Sikkim

La scoscesa capitale di uno scosceso paese. (Foto di kalyan3 via Wikimedia Commons)

Chi fosse andato in India ed avesse capito che ha sbagliato sia per quanto riguarda la spiritualità che per il turismo in generale e non volesse buttar via ulteriore tempo, potrebbe favorevolmente occupare quest’ultimo visitando un luogo incantevole ed interessantissimo, lì nei pressi: il Sikkim.

Vi si respira tutt’altra aria. Quasi il più piccolo ed il meno abitato fra gli stati indiani ha una fortissima presenza buddista ed un chiaro sapore più cinese che indiano, per dirla semplicemente. Fra le montagne, scoscesissime, ha una vegetazione densissima ed accattivante, moltissime le orchidee. Anche con le persone mi ci son trovato molto più a mio agio. Senza aeroporti o ferrovie vi si arriva su complicate strade che durante i monsoni sono aleatorie; le frane e le interruzioni frequentissime.

Studenti buddisti al monastero di Rumtek. (Foto di Amar – via Wikicommons)

La capitale Gangtok è un paesone tutto scale e salite, non c’e’ molto, ma ci si sta bene. La cucina riacquista sapori di intensità umana, a differenza di quelli indiani. Vanno forte i ravioli cotti al vapore e la famosa Tsampa, farina di orzo tostato che si mette nel brodo o nel te. I viaggiatori se la portavano dietro sottoforma di palla e la mangiavano durante le soste.

Il Sikkim ha confini con il Tibet ed il Bhutan, con passi fra altissime montagne, il cui attraversamento è sempre problematico, sia per il clima che per le cangianti vicissitudini politche che aprono e chiudono quei passi con frequenza. Vicino alla capitale il monastero buddista di Rumtek è pieno di attività monastiche e religiose alle quali il turista può liberamente partecipare. E quelle cerimonie sono sempre stupende. Gli studenti discutono con veemenza di teologia nei cortili

Dorje Shugde, il personaggio della teologia buddista che da tre secoli crea conflitto fra i lama. 

terminando le loro  frasi con un forte batter di mani vicino all’orecchio del contendente, alla maniera tibetana. Ma il monastero è al centro di una grave polemica con il Dalai Lama su complicatissime questioni teologiche che, però, hanno forti venature politiche rispetto alla ingerenza del governo cinese negli affari del buddismo tibetano, per quanto è della successione dell’attuale Dalai Lama.

Non credo che il Sikkim valga da solo un viaggio, salvo se si vuole andare sulle montagne, ma certo una visita di una settimana sarà  di grande gradevolezza per il turista stanco del marasma indiano. Un posto dove riprendere fiato nell’aria pulita di un’altra cultura.

Andare in India? Direi di no.

Il celeberrimo tempio di Virupaksha ad Hampi. E’ difficile attraversare questo piazzale perchè si è aggrediti da delle scimmie che vogliono rubare le banane che si sta portando ad un elefante che vive nel tempio. India…. (Foto di Vu2sga da Wikicommons)

Tutto il tema della spiritualità indù si è rivelata essere una enorme trappola costruita per sottomettere le oceaniche folle che popolano quello sterminato luogo. Stratagemma da furbacchioni. Tutta quella massa di occidentali tipo New Age che andavano in India per misticismo non hanno fatto che cadere nella stessa trappola. Non è quindi per questo motivo che andremo in quel paese. Ben diversa, invece, la situazione in uno Stato a forte componente buddista come il Sikkim.

Si può andare in India, allora, per farsi delle canne; l’erba si trova facilmente, a poco prezzo e il consumo è ammesso, almeno in certi Stati ed in certe condizioni. Questo mi sembra un buon motivo.

Andare a vedere dei monumenti?  Certo, è possibile, ve ne sono molti. Ma non si capiscono. Il turista occidentale che non abbia una precisa e dettagliata cultura sulla storia dell’arte indiana, nelle sue infinite dimensioni geografiche e storiche, non capirà niente di quel che vedrà. Gli stili sono troppo diversi dai nostri e non riusciamo a collocarli in una linea temporale o stilistica. Ci appaiono come strane cose fatte chissà quando e per non si sa quale scopo; ci ridurremo ad apprezzare solo le statuette di giovini poppute allacciate negli amplessi del kamasutra. Un pò pochino. Il migliore esempio è Hampi: oltre al tempio Virupaksha ci sono una infinità di altre costruzioni di solidissimo granito che sono molto belle, ma che non risvegliano in noi nessuna eco. Costruiti lungo molti secoli non riusciamo nemmeno a distinguere i più antichi dai più recenti.

Più peperoncino che pollo. (Foto di stu_spivack via Wikimedia Commons)

Ci andiamo perchè ci piace l’avventura? Beh, non ce n’e’ molta. L’India è terribilmente abitata, c’e’ gente dappertutto e son quasi sempre gentili e garbati. Se si esclude il traffico in città e la circolazione suicida fuori, non credo che vi siano pericoli di sorta. Anche lo scansare le mucche sui marciapiedi non può essere definito avventura. Certo è che tutta quella gente lascia delle tracce ovunque; lo stato di sporcizia è avanzato, direi che lo strato di sporcizia è alto. Non potrebbe essere altrimenti con tali folle in strada, non ne possiamo restare disgustati, solo stanchi dopo un tot di giorni a tale esposizione. Giusto per fare un esempio: gli indiani sono ghiotti di certe foglie che, masticate, producono molta saliva rossa che va sputata. Non potendolo fare a terra perchè i passanti sono talmente numerosi che non c’e’ quasi mai il decimetro quadro di suolo libero per farlo, si sputa quell’intingolo rossastro sulle pareti delle case e dei palazzi che finiscono per avere una balza rossa. Dopo un pò viene a noia.  Anche evitare le cacche delle mucche come fossimo sui pascoli alpini non è il massimo.

Forse cerchiamo il colore locale. Non lo troveremo più. L’India si è incredibilmente sviluppata ed è ormai diventata una enorme periferia industriale. Le strade fra una città ed un altra sono perennemente costeggiate da due brutte file di casette con grandi insegne commerciali, mentre la campagna si intravede appena alle loro spalle. Le città sono diventate come tutte le citta dei paesi di intermedia ricchezza: grandi, squallide, brutte. Alla fine l’unico aspetto folcloristico è prendere quegli incredibili, infiniti treni che attraversano il paese, dopo aver studiato a lungo gli itinerari, i nomi dei treni, le classi in cui sono suddivisi. Non è molto, non ne vale la pena.

L’uso della spiaggia da parte degli indiani è contemplativo e non ludico: non si fa il bagno, non si prende il sole, non ci si spoglia, non ci si beve una birra. Monacale. (Foto di Syamantaksen92 via Wikimedia Commons)

Per le spiagge ed il mare non si va in India.  E non perchè non vi siano le une e l’altro. Ma perchè gli indiani sono terribilmente puritani e in spiaggia non si può stare in costume. In certi luoghi è stato trovato una specie di accordo per il quale vi sono le spiagge per gli indiani e quelle per i turisti che possono stare in costume: apartheid vestimentario, orribile. E questo ossessionante puritanesimo toglie ogni possibilità ai giovani di praticare amori da turista. I vecchi hippies che andavano nudi in giro, accanto alle vecchiette, lo facevano a Goa dove son cristiani e non ci badavano, ma era una eccezione.

E la gastronomia? Un calvario, dimenticatevi i ristorantini indiani in Italia. Il livello di piccante nei cibi è assolutamente inimmaginabile; anche il latte della mattina è speziato; l’alcool è ovviamente proibito o malvisto quasi ovunque; i ristoranti sono rigidamente divisi fra vegetariani e non e quindi o l’uno o l’altro (in una cucina vegetariana, la carne non può entrare). Vi basta?

Alcuni che conosco vanno in India perchè costa poco e possono andare in giro come se fossero hippies degli anni ’60. E cio’, francamente, è un pò penoso.

A questo punto mi pare superfluo il consiglio di non andare in India.

(La foto della tigre è di Dibyendu Ash via Wikimedia Commons)

Il malinteso indiano

Nelle meravigliose zone umide del Kerala, Amma, la santona che abbraccia milioni di persone, ha costruito questo Ashram dove acidissimi occidentali si disputano le sue grazie. ( Mahesh Mahajan – Wikicommons)

Mi è sempre apparsa misteriosa la smania di molti italiani di andare in India. Lo zoccolo duro di questi turisti è composto non da amanti dell’arte, dell’avventura, della natura, del viaggio a buon mercato. La maggioranza sembra composta da persone attirate dalla famosa “spiritualita’ indiana”.

Son andato a vedere anch’io. Della spiritualità non ne ho trovato molte tracce che non fossero mero folclore di scarsa levatura. Ho frequentato Ashram scoprendo poco misticismo e molto interesse semplicemente pecuniario. Ho battuto infiniti templi annusandovi più oscura superstizione che  liberazione dell’anima. Presuntuoso dirlo dopo un viaggio di pochi mesi, ma pare che si cerchi più un pugno di riso che la serenità dell’anima. Insomma, il solito trappolone religioso di cui alcuni vivono grazie ai molti creduloni; fra loro i turisti.

Perchè non dimentichiamoci che in India regna sovrano l’Induismo, cosa diversissima dal Buddismo, scacciato, molti secoli orsono, nel nord, verso il Tibet o il Sikkim e nel sud, a Sri Lanka.

I Sadu, i santi uomini, non sono più figure ascetiche, ora son grassottelli. (I, Luca Galuzzi via WikiCommons)

E l’Induismo si basa su un principio che è l’esatto opposto di quelli a cui paiono guardare i “turisti mistici” che vanno in India. Un principio perfetto che sancisce definitivamente lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Un sublime modello per la dominazione di pochissimi sulla massa sterminata, resa docile e succube. Un capolavoro di perversità diabolica. Nessuno ha mai fatto meglio nella sciagurata storia dell’umanità.

Se sei povero è perchè nella vita precedente eri cattivo; se sei ricco è perchè nella vita precedente eri buono. Quindi se sei povero stai buonino e forse rinascerai ricco. Se nasci ricco te lo meriti e puoi disprezzare i poveri che sono stati cattivi. Un meccanismo semplice e pefetto per mantenere il potere nelle mani di poche famiglie. Questo è il risultato della Reincarnazione nell’Induismo. Nemmeno il Calvinismo che vede la ricchezza come grazia di Dio è riuscito a fare altrettanti danni.

Di quale spiritualità si vuole parlare in questo deserto di solidarietà umana, di sensibilità fra le persone, di totale ingiustizia sociale? Cosa può avere da insegnare l’Induismo agli Europei? La spiritualità di un popolo nel quale un povero non può pestare l’ombra di un ricco? Cose del passato, certo, ma i cui fantasmi sono ancora presenti, tanto che l’Induismo radicale che sta occupando l’India in questi anni è molto vicino al fascismo o, comunque, ad una destra facinorosa e pericolosa.

L’ironico monumento all’era degli Hippies in India, gli iniziatori di tutto ciò. (By John Hill via WikiCommons)

Viene quindi da pensare che la ricerca mistica di tanti europei che negli ultimi 40 anni hanno affollato l’India si risolva nelle canne facili e libere, nei costi minimi della vita, nell’immersione in una miseria che fu devastante, nella meravigliata osservazione di costumi strani e colorati, nel superficiale contatto con un popolo che sembra in effetti molto mite e gentile, ma che, forse, è solo terribilmente sottomesso dalla filosofia dell’Induismo di cui sopra.  Tanto interesse sarebbe quindi fasullo, vacuo, posticcio, superficiale ed anche un pò paraculo.  Una specie di visita ad uno zoo umano pieno di strani individui; zoo il cui biglietto di entrata è anche particolarmente a buon mercato e quindi ci si può andare spesso e starci a lungo.

Kabir Bedi, il nostro indiano preferito. (Foto Fecebook / Kabir Bedi)

Non ho sentito parlare nessun turista dell’infamità del sistema delle caste, del divario vergognoso fra le immense ricchezze e la straordinaria povertà, dell’insopportabilità di quel sistema religioso in cui sei il solo responsabile delle tue miserie. Quando parlo di queste cose l’unica (sempre la stessa) risposta che ricevo è che l’Induismo è molto complesso.

Insomma l’India a me è sembrata l’esatto contrario di come i turisti “spirituali” la vogliono descrivere. E non penso nemmeno a tornarci.