Fasulla Firenze

In quel parco tematico del  Rinascimento che è diventata Firenze per la gioia dei suoi bottegai e per il dolore degli altri abitanti, fra le molte aberrazioni, ve ne è una particolarmente sgradevole.

Un numero importante di esercenti che si dedicano a fornire pessimo cibo ad alti prezzi ai poveri turisti, considerati solo dei pennuti e quindi immediatamente spennati, ha pensato bene di camuffarsi da botteghe tradizionali.

Incominciò una di quelle famiglie nobili che hanno rinverdito gli allori grazie alle viti e di lì è stato un dilagare senza freni, senza fantasia, senza intelligenza.

Per prima cosa il nome del locale: “Vecchio” o “Antico” è d’obbligo. poi “Fattoria”, “Bottega”, “Vinaio”, “Vendita”, “Corte”. Poi gli sporti, l’entrata: sempre di legno naturale, di foggia primi ‘900, un pò ridondante e fasulli come una moneta da tre euro.

Pavimento in finto cotto, arredi da bottega tradizionale: tavolini di marmo, banconi di legno, sedie impagliate. Ma soprattutto l’immancabile e troneggiante affettatrice degli anni ’50, rossa e cromata, o le bilance, della stessa foggia. Tutto fittizio, fintamente alla buona, come casuale; l’impressione generale è leziosa, fasulla, stucchevole, appiccicosa.

La strategia commerciale di questi bottegai è chiara: hanno sentito dire che non bisogna vendere cose, ma trasmettere la cultura che vi è dietro. Questa è la favola che ha permesso il miracolo turistico toscano.

Anche la macelleria Falorni, a Greve in Chianti, una volta eccellente, è diventata commercialissima.

In realtà è una enorme panzana che stravolge totalmente la “vera cultura toscana” trasformandola nella “visione che gli stranieri hanno della cultura toscana”.  Hanno trasformato una regione in un esperimento di marketing. E questi ignorantissimi bottegai hanno applicato la ricetta, probabilmente senza nemmeno capirla. Fanno finta di essere qualcosa che loro nemmeno sanno cosa è. Come possono riesumare il passato se non lo conoscono, non lo capiscono e soprattutto hanno come unico interesse guadagnare indebitamente un euro in più sul loro vile panino?

 

Perchè il cibo è dozzinale: affettati industrialissimi, focacce che di toscano non hanno niente, magari anche la pizza o i tramezzini, finti cantucci di Prato. Vini al bicchiere, spesso senza vedere l’etichetta. Prezzi sconsiderati. E i turisti abboccano, come fanno al Mercato di San Lorenzo.  E molti vanno in questi finti alimentari sperando di spender meno che nella miriade di altrettanto falsi ristoranti che imperversano nel centro storico.

Questa moda del finto vecchio è durata una ventina d’anni, ora sta finendo e ci si butta verso il minimalista (i bottegai sono perennemente in ritardo sulle tendenze, troppo distratti a contare i soldi), così si risparmia anche sugli arredi.

 

Lo strano mondo delle rievocazioni storiche

Non c’e’ gitante che non sia incappato, per volontà o per caso, in una rievocazione storica in uno di quei mille borghi morenti che cercano nel turismo un motivo per non decedere definitivamente. Ma come funziona quel mondo?

Lo si scopre visitando l’annuale fiera del settore: Armi e Bagagli che si tiene a Piacenza a fine inverno e parlando con i numerosissimi partecipanti. Quel mondo è in crisi! Il fatto non ci stupisce, cosa non lo è?

Nasce una trentina di anni fa, nelle atmosfere un pò asfittiche dei paesi dove dei giovani ammazzano il tempo ricostruendo il passato dei loro luoghi, sull’esempio inarrivabile di Siena e del suo Palio. Ci si specializza soprattutto in quel vasto e multiforme periodo che sta fra il Medioevo e Rinascimento, sorta di mare magnum in cui ci sta di tutto. A nord battono più sui Celti, nel Lazio sui Romani, quasi nessuno sugli Etruschi o gli Italici, nessuno sui protostorici. Generalmente il livello culturale dei gruppi è abbastanza basso, molto amatoriale, con quel sapore di approssimazione paesana, ma si spera che crescano con il tempo.

E il tempo passa, si studia, le capacità migliorano, si imparano cose, l’attrezzatura si amplia e si raffina, si definiscono ruoli e performance delle compagnie di rievocazione. Si formano associazioni italiane ed europee, si organizzano convegni e manifestazioni continentali. Si delineano gruppi che fanno sfilate, simulano combattimenti, tirano con l’arco, rievocano matrimoni e visite reali, allestiscono botteghe artigiane, esibiscono falconi cacciatori; il tutto durante le fiere paesane o le manifestazioni di rievocazione. Le compagnie si esibiscono alcune volte l’anno, certamente nelle festività del loro paese, ma sono anche invitati da altri Comuni, in altre manifestazioni, a far colore.

Non è più il Rinascimento di una volta….

Nasce quindi una competizione fra le varie compagnie per ottenere più contratti; si corre quindi a farsi o a comprare le armi più verosimili e gli abiti più belli; ci si sforza di mettere in mostra abili  artigiani ed attività attraenti. Si va alla fiera di Piacenza per comprare attrezzature: vanno forte le armi, prodotte soprattutto in Slovacchia e Polonia. Si abbandona poco a poco il Medioevo dove erano un pò straccioni per concentrarsi sull’immaginifico Rinascimento. Per fare colpo sul pubblico si tralascia la verosimiglianza, per non dire la filologia, puntando quasi esclusivamente all’immagine.

Dietro a tutto ciò ci sono, ovviamente, le Amministrazioni Comunali che finanziano le feste e le compagnie di rievocazione che vi partecipano. Quello del rievocatore passa da essere una passione un pò sguaiata di ragazzi brufolosi ad una specie di lavoro di adulti che vivono la crisi occupazionale italiana. Riescono ad inventarsi una qualche entrata economica.

Ma le finanze dei Comuni vanno in crisi e pagano meno e meno spesso, le compagnie, nel frattempo, si sono moltiplicate, l’età e i bisogni economici dei componenti aumentano, gli investimenti necessari a mantenere la competitività della compagnia devono crescere, le motivazioni di passione ed economiche dei rievocatori zoppicano. Il pubblico segue sempre con passione, ma ha bisogno di novità.

La crisi dilaga.

La vittima di tutto ciò è la coltura. Quella che poteva essere una strada divertente per studiare e trasmettere il passato del proprio paese si è trasformata in una immane pagliacciata senza alcun contenuto storico, identitario, culturale, sostenibile. Invece di studiare il passato, le compagnie cercano di racimolare due soldi per comprare improbabili oggetti che li mantengano sul mercato. La mercificazione della Storia; un accumulo di colori sgargianti che si mescolano in un grigio informe. Ancora una volta la perfida macchina acchiappa consenso delle Amministrazioni Comunali ha ucciso la creatura che stava nascendo. Ormai impossibile fare ragionamenti di qualità e di fedeltà filologica ai fatti rievocati. Tutto è piegato alla logica commerciale e turistica.

Una nuova via viene indicata da Guedelon e da Poggibonsi. Nel primo luogo si ricostruisce in scala reale un castello medievale con sistemi che si vorrebbero quelli originali (sicurezza esclusa, ovviamente); la cosa regge grazie a finanziamenti pubblici e poi ad un grande afflusso di folla che paga un biglietto. L’iniziativa va avanti da moltissimi anni ed il castello si avvia al completamento. Gli organizzatori dicono di aver fornito importanti informazioni agli storici sulle tecniche di costruzione che hanno dovuto riscoprire. Vi sono alcune cadute di stile e molto orgoglio nazionalistico francese.  A Poggibonsi, invece, un gruppo di giovani medievalisti guidati da un professore universitario hanno ricostruito l’abitato longobardo scavato lì accanto. La domenica il sito è aperto, accoglie visitatori e scolaresche e gli organizzatori compiono attività dell’epoca nei loro costumi. La correttezza filologica sembra rispettata nei limite del possibile e l’iniziativa ha un grande successo.

Ora bisogna aspettare che si saldi lo spirito di Poggibonsi con i resti dell’armata disfatta dei rievocatori da parata.

 

L’incredibile museo di Verucchio (Rimini)

Elmo. Foto di Mosconi, Provincia di Rimini

Il Signore morì e fu bruciato e sepolto. In una grande cassa di legno furono deposti il secchio di bronzo con le sue ceneri, i suoi mantelli ed i suoi abiti, spille e gioielli, le sue armi, le decorazioni in bronzo dei suoi tre carri ed infiniti altri oggetti di gran pregio e di grande bellezza. Poi la cassa fu chiusa e sul coperchio si collocò il suo trono cerimoniale che aveva assistito, vuoto, alla lunga cerimonia del funerale. E la profonda fossa fu riempita di terra. Era l’anno 700 avanti Cristo, circa.

Se qualcuno avesse avuto la sfortuna di trovarsi sulla Riviera Romagnola, uno dei luoghi più brutti e tristi del mondo,  puo ricuperare il desiderio di vivere andando a visitare gli stupendi oggetti del Museo di Verucchio, a pochi chilometri da Rimini. Sono gli oggetti contenuti in centianaia di tombe dell’età del ferro; la più famosa è la tomba 89.

Spillone per chiudersi gli abiti. Si noteranno i tre cerchietti in prossimità dello snodo dell’ago. E’ lo stesso motivo che troviamo alle estremità inferiori della cresta dell’elmo. Foto di Mazzanti, Provincia di Rimini

Il Signore era di pochi anni più giovane di Omero e fu sepolto in un modo simile a come il poeta greco descrisse il funerale di Ettore di Troia.  Era ricco, la sua comunità si dedicava al commercio fra il mondo del nord-est e la Toscana. Verucchio è sulla strada che porta dalle rive dell’Adriatico verso l’Etruria. Specialmente importante il commercio dell’ambra che veniva utilizzata localmente per rivestire degli enormi spilloni usati per tener chiusi i mantelli.

Particolare dello schienale del trono. Su un piattaforma rialzata una donna di grandi dimensioni compie atti presumibilmente religiosi mentre degli uomini con lo scudo la proteggono. Foto della Sovrintendenza Archeologia di Bologna.

Sul secchio in cui si mise le sue ceneri e quel che rimaneva delle sue ossa abbrustolite furono adagiati due suoi mantelli ed un  abito, con gli spilloni ancora agganciati. La sorte fu favorevole al Signore ed incredibilmente le stoffe e gli elementi di legno del suo corredo si sono molto ben conservati. Il trono di legno, che poggiava sulla grande cassa, porta delicate incisioni di scene di vita e rituali della sua città. Ed anche un telaio doppio verticale dove due donne stanno tessendo, vogliamo immaginare, i suoi mantelli. Nella scena in basso il Signore arriva al tempio, seduto su un carro. Dal lato opposto giunge un altro carro, di pari dimensioni, che porta una donna. Nel tempio si sta svolgendo un rito condotto da donne protette da uomini armati. I due sessi paiono avere pari dignità, addirittura alcune donne sembrano avere dimensioni maggiori delle altre figure, a dimostrare il loro ruolo predominante.

Sulla pira del Signore furono poggiati tre carri smontati; il legno bruciò ma gli ornamenti e le parti in bronzo furono raccolti dalla cenere ed sistemati al centro della tomba, insieme a due lance,  ad un giavellotto e a due meravigliosi elmi da parata, oltre ad un gran nmero di vasi.

Il trono. Foto di P. Paritani, Provincia di Rimini

Città ricca doveva essere e raffinata. Dai molti oggetti esposti emerge una omogeneità di stile, una consapevolezza nella ricerca dell’adorno, un proprio design. Nessuna rozzezza, non la ricerca dell’utile, ma una chiara affermazione del bello. Certe decorazione sono di grande modernità, hanno un chiaro sapore Liberty. Di lì a pochissimo tempo saranno gli Etruschi che qua già avvertiamo ampiamente.

Il museo è disposto per tombe, si può apprezzare quindi ogni corredo singolarmente e in successione cronologica. L’allestimento comincia ad essere un pò datato, ma è comunque gradevole. Pochi purtroppo gli elementi didattici per migliorare la comprensione degli oggetti. A volte carente l’illuminazione e la leggibilità delle etichette.

Mille volte da raccomandarsi, questa emozionante visita.

Il Trentino ha perduto l’anima

Tipica casa trentina degli inizi del ‘900…..

Non vi sono solo gli scempi sulla natura creati dall’insostenibile industria dello sci; il Trentino, specialmente quello di montagna, sta perdendo l’anima in molti sensi.

….tipica casa attuale del Trentino montano nello stucchevole stile tirolese, che piace tanto ai turisti.

Forse le radici di questo male sono antiche, in quell’essere terra di confine verso le tedesche genti, barbari prima, esempi di efficenza poi. Miscela di popoli diversi, mal amalgamati, dilaniati dalla I guerra mondiale, sovraccariche di muti ed antichi rancori che le politiche recenti non riescono ad assopire. Deve contare anche il senso di isolamento, là fra le montagne, lontani dal libero circolare di persone ed idee; il leggero disprezzo con cui son guardati i montanari da coloro che non lo sono. Influisce certo anche la presenza soffocante di una Chiesa bigotta e pervasiva.  Vi sono poi i deleteri effetti collaterali della pioggia di sovvenzioni statali che arrivano grazie allo Statuto Speciale che fa ricca quella Provincia a spese del resto d’Italia.

Si rende giusto onore ai trentini caduti con la divisa austriaca nella I guerra mondiale, ma non sfuggirà il tono polemico della lapide.

Sta di fatto che il Trentino montano ha volto gli occhi a nord, si è riscoperto Austroungarico, tedescofilo ed anche Cimbro. Tutto ciò è puramente immaginario dal momento che il Trentino di quel mondo tedesco non ha mai fatto parte integrante, semmai era terra di confine dei cui abitanti diffidare, a causa dei loro costumi, della loro lingua, della loro vicinanza con gli italiani. Dei terroni, insomma, come i Trentini amano definire la metà degli italiani.

Molti Trentini disprezzano gli italiani dai quali sono lautamente mantenuti e vorrebbero essere tedeschi che, a loro volta, li considerano un po’ barbari. Contraddizioni tremende.

Bisogna dire che il turismo ha molta responsabilità in questo fenomeno; il turistame pecorone associa le montagne con le cartoline austriache o dell’Alto Adige e ci resta male se non trova gli stessi stereotipi anche in Trentino.

Felicissimi quindi i Trentini di camuffarsi  da tedeschi; loro lo vogliono, i turisti lo vogliono, perfetta corrispondenza!!

Ma non si diventa tedeschi solo volendolo, al massimo ci si camuffa. Ecco quindi che l’austera ed anche un pò triste tipica architettura trentina si trasforma nella leziosa e stucchevole scenografia tirolese; e le cameriere si adornano con i costumi tipici altrettanto tirolesi; e si organizzano raduni e cerimonie intorno ai famigerati Schutzen che richiamano le loro origini alle milizie territoriali Austro-Ungariche, la loro fratellanza con i terroristi altoatesini, la vicinanza al nazismo ed il disprezzo per l’Italia da cui, comunque, ricevono fondi.

Schutzen trentini che si credono austriaci. (By Daiana Boller via Wikimedia Commons)

E si da grande risalto alla lingua Cimbra che pur essendo un interessantissimo tema di storia delle popolazioni è ormai un fossile antropologico ormai scomparso dalla vita quotidiana. E si rimpiange continuamente l’Austria e si piangono i morti austriaci della I guerra Mondiale e ci si dispiace infinitamente di essere dal lato sbagliato della frontiera. Pur essendo quasi tutti di evidente lingua, cultura, tradizioni e discendenza italiane.

Così, un luogo di pace e di benessere è stato trasformato in un concentrato di contraddizioni, falsità storiche e culturali, tensioni, rancori, meschina difesa di una identità che non è la propria. Da evitare.

Insostenibile Trentino

Dosso della Martinella, 1640 mslm. Strade, tunnel di plastica, arrivo della seggiovia, cannoni sparaneve, una ruspa, piste. E’ montagna questa?

In pochi luoghi si trova un concentrato di contraddizioni, di sfacciata ipocrisia e di totale cinismo come in Trentino.

Le pendici delle montagne sono deturpate dalle piste, il fondo valle è un enorme parcheggio con brutte costruzioni turistiche. E si costruisce ancora ed ancora. (Il parcheggio è lasciato serrato perchè sia più facile pulirlo con gli spazzaneve)

Si diffonde l’immagine di una regione pulita, ben amministrata, rispettosa dell’ambiente, produttrice di mele sane, paradiso del turista, accogliente, onesta, lontana dalle ruberie dello Stato italiano. Meno prossima all’Italia che all’Austria, di cui si vuole scimmiottare l’architettura, i costumi, gli ornamenti.

Cannoni sparaneve mobili, pronti ad essere messi sulle piste.

La realtà è ben diversa. Negli ultimi anni il livello di razzismo nei confronti dei meridionali e dei nuovi immigrati è cresciuto fino ad ammorbare l’aria. E’ difficile parlare con un trentino senza che nella conversazioni entrino (da parte loro) commenti acidi sugli “altri”. Il risultato poi si vede: i pur numerosi immigrati recenti scivolano lungo i muri cercando non certo di integrarsi, ma di invisibilizzarsi. Quella che vuole essere la culla del Cattolicesimo sociale, a partire da Rosmini è in realtà un covo di bieca intolleranza. Sono arrivati ad incendiare gli edifici destinati all’accoglienza dei profughi.

I cannoni sparaneve hanno bisogno di acqua e di elettricità, i loro consumi energetici sono enormi. Quindi i boschi sono percorsi da una rete di condotti, fra gli alberi, peggio che in città.

Si dice che la Provincia di Trento è ben amministrata e che tutto funziona. Come potrebbe essere altrimenti, se lo Stato vi spende, per ogni cittadino, il doppio di quanto spende per ogni Lombardo? L’infernale meccanismo dello Statuto Speciale fa sì che che l’insieme degli italiani mantengano nel lusso i trentini con una pletora di dipendenti pubblici, enormi ed inutili investimenti nelle opere pubbliche, welfare affettuoso. E i Trentini, invece di ringraziare gli Italiani che si svenano per loro, li disprezzano e guardano scodinzolando all’Austria, come fosse la loro patria.

Ma il peggio lo abbiamo sull’ambiente. Questo non è rispettato, è invece piegato con assoluto cinismo alla nefasta economia del turismo invernale. Si compiono infiniti spregi a quelle montagne che vengono idilliacamente descritte nelle pubblicità e che, invece, subiscono, anno dopo anno, disboscamenti, rimodellazioni di pendici, costruzione di laghetti sulle cime per l’innevamento artificiale, spianamenti per i parcheggi, costruzioni per alberghi, impianti di risalita, locali per i turisti. E’ un attività che non ha mai fine: ogni anno si aumenta, si ingrandisce, si perfeziona, si addomestica la montagna rendendola alla portata del più fatuo dei turisti che intende pavoneggiarsi sulle piste.

I cannoni consumano moltissima acqua. vengono quindi costruiti dei laghetti sulle cime delle montagne. Qui ad oltre 1600 mslm. Assolutamente innaturali, montagne cementificate.

Piste che ricevono sempre meno neve vera e sempre più neve artificiale al costo di 2 euro al metro cubo. Si deturpano le pendici con le piste, gli impianti, i fittissimi cannoni. Costi energetici spaventosi. Il paradosso è che mentre si disbosca e si produce anidride carbonica, allo stesso tempo ci si lamenta del fatto che nevica meno. Eccellente esempio di chi sega il ramo su cui è seduto.

Enormi lavori per aumentare di qualche centimetro la sede di una strada su cui non passeranno 100 auto al giorno. Banchina in aggetto.

E quelle migliaia di ettari di boschi falcidiati, le superfici di fragilissimo suolo di montagna asportato per rendere più armonioso il pendio, gli abnormi edifici delle stazioni dei mezzi di risalita, tunnel di plastica per superare pochi metri di dislivello, laghi sulle vette; tutte queste sono opere che nel resto d’Italia sarebbero proibite e definite criminali, ma in Trentino vengono approvate, benedette, finanziate. Eppoi si lamentano del malgoverno italiano.

L’economia della neve è morente: non solo perchè non nevica più, ma anche e soprattutto perchè il modello nato sull’emulazione degli Agnelli che andavano a sciare in elicottero durante la pausa pranzo sta finendo. La gente vuole e fa altro; si rimpiazzano malamente i vuoti lasciati dagli italiani con turisti dell’est europa. Un turismo meno attento alla qualità e più all’alcool ingurgitato, più arrogante e meno sensibile all’anima dei luoghi; appiattito sull’apparire sociale. Quindi poco sostenibile.

Cosa farà il Trentino delle sue montagne deturpate dall’industria dello sci quando nessuno ci andrà più? Si lamenterà ancora dell’Italia? Il Trentino non merita le montagne che ha avuto in sorte e non merita che voi ci andiate.

 

La straordinaria storia della Forra del Lupo a Serrada, Trentino

La valle di Terragnolo, presa d’infilata dalla trincea della Forra del Lupo.

Segue una storia di estremo interesse e di grande successo che segna una via innovativa e rivoluzionaria per il recupero dei beni culturali ed il loro rapporto con il turismo.

Serrada, comune di Folgaria, sopra Rovereto, in Trentino, era sulla linea del fronte della I Guerra Mondiale, dalla parte austriaca. Una lunga trincea, che corre su un costone dal quale avrebbero potuto risalire gli Italiani, era stata costruita nel quadro di un più vasto sistema difensivo dell’Altopiano di Lavarone. Il paesaggio è molto attraente e caratteristico.

Questa trincea, lunga qualche chilometro, sepolta, nascosta dagli alberi, dimenticata, è stata rintracciata, parzialmente riscavata e ripulita, messa in sicurezza, inserita in un sentiero ufficiale, fornita di segnaletica e spiegazioni ed aperta al pubblico. Si è ricostruita l’antica toponomastaica cimbra dei luoghi attraversati. Ha una sua pagina FB, una cartina, un libro che riproduce il diario e le foto di un militare austriaco che vi passò alcuni mesi. E’ stata presentata alla stampa. Una porzione della trincea è particolarmente suggestiva in quanto percorre una profonda spaccatura del massiccio calcareo nel quale è stata scavata (è questo il punto propriamente detto la Forra del Lupo, anche se il nome si è poi allargato a designare tutta la zona).

Un tratto della trincea.

Il successo è stato clamoroso: è diventata la prima attrazione della zona, le visite sono numerosissime: bus e macchine affollano il parcheggio alla partenza del sentiero, commenti entusiasti. Altri luoghi trentini copiano il modello e il ripristino della trincea continua anno dopo anno.

Ma fin qui si tratta semplicemente di un caso fortunato di promozione turistica di una risorsa storica-naturalistica recuperata dall’oblio.

L’aspetto straordinario della vicenda è che tutto questo lavoro è su base esclusivamente volontaria. Lavoro non da poco: sia intellettuale, per la ricerca delle vecchie foto negli archivi austriaci e per il fortunoso ritrovamento del diario dell’austriaco militare; sia per gli aspetti strettamente manuali di spostare metri e metri cubi di terra e roccia, di tagliare gli alberi cresciuti nella trincea, di mettere scalini e protezioni dove necessario ed infine di ripulire tutto quanto ogni anno, in primavera.

L’iniziatore è stato Paolo Spagnolli, un cultore di storia locale che ha riunito intorno all’iniziativa il sempre solerte e fattivo gruppo degli Alpini, altre Associazioni locali di amanti della montagna, cani sciolti, turisti volenterosi. Da non sottovalutare che il paese di Serrada conta ora 118 abitanti; sono quindi intervenute altre persone da Terragnolo, Folgaria, Rovereto.

La vera e propia Forra, una profonda spaccatura nella roccia, parte integrante della trincea.

Le Istituzione pubbliche non sono intervenute se non con modestistissime forniture di materiali. Il lavoro ed i mezzi sono stati assolutamente privati. Ed ancora più notabile è il fatto che non si è creata intorno alla Forra del Lupo una Associazione specifica con responsabili e dinamiche associative, spesso pesanti ed energivore. Sembra che sia stato una sorta di movimento spontaneo, di lunga durata, di convergenza di interesse e di autonoma coordinazione sul fare.

Un meraviglioso esempio di riscoperta e valorizzazione della storia e della cultura locale (ma inserita a pieno titolo nella grande storia europea) operata da persone e gruppi assolutamente di base senza le interferenze (spesso deleterie) e la generosità monetaria (spesso pelosa) delle istituzione pubbliche. Un recupero autonomo ed autodiretto della propria identità.

Ed inoltre, ancora più importante, i visitatori conoscono la storia del recupero della Forra e del ruolo dei volontari; e per questo motivo apprezzano ancor di più la visita e sentono questo luogo proprio, in quanto nato dalla volontà del corpo sociale e non da decisioni degli Uffici. Ciò lo si legge nel libro di visite, posto nel punto più imponente della Forra.

Un modello da diffondere: 10, 100, 1000 Forre del Lupo!!

E le morti stagioni e la presente. Morta, anche lei, a Rovereto

Intimi angoli pastello del centro storico di Rovereto.

“E le morte stagioni, e la presente. E viva, e il suon di lei.” Dice il vecchio Leopardi nella più famosa poesia della letteratura italiana tutta. E mi viene in mente Rovereto, in Trentino.

Le morte stagioni sono quelle che vengono illustrate dai documentari presentati dalla pregevolissima Rassegna del Cinema Archeologico che ogni anno, da 28, si tiene a Rovereto. Per alcuni giorni un’alluvione di documentari da tutto il mondo mostrano il meglio della cinematografia su temi archeologici. E’ fra i primissimi Festival del genere nel mondo e richiama professionisti ed appassionati per 8 ore giornaliere di proiezioni. Si parla dalla più antica preistoria alla prima epoca industriale. Le morte stagioni, appunto.

Poi si esce dalle proiezioni, che hanno luogo nel bellissimo anfiteatro del Museo di Arte Contemporanea di Rovereto e ci immerge, un pò frastoranti, nella “presente stagione, e viva, e nel suon di lei” del centro di Rovereto.

Il fatto è che codesta stagione presente pare, anche lei, poverina, defunta e sepolta.

Il centro storico di Rovereto è delizioso; un misto di influenze austriache e veneziane, ai cui Stati fu alternativamente sottoposta, che non presenta niente di particolarmente monumentale, ma che è omogeneo, raccolto, romanticamente vetusto, ben tenuto, gradevolmente illuminato durante la notte, silenzioso, ricco di angolini remoti, per lo più poco frequentato. Vi si passeggia come fuori dal mondo, dimentichi della presente stagione aspettandoci di incontrare ad ogni angolo il giovane Mozart che qua tenne il suo primo concerto italiano. O il Vescovo Conte in procinto di andare ad eleggere l’Imperatore del Sacro Romano Impero. O Cesare Battisti, preso dalle sue foghe antiaustriache.

Composta festa dello street food nel centro di Rovereto. Tutto molto come si deve.

Il centro storico è un pò più animato nel lato verso il Corso Rosmini, il centro moderno. Vi sono alcuni bar in cui composti gruppi di giovanili Roveretani, compostamente seduti, bevono aperitivi compostamente serviti.

Perchè il problema è proprio questo: Rovereto, cittadina palesemente ricca, borghese, benestante, ampiamente protetta dal welfare diffuso che l’autonomia della Provincia di Trento permette (anche a spese del resto degli italiani), pare che abbia perso di vista la vita. Pochi i passanti e silenziosi; preponderanti le donne, da sole, giovani o giovanili, spesso in bicicletta, curate, eleganti, molto carine ma non appariscenti, che attraversano il centro come ectoplasmi.

L’irrisolta questione dell’identità di questa terra. Indubbiamente italiana, ma con il rimpianto di non essere tedesca.

Negozi dal sapore un pò vecchiotto che propongono merci inessenziali come cappelli vintage, strumenti musicali ottocentesci, ceramiche artigianali un pò kitsch. Un’aria un pò asettica, una luce un pò fredda, rumori un pò diffusi, un’atmosfera un pò distante. Decisa la gente, ma non frettolosa; si affrettano, ma con calma. Anche i numerosi immigrati paiono inamidati, irrigiditi per contatto (a distanza) con la popolazione autoctona. E queste sensazioni si spargono dal centro verso le prossime periferie. Tutto ordinato, ma sembra più per dovere socialmente imposto che per propria e sovrana decisione.

Sensazioni strane, alternanti fra la comodità di tanta riservatezza e il desiderio di quella vita che non appare.  Tanto che mio padre ed alcuni amici suoi volevano mettere del sapone (ai tempi assolutamente non ecologico) nella fontana in fondo al Corso Rosmini che con i suoi zampilli l’avrebbe fatto schiumeggiare fino a sommergere l’intero centro portandovi un soffriggere di fantasia.