I bar mediterranei

Mi piace pensare che la cultura che si è creata intorno al Mediterraneo sia la più antica, la più complessa e quella che meglio incarna l’essenza umana, fra le molte che si sono espresse fino ad ora sulla Terra.

E non ho dubbi che un aspetto centrale di questa multiforme cultura sia il bar. Sulle rive del Mediterraneo la gente sta molto tempo al bar; ci sta bene; ci fa un sacco di cose e gli dispiace andarsene.

Il turista accorto non mancherà di passare molto del suo tempo di viaggio nei bar e dedicherà loro altrattanta, se non di più, attenzione che alle chiese o ai musei.

Ogni paese ha il suo tipo di bar e tutti meritano di essere conosciuti. Eccone alcuni, in ordine crescente ed arbitrario di mio aprezzamento:

Il caffè arabo. Naturalmente, non vi si beve vino o birra, ma solo caffè e tè, servito in bicchieri senza piattino e con il cucchiaino dal lungo manico infilato dentro. Non vi si mangia assolutamente nulla. I tavoli sono spesso rotondi e i bar sono grandi, molto affollati a quasi tutte le ore, tanto che vien fatto di chiedersi quando la gente pensa di lavorare. Le donne sono assolutamente assenti e l’aspetto è abbastanza triste, spoglio, un pò squalliduccio. Ma le conversazioni fervono ed è un luogo dove, palesemente, vengono raddrizzati continuamente i destini del mondo. Si ritrovano dal Marocco alla Turchia, alla Bosnia. Il turista non vi si siede volentieri, sia perchè le donne si sentono a disagio in quanto sarebbero le uniche, sia perchè sembra un mondo solo per i locali, da rispettare senza portarci la superficialità tipica dei turisti.

La terrasse. Detto alla francese è il bar lungo il Corso che si può permettere di img_20160609_204441occupare un vasto spazio di suolo pubblico (delimitato da vasi con piante varie e spesso spelacchiate) sul quale sistemare un discreto numero di tavolini riparati da ombrelloni. Questo modello di bar è probabilmente più nordico che mediterraneo ed è poco adatto alla socializzazione, fra avventori o con i passanti, invisibilizzati dalle piante di recinzione. Ci si va a coppie o a piccoli gruppi, ci si siede a bere analcolici e si va via un pò annoiati. Più cari di altri tipi di bar, hanno anche camerieri più professionali che alla fine della giornata si son fatti qualche decina di chilometri fra il bancone ed i tavoli. Vi si mangiucchia anche qualcosa.

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I vecchi e brutti bar portoghesi, ma così cari al cuore.

Il bar popolare portoghese. Sono innanzitutto molto brutti. Sovrabbondano i banconi di lamiera nichelata affittati e pieni di vetri graffiati dall’uso. E di sciarpe e gagliardetti del Benfica e delle altre squadre. Atmosfera fredda, poco accoglienti. Sul banco, delle vetrinette con crocchette di patate, polpettine di baccalà, sofficini di formaggio. Si beve soprattutto birra alla spina, la più economica dell’Europa Occidentale. Qualche tavolino, un pò dentro ed un pò fuori, regalato dalla birra Sagres, sedie scompagnate, abbastanza disordine, pulizia largamente migliorabile. Dietro al banco il proprietario, da solo o con un aiutante; entrambi di aspetto dimesso. Ma è facile mettersi a chiaccherare e venire a sapere tutti i dettagli del quartiere. E soprattutto vi si avverte quella sottile malinconia dimessa che finisce per scaldare il cuore.

Il bar greco tradizionale. E’ la foto che i turisti italiani hanno in mente della mio-nokia1082Grecia: un enorme olivo alla cui ombra tre o quattro tavolini quadrati ospitano un vecchio Pope e qualche pensionato seduti su sedie impagliate dipinte di azzurro. Sul fondo una casa a cubo bianchissima. Ve ne sono rimasti ormai pochi, sostituiti dai bar moderni che vedremo più sotto. Vi si beve il caffé, la birra, la grappa, il vino portato al tavolino nei caratteristici boccali cilndrici di lamiera colorata di rosso o di azzurro, molto simili ai nostri vasi da cimitero. Il padrone, solitamente anzianotto, panzuto e con la barba di qualche giorno vi porterà un piattino con dei pezzi di cetriolo e di pomodoro. In certi casi, accanto al bar, un macellaio arrostisce spiedini. Voi vi siederete, berrete il Retsina, il vino resinato, penserete ad Omero e vi sentirete malinconicamente felici.

Il bar sport italiano. Luogo notissimo agli italiani e teatro di infiniti libri, film, scene di vita ed appuntamenti importanti o no di ognuno di noi. Pur in crisi per l’avvento dei nuovi tipi di locale, resta l’ossatura del sistema-caffé italiano. Una sia pur breve visita rimette al mondo anche i più disperati.

Il bistro francese. Non strettamente mediterraneo, nasce a Parigi, ma poi si diffonde anche a sud. Locale vasto, principalmente al chiuso, ma con possibili tavolini fuori.  Lunga barra di legno con proprietario normalmente incazzato. I tavolini sono molto piccoli, quadrati e vicinissimi gli uni agli altri, per cui si ascoltano (ma non vi si partecipa!) le conversazioni dei tavoli vicini. In alcuni casi vi è una grande tavolo tondo dove chi è da solo si siede per chiaccherare con gli altri avventori, anche se sconosciuti. Si beve vino e pastis, il tremendo aperitivo all’anice. Poi è diventato anche ristorante, prima rapido ed economico, poi anche ricercato e relativamente caro. Molto accogliente risente un pò dei modi francesi, non sempre urbanissimi.

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I piattini del bar de tapas.

Il bar di tapas spagnolo. Da non confondere con il bar de copas, dove solo si beve, è quel luogo meraviglioso dove ci si siede alla barra e si ordinano piccole porzioni dei numerosi cibi offerti. Questi sono esposti in vetrinette sul banco o annunciati in lavagne. E’ una delizia di piatti regionali, tradizionali, popolari. E’ all’interno, spesso grande, sempre lungo per permettere la massima estensione della barra, con poca attenzione all’estetica e scarsa considerazione della pulizia. Infatti i clienti gettano a terra tovagliolini, stecchini, noccioli di oliva, bucce di ogni tipo; poi il ragazzo spazza. Si beve principalmente birra o vino, secondo le regioni. Il servizio è estremamente rapido e conciso, a volte ruvido. I prezzi sono molto variabili, da modestissimi ad assai cari.

Il Bar greco moderno. Raggiunge il massimo del confort e dell’accoglienza. E’ esterno ed ampio, ben riparato da eleganti tettoie o da vasti ombrelloni; ha delle poltrone e dei divani molto ampi, comodi, rilassanti. Non vi è fretta, ci si può stare molto a lungo con una sola consumazione. E’ frequentato da ogni genere e da ogni età. Il servizio è disteso e cortese, efficente. I prezzi sono contenuti, soprattutto in relazione alla qualità delle poltrone e del servizio. Alcuni sfiorano il lusso, pur mantenendo prezzi accessibili. La bevanda principale è il caffè, ma servito in molti modi diversi. Non vi è cibo, salvo noccioline o patatine, offerte.

Madeira, la gradevole.

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Il centro di Funchal.

Madeira è probabilmente un caso raro, se non unico, fra le grandi destinazioni turistiche.  Sono riusciti a fare un piccolo miracolo, al contrario del casino che hanno fatto gli spagnoli alle Canarie.

Madeira accoglie turisti da fine ‘800. Vi andò in esilio l’ultimo Imperatore di Austria-Ungheria, per dire che livello di persone la frequentavano, spesso arrivando con i loro yatchs lussuosi. Poi è divenuta una meta soprattutto per gli inglesi, e lo è ancora oggi. I rapporti fra l’Inghilterra e il Portogallo sono sempre stati molto intensi, tanto che il secondo è stato, per un certo tempo, una specie di colonia della prima. E, come si conviene, i riccotti inglesi andavano a passare l’inverno in quello che era divenuto un loro dominio o quasi.

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Alcuni percorsi lungo i canaletti sono in sicurezza, altri sono molto pericolosi.

L’unione delle culture portoghese e inglese ha dato un ibrido molto piacevole. I portoghesi, specie se isolani, come si vede alle Azzorre, sono piuttosti rozzi e nemmeno tanto simpatici. A contatto con gli inglesi, ricchi borghesi, si sono ingentiliti e son diventati accomodanti, non più rissosi ad ogni occasione. Il turismo, peraltro, ha portato lavoro e soldi e, come si sa, il benessere calma gli spiriti.

Certo, l’edilizia turistica ha fatto scempi, ma molto meno che alle Canarie o sulle coste spagnole e portoghesi. L’afflusso turistico a Madeira non è poi elevatissimo ed essendo ancora di possibilità economiche abbastanza alte richiede hotel meno grandi e meno invasivi.

L’isola è deliziosa: montuosissima, la faccia esposta a sud è semitropicale,

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La Laurisilva.

quella rivolta a nord è aspra, fredda, piovosissima. Per questo motivo ci sono numerosi canali che raccolgono l’acqua dove è disponibile (e quindi anche sulla faccia nord) e la portano, con lunghi percorsi, a tratti in gallerie percorribili, verso i paesi e campi della faccia a sud. Dei sentieri molto suggestivi accompagnano tali canaletti di acqua allegra.

Non è grande, ma è di geografia così erta, frastagliata e tormentata che percorrerla da un capo all’altro prende moltissime ore di curve, salite, discese e nausee per i più sensibili. Negli ultimi anni e grazie ai soliti fondi europei sono state costruite delle strade veloci, con molte gallerie, che facilitano la vita ai locali, ma tolgono un pò di poesia. Lo stesso aeroporto è parzialmente costruito su palafitte essendo stato impossibile trovare un sufficente spazio piano.

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La faccia nord….

Gli alberghi stanno a sud, le gite più belle si fanno a nord, al suo vento ed ai suoi flutti atlantici: siamo pur sempre nella Macaronesia. Intrigantissime le foreste di quella strana formazione vegetale chiamata laurisilva

La faccia a sud è molto più gentile e vi si passeggia sui lungomari, un pò da pensionati. Ristoranti con cucina internazionale-portoghese-inglese un pò insulsa. Frugando nelle pieghe del centro di Funchal, nella zona del mercato si trova anche qualcosa di portoghese verace, se questo vi attira. Numerosissimi i bar, generalmente gradevoli, fatti per far passae il tempo a chi ne ha molto e non ha molte altre cose da fare. Sale da tè per gli inglesi, sempre numerosissimi.

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… e quella sud.

Pare comunque che si astengano dal visitare Madeira quelle bande di giovani, ubriaconi ed insolenti, inglesi che fanno la gioia economica ed il disastro civile di Spagna e Grecia.

L’isola è così tropicale che produce canna da zucchero, rum e banane come fosse una piccola Sud America. Da ciò la sua ricchezza fin dal ‘500.

Carino il centro storico di Funchal, bella vista dalla funivia, robaccia da turisti la discesa con le slitte, da prendere gli autobus locali che vanno ai quattro angoli dell’isola. Da segnalare che vi è nato Cristiano Ronaldo e che vi ha fatto un suo museo?

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Ancora il nord.

Insomma, vi si passa una settimana non eccezionale, ma certo gradevolissima e piena di interessanti curiosità da vivere.

E’ Lisbona che viene, non tu che vai.

IMG_20150218_124244Lisbona non è una città, è uno stato d’animo. Non si va a Lisbona; Lisbona ti prende per mano, ti accompagna e probabilmente non ti lascerà più. E’ Lisbona che viene in te.

Per me Lisbona sono i marciapiedi di pavé bianchissimo, piccolo e di superficie irregolarmente fratta. E’ il colore della luce: inimitabile, terso, freddo, triste, ma che procura addizione. Sono i colori pastello dell’architettura rotondeggiante e serena della prima metà del ‘900. E’ l’azzurro delle mattonelle che rivestono chiese e palazzi. Lisbona è fatta di colori.

Ma Lisbona è anche lontananza. Dal resto d’Europa; lontanissima da Madrid, figuriamoci da Parigi, Berlino, Praga. Ed è anche lontananza dalle sue radici che stanno a Rio, a Luanda, perfino a Macao. Ci si sente lontani e soli a Lisbona, colti da dolce malinconia. E’stata una delle grandi capitali del mondo, è ridotta a periferia. Ma la vita pare scorrere molto più quieta che altrove.

IMG_20150219_120627Non erano belli gli abitanti di Lisbona, fino a qualche anno fa. Brutti gli uomini, insignificanti le donne. Ora tutto si sta modernizzando: la metro arriva fino all’aeroporto, i bar sono più puliti, anche le ragazze son diventate belle.

Litigano e discutono sempre gli abitanti di Lisbona; fra sconosciuti, senza veri motivi. Devono essere dispiaciuti di stare lontano da tutti ed ora di non aver più nemmeno un pò di colonie. E’ vero, sono un pò amareggiati dalla vita. Per rabbia hanno dichiarato guerra alle vocali ed hanno trasformato la loro lingua, pur dolcemente neo-latina, in uno strumento da concerto cacofonico.

E si mangia anche maluccio a Lisbona, checchè se ne dica. Apparte il sempiterno baccalà, i piatti son abbastanza tirati via, sempre un pò troppo umidi; sembrano fatti da ingredienti messi insieme e poco rimescolati.  Un esempio: la cabidela. Risotto mollissimo con sangue di gallina e qualche pezzetto della stessa. Una sbobba. Più consistente ma ancor peggiore la Francesinha (pur originaria di Porto) che è un vero incubo: un toast di salame, carne, salsiccia ricoperto di formaggio fuso, coronato da un uovo in camicia ed annaffiato da abbondante brodo grasso.   La nuova cucina globalizzata vi è arrivata e cerca di raddrizzare le cose, senza ruiscirci troppo. Eccellenti i dolci.

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Tost di baccalà.

Quindi grande luce su Lisbona, ma anche delle ombre. La più grande delle quali è la retorica che si è impadronita di questo tema, almeno in Italia. Perchè negli ultimi 20 anni è diventato famosissimo il poeta Pessoa ( a dir la verità di non immediatissima lettura ) ed il suo cultore Tabucchi, il lusofilo ufficiale italiano. Ora ci sono perfino libri (Lorenzo Pini – A Lisbona con Antonio Tabucchi) che parlano di Tabucchi che parla di Pessoa che parla di Lisbona.

E Lisbona diventa un luogo mitico e sognato, esattamente il contrario di ciò che è: una citta nelle cui vene scorre da molto tempo una vita difficile e contrastata. La vidi per la prima volta nell’estate dei Garofani e quella era forza pura, scrollatisi di dosso l’atmosfera esangue che le si vuole affibbiare ora.

E tutto ciò finira’ per rendermela antipatica questa città, resa evanescente dalla mellifluosità di vaghi intellettuali.

IMG_20150302_185853Quindi! Andate a Lisbona, il più presto possibile, stateci il più a lungo possibile. Amatela e soffritela. ma non leggete niente di quanto si scrive di lei. E’ inutile, se non controproducente.

Altre foto.