustre, liquida per definizione, con il pericolo che un colpo di vento portasse una barchetta di pescatori dall’altra parte del mondo politico di quegli anni.

Ma Psarades ha resistito ed è rimasta greca e macedone, ortodossa e grecofona. Intendiamoci, questo blog apprezza moltissimo gli slavi balcanici ed ha grande simpatia per gli albanesi. Questi popoli sono parte di quell’enorme calderone dei Balcani esattamente come i greci continentali. Ma bisogna riconoscere che i greci rappresentano la sorgente culturale degli italiani e dobbiamo loro riconoscenza e rispetto. Amore filiale, direi.

E a maggior ragione agli 80 abitanti di Psarades che, contro la storia, la politica e mille guerre, hanno voluto continuare ad essere dalla nostra parte, non contro qualcuno, ma a favore di quella identità che è ormai vecchia di vari millenni.

Bisogna andarci a Psarades, perchè a volte i luoghi più remoti sono anche quelli più centrali.

I Grandi Laghi balcanici

La città di Ohrid ed il suo lago.

Grande quasi quanto il lago di Garda, il maggiore della sua regione, il più antico di Europa, il più ricco di specie endemiche del mondo, profondissimo. Questo è il lago di Ohrid. Ma accanto vi sono anche il grande ed il piccolo lago di Prespa, il primo dei quali è poco più piccolo di quello di Ohrid, il secondo, invece è assai piccolo. Il lago di Ohrid è sui 600 metri di altezza, gli altri due, separati da una sottile striscia di terra, sono sugli 800 metri. Quindi d’estate non fa caldo e d’inverno c’e’ la neve. I laghi di Ohrid e di Prespa sono separati da una alta, ma stretta, catena montuosa, boscosa e selvaggia. Il piccolo lago di Prespa ospita un gran numero di certi pellicani ed anche un’isoletta ricchissima di storia e di monumenti bizantini e barbarici. Sulle rive dei laghi di Prespa si fan gran colture di frutta e di fagioli, di molte sorte distinte. Le rive di quello di Ohrid invece sono più alte e montagnose.

La parte greca del lago di Prespa.

Ma dove si trova tutta questa meraviglia? Esattamente all’incrocio fra Repubblica di Macedonia, Albania e Grecia. Nel centro dei Balcani. Vicinissimo all’Italia, ma anche molto esotico, con tutte le peculiarità di quella troppo poco conosciuta regione.

La città di Ohrid è anche l’unico luogo della Macedonia che ha una vocazione turistica, grazie al gran numero di chiese bizantine, con pregevolissimi affreschi. In uno dei suoi monasteri fu messo a punto l’alfabeto cirillico che tanta pena da al turista. Sulle rive del lago, in prossimità della cittadina, vi è un vero e proprio turismo balneare. Ma poco oltre risiam subito fra pescatori e contadini.

Molti villaggi ed alcune cittadine. Nella parte macedone è tutto mescolato: albanesi e slavi, campanili e minareti, quartieri occidentali e bazar ottomani; ma c’e’ anche della popolazione proprio turca. Con la solita prorompenza e ospitalità balcanica. Dalla parte greca tutto molto più omogeneo e più europeo. Ma girando, in macchina, si trovano angoli veramente fuori dal mondo dove lo spirito delle Ninfe e dei Fauni si fa chiaramente sentire.

I prezzi in Macedonia ed in Albania sono molto bassi ed i servizi, almeno in Macedonia, sono del tutto soddisfacenti. Si mangia molto bene, forse un pochino monotono, con tutta quella carne ai ferri. Vegetariani astenersi.

Un viaggio da fare in macchina, senza aspettarsi niente di eccezionale, ma con la sicurezza di aggirarsi in una regione piena di bellissimi scorci, di pace, di atmosfere ormai perse in Italia da molti decenni. Una soffusa delizia per l’anima e, al tempo stesso, un grande stimolo che fornisce questo variegatissimo e rurale mondo dei Balcani profondi, traversando tre frontiere in pochi chilometri, navigando su tre laghi, camminando fra bellissimi boschi. Non so immaginare niente di più gradevole.

Sull’isola greca di Sant’Achille sul piccolo lago Prespa.

 

 

 

I bar mediterranei

Mi piace pensare che la cultura che si è creata intorno al Mediterraneo sia la più antica, la più complessa e quella che meglio incarna l’essenza umana, fra le molte che si sono espresse fino ad ora sulla Terra.

E non ho dubbi che un aspetto centrale di questa multiforme cultura sia il bar. Sulle rive del Mediterraneo la gente sta molto tempo al bar; ci sta bene; ci fa un sacco di cose e gli dispiace andarsene.

Il turista accorto non mancherà di passare molto del suo tempo di viaggio nei bar e dedicherà loro altrattanta, se non di più, attenzione che alle chiese o ai musei.

Ogni paese ha il suo tipo di bar e tutti meritano di essere conosciuti. Eccone alcuni, in ordine crescente ed arbitrario di mio aprezzamento:

Il caffè arabo. Naturalmente, non vi si beve vino o birra, ma solo caffè e tè, servito in bicchieri senza piattino e con il cucchiaino dal lungo manico infilato dentro. Non vi si mangia assolutamente nulla. I tavoli sono spesso rotondi e i bar sono grandi, molto affollati a quasi tutte le ore, tanto che vien fatto di chiedersi quando la gente pensa di lavorare. Le donne sono assolutamente assenti e l’aspetto è abbastanza triste, spoglio, un pò squalliduccio. Ma le conversazioni fervono ed è un luogo dove, palesemente, vengono raddrizzati continuamente i destini del mondo. Si ritrovano dal Marocco alla Turchia, alla Bosnia. Il turista non vi si siede volentieri, sia perchè le donne si sentono a disagio in quanto sarebbero le uniche, sia perchè sembra un mondo solo per i locali, da rispettare senza portarci la superficialità tipica dei turisti.

La terrasse. Detto alla francese è il bar lungo il Corso che si può permettere di img_20160609_204441occupare un vasto spazio di suolo pubblico (delimitato da vasi con piante varie e spesso spelacchiate) sul quale sistemare un discreto numero di tavolini riparati da ombrelloni. Questo modello di bar è probabilmente più nordico che mediterraneo ed è poco adatto alla socializzazione, fra avventori o con i passanti, invisibilizzati dalle piante di recinzione. Ci si va a coppie o a piccoli gruppi, ci si siede a bere analcolici e si va via un pò annoiati. Più cari di altri tipi di bar, hanno anche camerieri più professionali che alla fine della giornata si son fatti qualche decina di chilometri fra il bancone ed i tavoli. Vi si mangiucchia anche qualcosa.

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I vecchi e brutti bar portoghesi, ma così cari al cuore.

Il bar popolare portoghese. Sono innanzitutto molto brutti. Sovrabbondano i banconi di lamiera nichelata affittati e pieni di vetri graffiati dall’uso. E di sciarpe e gagliardetti del Benfica e delle altre squadre. Atmosfera fredda, poco accoglienti. Sul banco, delle vetrinette con crocchette di patate, polpettine di baccalà, sofficini di formaggio. Si beve soprattutto birra alla spina, la più economica dell’Europa Occidentale. Qualche tavolino, un pò dentro ed un pò fuori, regalato dalla birra Sagres, sedie scompagnate, abbastanza disordine, pulizia largamente migliorabile. Dietro al banco il proprietario, da solo o con un aiutante; entrambi di aspetto dimesso. Ma è facile mettersi a chiaccherare e venire a sapere tutti i dettagli del quartiere. E soprattutto vi si avverte quella sottile malinconia dimessa che finisce per scaldare il cuore.

Il bar greco tradizionale. E’ la foto che i turisti italiani hanno in mente della mio-nokia1082Grecia: un enorme olivo alla cui ombra tre o quattro tavolini quadrati ospitano un vecchio Pope e qualche pensionato seduti su sedie impagliate dipinte di azzurro. Sul fondo una casa a cubo bianchissima. Ve ne sono rimasti ormai pochi, sostituiti dai bar moderni che vedremo più sotto. Vi si beve il caffé, la birra, la grappa, il vino portato al tavolino nei caratteristici boccali cilndrici di lamiera colorata di rosso o di azzurro, molto simili ai nostri vasi da cimitero. Il padrone, solitamente anzianotto, panzuto e con la barba di qualche giorno vi porterà un piattino con dei pezzi di cetriolo e di pomodoro. In certi casi, accanto al bar, un macellaio arrostisce spiedini. Voi vi siederete, berrete il Retsina, il vino resinato, penserete ad Omero e vi sentirete malinconicamente felici.

Il bar sport italiano. Luogo notissimo agli italiani e teatro di infiniti libri, film, scene di vita ed appuntamenti importanti o no di ognuno di noi. Pur in crisi per l’avvento dei nuovi tipi di locale, resta l’ossatura del sistema-caffé italiano. Una sia pur breve visita rimette al mondo anche i più disperati.

Il bistro francese. Non strettamente mediterraneo, nasce a Parigi, ma poi si diffonde anche a sud. Locale vasto, principalmente al chiuso, ma con possibili tavolini fuori.  Lunga barra di legno con proprietario normalmente incazzato. I tavolini sono molto piccoli, quadrati e vicinissimi gli uni agli altri, per cui si ascoltano (ma non vi si partecipa!) le conversazioni dei tavoli vicini. In alcuni casi vi è una grande tavolo tondo dove chi è da solo si siede per chiaccherare con gli altri avventori, anche se sconosciuti. Si beve vino e pastis, il tremendo aperitivo all’anice. Poi è diventato anche ristorante, prima rapido ed economico, poi anche ricercato e relativamente caro. Molto accogliente risente un pò dei modi francesi, non sempre urbanissimi.

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I piattini del bar de tapas.

Il bar di tapas spagnolo. Da non confondere con il bar de copas, dove solo si beve, è quel luogo meraviglioso dove ci si siede alla barra e si ordinano piccole porzioni dei numerosi cibi offerti. Questi sono esposti in vetrinette sul banco o annunciati in lavagne. E’ una delizia di piatti regionali, tradizionali, popolari. E’ all’interno, spesso grande, sempre lungo per permettere la massima estensione della barra, con poca attenzione all’estetica e scarsa considerazione della pulizia. Infatti i clienti gettano a terra tovagliolini, stecchini, noccioli di oliva, bucce di ogni tipo; poi il ragazzo spazza. Si beve principalmente birra o vino, secondo le regioni. Il servizio è estremamente rapido e conciso, a volte ruvido. I prezzi sono molto variabili, da modestissimi ad assai cari.

Il Bar greco moderno. Raggiunge il massimo del confort e dell’accoglienza. E’ esterno ed ampio, ben riparato da eleganti tettoie o da vasti ombrelloni; ha delle poltrone e dei divani molto ampi, comodi, rilassanti. Non vi è fretta, ci si può stare molto a lungo con una sola consumazione. E’ frequentato da ogni genere e da ogni età. Il servizio è disteso e cortese, efficente. I prezzi sono contenuti, soprattutto in relazione alla qualità delle poltrone e del servizio. Alcuni sfiorano il lusso, pur mantenendo prezzi accessibili. La bevanda principale è il caffè, ma servito in molti modi diversi. Non vi è cibo, salvo noccioline o patatine, offerte.

I mali di Creta

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La banchina de Retimno. Provate a passarci durante la cena…

Creta, la cui visita è pur consigliabile, ha un sacco di problemi da un punto di vista turistico. E’ un eccellente esempio di come non bisognerebbe fare. Le cause sono molte.

Per prima cosa vi arrivano, con un gran numero di voli, diverse compagnie low cost. Viaggiano da aprile ad ottobre, Ryanair ha la ua base a Chania, altre ad Iraklion. La quantità di gente che arriva è impressionante; i più sono ragazzotti/e del nord europa che si sfondano d’alcol e si aggirano abbrostoliti per la stradine di Chania. Il porto è ridotto ad un luna park di ristoranti, barretti e bancarelle. Da lì i più organizzati si sparpagliano per il resto dell’isola, affittando auto a bassissimo prezzo (almeno non nel pieno della stagione) o usando i bus pubblici. Ed è il tracollo della circlazione e dei trasporti. Ovvio, in un’isola molto montagnosa, dalle strade difficili. Il popolo delle creme solari staziona soprattutto sulla costa settentrionale, spingendosi in pochi luoghi di quella meridionale.

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Pessima edilizia turistica fin sulla spiaggia in un borgo della costa meridionale di Creta. Eppure il luogo sarebbe bellissimo.

Poi, si sa, il greco è un popolo levantino, certo poco incline a fornirsi e a rispettare regole. Quindi si è edificato dove, come, quando si poteva; in una babele di scatole di cemento malamente sovrapposte. Costruzioni al risparmio, quasi sempre, quindi brutte, fatte male e in via di rapido degrado. Il problema non è nemmeno tanto la cementificazione, anche se selvaggia: è la cementificazione selvaggia bruttissima. Tanto i suddetti ragazzotti/e sono talmente ubriachi che non se ne accorgono nemmeno. Della famosa architettura greca tradizionale con le sue casine bianche sovrapposte è rimasta l’idea di base e questo sarebbe anche un bene; ma l’esecuzione è catastrofica.  Sui fianche di queste aride colline a mare degradano cascate di camere, terrazzini e ristoranti soffocati da insegne arrugginite dal salmastro che si contendono lo spazio con bouganville polverose. Scoraggiante, di fronte all’azzurro del mare che Omero cantò.

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Fortunatamente c’e’ sempre l’insalata greca che ci salva dalla pessima cucina per turisti….

Lo stato greco è impoverito dalla corruzione dei vecchi governanti e dalla tracotenza dei tedeschi. Non si può certo sperare che vi siano soldi per il decoro degli spazi pubblici. Non meraviglia quindi lo stato di abbandono, sporcizia, degrado, sciatteria in cui versano strade, vie, piazze, subito fuori dai centri. Proprio là dove sorgono le nuove babeli turistiche. Molto ben tenuti, invece, i centri delle città e di alcuni paesi.

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Il bel porto di Chania, carico di storia è ridotto ad un mercato. Un brutto mercato.

Il turismo è un commercio ed i commercianti sono spesso senza freni. E ciò, in un contesto dove il potere pubblico c’e’ poco o guarda colpevolmente altrove, provoca delle aberrazioni. Ad esempio i lungomari o le banchine dei porti di tutte le località che ne dispongono sono occupati da bar e ristoranti in un modo tale che per passare resta un piccolissimo spazio conteso dai camerieri che servono i tavoli e dai buttadentro che arrivano a sbarrarti la strada per farti sedere ai loro tavoli. Insopportabile, insostenibile, una indecente gazzarra.  E ciò proprio in Grecia che è il luogo dove il concetto mediterraneo di bar ha raggiunto dei meravigliosi apici di comodità e di raffinato buon gusto. Infatti i bar per i greci sono comodi, larghi, con bellissime poltrone e buon servizio, pur mantendo dei prezzi moderati. Quelli per i turisti sono angusti, ristretti, sovraffollati, di cattiva qualità e cari; ma sul lungomare….

Un’altra croce è il cibo. La cucina greca avrebbe anche degli aspetti gustosissimi; ma in quei ristoranti/batterie da allevamento di galline sui lungomari si mangia male, pocissimi piatti, cibo tirato via e che insulta la varietà ed il gusto della cucina greca tradizionale. Perchè non riescono a fare niente di meglio?

Le versioni sul carattere dei greci, in generale, sono assai variabili. C’e’ chi li adora in quanto figli dei nostri padri culturali e chi li detesta in quanto inaffidabili e pien di sotterfugi. Come che sia, i cretesi che si dedicano al difficile mestiere di mungere i turisti, sono spesso sgarbati, altezzosi, sbrigativi e scostanti. Da augurargli che i turisti li disertino.

I prezzi a Creta restano comodi. Ma arbitrari. Le camere, al di fuori dei centri principali, hanno una specie di prezzo fisso, che siano belle o brutte, al mare o in montagna, in un bel posto o in uno brutto. Nessuna politica dei prezzi; assalto ai turisti, a prescindere da quel che gli si da.

In una situazione come quella greca non ci si può aspettare una politica turistica che punti a diminuire la concentrazione dei turisti sulla costa, spostandoli nell’entroterra; e nemmeno una promozione dei prodotti locali. Non si pensi ad una differenziazione delle mete per favorire i trekking che non siano nelle affollattissime gole di Samaria o a favorire dei soggiorni in montagna per sfuggire al caldo. Non parliamo poi di navette turistiche per diminiire il traffico.

Ed infatti quasi niente di tutto ciò esiste. E’ un arrembaggio continuo in cui un luogo con potenzialità infinite viene consumato nel peggiore dei modi svilendo il turista e deprimendo i cretesi. Una via senza rimedio, una sconfitta certa, un gran peccato.

Creta merita comunque un viaggio, ma mi vien da piangere a pensare a come l’hanno ridotta.

 

 

Dove andare a Creta.

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Questa è la Grecia che ci attendiamo.

Creta, il luogo dove nacque il primo barlume della nostra cultura; la nostra patria più antica.

Il Viaggiatore Critico se l’e’ girata bene bene perchè vi voleva comprar casa e se ne è fatta un’idea abbastanza precisa.

Creta è un eccellente esempio degli effetti del voli Low Cost. Ryanair ha scelto come base Chania all’estemità occidentale dell’isola; altre vanno a Iraklion, la capitale.  Legioni di nordici giovanotti alcolizzati si diffondono a macchia d’olio da queste due città e dilagano per l’isola, occupando ogni spazio raggiungibile nella settimana che di vacanza è loro data.

La geografia dell’isola tenta di opporvisi, con un pò di successo. Montuosissima, è molto lunga e abbastanza stretta. Le città, le spiagge, le zone con più disponibilità di acqua e quindi più agricole, le vallate meno impervie, l’unica autostrada, gli alberghi, i luoghi del divertimento turistico, il mare più calmo, molti scavi minoici; tutto ciò si trova sulla parte nord dell’isola, quella che guarda la Grecia. Un vero inferno.

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La stradina che scende a Frangocastello.

Invece la parte sud è molto scoscesa, meno facilmente raggiungibile, più ventosa, ancora più arida, malamente servita dalle strade, con meno risorse turistiche, o, almeno con i turisti concentrati in alcuni luoghi e non ovunque e senza i grandi alberghi. I turisti che affittano una macchina a Chanea o a Iraklion non hanno sempre il tempo per arrivare fino a qua. E’ la parte che vi consiglio, ed anche molto. Si salva anche un pò tutta la punta orientale, difficile da raggiungere.

Se arrivate a Chania e prendete una macchina il primo luogo dove andare è Elafonissi, sicuramente la spiaggia più bella di Creta. Anche se può essere affollato è un luogo meraviglioso. Per arrivarci è meglio passare dall’interno piutosto che sulla costa ed attraversare una zona montuosa e molto verde.  Ma forse non vale la pena di fare tanti chilometri per la sola Elafonissi e quindi è meglio andare da Chania a Chora Sfakion. Da evitare le gole di Samaria per l’insopportabile affollamento. Per giungervi a Chora Sfakion è meglio passare da Frangocastello dove si arriva con la strettissima e strapiombante serpentina della via che passa per Kallikratis – Katapori. Stradina sconosciuta, ma che ricorderete se ne uscirete vivi. Asfaltata.

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Sulla costa meridionale.

Da questa zona si può procedere rapidamente verso est senza fermarsi fino alla zona fra Mires e Pirgos (eccettuando la dovuta visita a Festo). Qui è gradevole tutta la zona agricola e vi sono luoghi raccomandabili sulla costa, che si raggiunge scavallando la catena montuosa costiera. I luoghi marini che più mi sono piaciuto sono Ditikò e Tris Ekklesies.

Da qui si può continuare sulla strada principale all’interno o sulla litoranea, assai malmessa e che attraversa infinite piantagioni di banane che hanno rovinato il paesaggio, le spiagge e tutto quanto.  Io salverei, un pò, solo la zona di Tsoutsouros e di Tertsa.

Si continua velocemente fino ad arrivare all’altezza dell’isola di Koufonisi, dove comincia la bella punta orientale che va percorsa con calma e con piacere. Zarkos merita, Vai e Itanos sono bellissimi, Sitia è gradevole.

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Le meraviglie di Itanos.

A questo punto si torna indietro sulla costa settentrionale riservando un pò di attenzione solo ai dintorni dell’isola di Spinalonga, per vedere dove vanno i greci ricchissimi, ai Monti Lassiti ed alla bella zona agricola di Neapolis. Agios Nicolaos è un inferno di turismo della peggior specie.

Iraklion vale la pena, naturlamente per il museo, per Cnosso, per il centro veneziano  e per una stradettina di bettole dietro all’albergo El Greco, mentre i suoi dintorni sono veramente nefasti. Da dimenticare Retimno mentre invece la zona montana retrostante di Agia Fotini è bella, nonostante i paesini spesso scoraggianti. Prima di arrivare a Chania la sola zona potabile della costa settentrionale credo sia Georgioupoli.

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Mondo agricolo intorno a Neapolis.

A questo punto son passati più di 1000 chilometri e 15 giorni e potete dire di aver visto il meglio di Creta.

Non vi posso invitare a casa mia perchè, poi, non ne ho fatto di nulla.

 

 

 

Una delizia di Kassos.

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Fry, il porto di Kasso, dalla nave che vi arriva da Sitia.

Il Viaggiatore Critico non può negare che si sia recato in questa poco conosciuta isoletta a causa del nome. Ma ne è rimasto soddisfattissimo.

Vi si arriva o in aereo sulla linea Atene/Rodi o in nave da Sitia che è la bella cittadina all’estremo orientale di Creta.

Se Dio vuole non è turistica e non ci sono stranieri, non soffre quindi dei mali della vicina Creta. Solo qualche greco, soprattutto emigranti dell’isola, che vi ritornano per l’estate. Alcuni di loro sono diventati americani e quindi sgradevolmente caciaroni.

Al porto, chiamato simpaticamente Fri: qualche vecchia stradina, un alberghetto e un residence, un museo, qualche camera/appartamento in affitto; tre o quattro bar, un paio di trattorie per i locali, dei negozi, un forno. Meno di 1000 abitanti, quasi tutti pensionati. Qualche muratore albanese. A un chilometro una spiaggetta con il ristorante di un mezzo italiano, vestigio dell’occupazione del Dodecanneso. Fri e gli altri due o tre paesini stanno sullo stesso fianco di una montagna degradante al mare.  L’isola è assai arida, lunga un 15 chilometri. Capre, pochi orti, due olivi. Al capo opposto una cala ben riparata con una bella spiaggia. Vi si arriva affittando una moto.

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Il porto dei pescatori di Fry. Di Frente da wikicommons

La storia dell’isola è piena di storie: mandò un paio di navi contro Troia, fu un importante centro di armatori; attaccò Alessandria e, per vendetta fu massacrata dai turchi. Fu italiana, insieme alla vicina Karpatos. Generazioni e generazioni di donne che, certamente, non sono mai uscite dall’isola, mentre gli uomini navigavano.

Non vi è niente. Per questo mi è piaciuta. Una vera isola, d’inverno persa nei venti, d’estate accecata dal sole. Gli emigranti di ritorno a volte impazziscono per il vento invernale e devono ri-emigrare. Dove la vita vive di se stessa, con solo il mare all’orizzonte. Ci si va a far niente, a ricordarsi che la vita è solo un Kassos.