I retroscena poco etici del turismo solidale

[Continua da qui]

Alcune ONG attive nella cooperazione internazionali dettero vita a cavallo del 2000 ad una agenzia che poi è divenuta “Viaggi Solidali”, a sua volta membro dell’Associazione Italiana Turismo Responsabile”, AITR, in sigla.

Il fatto che questa agenzia nasca come diretta espressione di ONG per la cooperazione internazionale e’ un primo segnale per comprendere come funziona la faccenda.

Prima vediamo alcuni esempi di Viaggi Solidali, scelti senza particolare cattiveria, nel paniere di quelli disponibili per il 2016.

Ma perche’ nasce questa nicchia del turismo solidale? I motivi sono diversi e convergenti.

In primo luogo vi e’ una certa idea di sviluppo turistico che va sotto il nome di “modello Toscano”. Si tratta di un turismo fatto di individui, coppie, famiglie, al massimo piccolissimi gruppi che si muovono agilmente sul territorio visitando borghi e campagne e appoggiandosi per mangiare e per dormire a B&B e a piccoli ristoranti e trattorie a gestione piu’ o meno familiare. Importanti gli aspetti enogastronomici sia per il consumo immediato che per quello a casa, dopo il ritorno. E’ un modello di grande successo che fa vivere molte zone. Da notare che tale turismo non e’ per niente a buon mercato.

D’altra parte i progetti di cooperazione sono alla perenne e disperata ricerca di idee su come rinforzare le esangui economie dei loro beneficiari ed alcuni progetti sono proprio diretti a far nascere e sviluppare iniziative turistiche di base. Ed in effetti il modello toscano di turismo si adatta bene alle realtà piccole, familiari, di basso investimento e legate al territorio tipiche dei progetti di cooperazione.  A prima vista poteva essere un connubio efficace, aggiungendoci pure la parte gastronomica con i prodotti locali tipo cacao, caffè, spezie o altro, proprio come in Toscana si fa con il vino o con i salumi.

Quindi, alcuni donatori come il Ministero degli Affari Esteri italiano e l’Unione Europea hanno pensato di stanziare dei fondi per lo sviluppo turistico dei paesi del sud. E le ONG vi si sono buttate a capofitto. Vi sono stati dei progetti a Capo Verde,  in Sierra Leone, in Senegal, in America Centrale ed altrove.

Pochi hanno funzionato. Soprattutto perchè l’analisi della situazione era completamente sbagliata. Infatti il modello toscano funziona perchè la regione è ricchissima di attrazioni turistiche storiche ed artistiche, perchè il paesaggio toscano gode di grande fama e perchè le dimore rurali vi sono spesso cariche del fascino dell’antico. Ben diversa la situazione in un paese dove poche sono le cose da vedere e di poco interesse, il paesaggio è meno attraente o più monotono e si soggiorna in capanne o casucce. Quindi turismo, poco o niente.

Di fronte alle difficoltà di far decollare quei progetti alcune ONG fondarono quella che sarebbe poi divenuta l’agenzia “Viaggi Solidali”; fu un estremo tentativo di chiamare turisti verso quei progetti che non prendevano consistenza economica. E l’attrazione che venne tirata fuori dal cilindro fu quella della solidarietà. Del resto le vacanze nella missione in Africa o nel Mato Grosso era una caratteristica storica delle ONG cattoliche legate ai missionari.

Ma fu un’operazione disperata e fallì. Tanto che Viaggi Solidali è poi diventata un’agenzia come molte altre che di solidale mantiene solo il nome e poche attività sconnesse all’interno del programma dei viaggi.

Tutta l’operazione nasce quindi più per un sostegno alle attività delle ONG italiane che per lo sviluppo di quel turismo. Era in sostanza un’attività di autopromozione delle ONG. Nessuno si interessava molto ai beneficiari nei paesi del sud ed ai turisti.

Ma vi è un altro aspetto ben più grave da un punto di vista etico. L’italiano medio od anche avvertito non conosce praticamente niente delle condizioni di vita nei paesi del sud del mondo. Vi si reca, a volte, per delle brevi vacanze balneari o sessuali; per molti l’Africa è Malindi e l’America Latina sono le ragazze di Cuba o di Rio.  Inoltre gli italiani non sanno più, fortunatamente, distinguere le 50 sfumature della povertà.

Mettere delle persone siffatte a contatto con i progetti sociali nel sud è un abominio. Non sono pronti a vedere, non sapranno giudicare, capiranno poco e male. L’operazione è subdola: si colpisce allo stomaco per alleggerire il portafoglio.

All’interno di una vacanza si vedranno miserie umane che non si sapranno inquadrare nel loro contesto sociale ed economico che resta del tutto sconosciuto; si cerca la pietà, non la solidarietà. E si ripropone il vecchio stereotipo del bianco buono che aiuta il povero negro. E’ una trappola infernale.  Che immagine di quel paese riporterà a casa que  turista? Cosa avrà capito dei meccanismi della cooperazione internazionale che finanzia quei progetti, a volte per scopi inconfessabili?

Peggio ancora per i locali che saranno mostrati ai gruppetti di turisti come esempi di qualcosa e non come persone.  Che in questo circo faranno la parte dei poveri, dei malati, dei disgraziati. Un teatrino che accresce le distanze invece che attenuarle. Un gioco delle parti fra il morto di fame ed il turista che non vede l’ora di farsi un Daiquiri sulla spiaggia, sentendosi molto buono per i 70 € che ha donato.

Un’operazione commerciale. E vi pare etico il turismo solidale?

Alcuni viaggi “solidali”

Particolarmente importante nel mondo del turismo solidale italiano è l”agenzia Viaggi Solidali che propone un viaggio di 11 giorni in Casamance, la zona più meridionale del Senegal. E’ un tour normale a cui vengono aggiunte le visite a dei produttori di anacardio, ad un centro per gli handicappati, ad un’iniziativa di sartoria di base, ad un asilo e a degli orti.  Sono previsti dei giri in bicicletta che si trasformare per magia di marketing in “appoggio all’imprenditoria giovanile locale impegnata nella salvagiardia ambientale”, più propriamente conosciuti come noleggiatori di biciclette. Il costo del viaggio è molto alto: 1.680 euro senza viaggio aereo e dormendo in condizioni a volte definite bisognose di “capacita’ di adattamento”. Sono previste anche “docce con il pentolino”, che sarebbe un secchio d’acqua da cui si prende l’acqua con un pentolino per tirarsela sulla testa.  Molto pittoresco, ma a prezzi da numerose stelle in uno dei paesi più economici del mondo.  La quota comprende i 70 € solidali dei quali non si dice la sorte.

Un altro viaggio è in Argentina. Il momento solidale più importante è assistere alla settimanale manifestazione delle Madri di Plaza de Mayo, mercificando così il cuore del dramma di quel paese. Il viaggio, di 15 giorni, non è affatto solidale con il pianeta, in quanto prevede, oltre al volo intercontinentale, ben 4 voli interni con un dispendio energetico fantastico. Ma su questo punto si sorvola, è il caso di dire. Il viaggio presenta un itinerario del tutto ovvio, uguale a quello di tutte le agenzie. La parte solidale è ridotta alla visita di un paio di musei, all’osservazione delle Madri di Piazza di Maggio e, forse, a visite di progetti dell’ONG italiana ICEI. I 70 euro del donativo vanno all’agenzia turistica argentina che segue il viaggio !!! Il viaggio è carissimo: 2500 euro senza nessuno dei sei voli e senza pranzi e cene.

Anche la povera San Suu Kiy è finita nel tritacarne del turismo solidale. Foto da Wikicommons

Non poteva mancare un viaggio nella martoriata Birmania (si usa ancora il vecchio nome). Le attività solidali sono un corso di cucina(!), la visita al partito di San Suu Kyi, mangiare con dei monaci e visitare un ospedale al quale vanno i 70 euro di solidarietà. Tutto qua, per il resto il solito, banale e usurato giro in Myanmar.

Insomma la più vieta banalità turistica con una spruzzata di miserie altrui, un prezzo alto, una elemosima con destino oscuro. E si è costruito il viaggio solidale.

Di un altro tipo il viaggio in Mozambico proposta dall’ONG Humana. Sono 15 giorni tutti da passare in un Istituto Tecnico appoggiato dall’ONG. Si è vicini alla spiaggia, ma si lavora come imbianchini (come se in Mozambico mancasse la manodopera) o animatori nelle scuole, agli ordini del responsabile. Si visitano vari progetti, si fa colazione alle 7h30, obbligatori due incontri prima della partenza ed uno dopo il ritorno. Costo modesto di 900 euro (aereo escluso) dei quali 350 vanno alla scuola. Insomma, si fa finta di fare i missionari, poi si torna al lavoro vero.

Ma perchè tutto ciò?

Turismo solidale? Trappolone per ingenui?

Sull’onda della moda della Green economy si parla molto, da qualche tempo, di  turismo responsabile ed addirittura solidale.

E come la Green economy, anche il turismo solidale rischia di essere il classico specchietto per le allodole e trasformarsi in una truffa per quei creduloni che ci cascano.

Per le definizioni dei vari tipi di turismo si veda qua.  Il turismo solidale, nelle parole di chi lo vende, oltre ad essere responsabile, mette in contatto i turisti con delle situazioni sociali in difficolta’ o comunque meritevoli di essere conosciute alle quali i turisti stessi porteranno appoggio tanto morale quanto economico.

Ma, soprattutto,  si può aggiungere quella parola: solidale, ad un viaggio peraltro simile a molti altri. Lo si caratterizza, lo si nobilita, lo si fa apparire più personalizzato. Il turista diventa solidale e si sente migliore, gratificato. E’ un capolavoro di marketing. Anche la guida non è piu’ tale, ma diventa “mediatore culturale”. Il viaggio diventa una esperienza di “scambio interculturale” anche se ci si affretta a far presente che resta comunque una vacanza, non si pensi a troppo intensi scambi con i poveri visitati!

3757__g_
Le foto dei bambini africani sono sempre molto importanti nel turismo solidale. Questa viene da un progetto di una scuola finanziata da un Resort. http://www.inviaggi.it/imgs/89_s/3757__g_.jpg E’ ipotizzabile che questo fatto violi una certa quantità di leggi sulla privacy e sullo sfruttamento di immagini di minori.

E’ come se una guida portasse il suo gruppo di turisti giapponesi in visita in Italia, in un centro della Caritas di aiuto ai senza dimora o in un centro di riabilitazione per mutilati. Dove i giapponesi verserebbero una lacrimuccia ed accarezzerebbero la testolina di un bambino.

Rivoltante, vero? Eppure e’ proprio cosi’. Ma cio’ che non accettiamo da noi, siamo prontissimi a farlo nei paesi del sud.

Il lato materiale e’ ancora peggiore. In un viaggio di una settimana o dieci giorni si visitano due progetti sedicenti solidari. L’obolo che il turista paga all’organizzazione e’ di 70 euro che vanno ai progetti. Quindi ogni progetto avra’ circa 35 euro moltiplicati per i dieci – quindici turisti: una miseria vergognosa, che pero’ permette al viaggio di chiamarsi solidale.

Ma come avviene un viaggio solidale? Esattamente come tutti gli altri, con la differenza di occupare due mezzi pomeriggi per vedere quei due progetti di assistenza ai vulnerabili; l’altra differenza e’ che i viaggiatori dormiranno in modestissime pensioncine e mangeranno in tristi locande senza potersene lamentare perche’ quelle economicissime strutture saranno state spacciate come iniziative imprenditoriali di base e quindi meritevoli di essere frequentate ed aiutate. Ma ci si dimentica di dire che ogni viaggiatore a basso budget usa strutture di quel tipo senza sognarsi di star facendo un’operazione di solidarieta’ internazionale.

Mentre invece i turisti dichiaratamente solidali non sono affatto a basso budget. Infatti tali viaggi sono molto piu’ cari degli equivalenti “normali”. Quindi la beffa e’ totale.

Vediamo alcuni di questi viaggi e cerchiamo di capire come funziona tutto cio’.

 

Isola di Fogo, Capo Verde. La fine di una storia complicata ed istruttiva.

Il lato brutto della bella vicenda finora narrata ha un nome ed un volto.

La popolazione di Cha das Caldeiras è una popolazione montanara, abituata alle difficili condizioni del luogo, arido, a volte freddo, ostile, solitario.  Popolo anche ricco di episodi di violenza: i ragazzi cresciuti a botte, donne maltrattate, un antico omicidio legato ad un furto di fichi, forte alcolismo. Una popolazione in perenne fregola, pieni di storie di corna. Sordi rancori intestini covano nella popolazione.

In questo difficile amalgama trova il modo di emergere ed imporre la sua volontà un uomo accompagntao dalla sua moglie, del resto legata alla famiglia dello storico Presidente della Repubblica di Capo Verde.

Quest’uomo conosciuto con il soprannome di Neves riesce a forza di costanza, ingegno e pelo sullo stomaco a diventare assolutamente centrale nei rapporti con i progetti di cooperazione internazionale.

Sarà il Presidente della Cooperativa degli agricoltori di Cha che producono il vino e gestiscono il bar e l’alberghetto e lascerà la sua carica solo al figlio, ancor più spregiudicato.

Deciderà le quote che ogni produttore di uva può consegnare alla cantina. Il maggior fornitore è certamente lui stesso; gli altri, se vogliono consegnare devono pregarlo. Ad alcuni lui compra l’uva, a più basso prezzo, e poi la consegna come sua.

Controlla la vendita delle ricercatissime bottiglie. Molte le compra lui e le rivende ai negozianti a più alto prezzo. Usa la macchina del progetto senza misura. La moglie riceve uno stipendio dal Ministero dell’Agricoltura senza fare un minuto di lavoro.

Tiene in mano una contabilità che nessuno può relamente controllare. Impedisce a uno o due altri produttori “evoluti” di entrare nella cooperativa per non dover render conto a chi potrebbe porre molte domande.

Impedisce che i fondi disponibili per il turismo siano distribuiti fra le case che fanno da B&B per migliorarle. Insiste per concentrarli su di una nuova struttura che controllerà.

Insomma, il miscuglio di un patriarca, un feudatario, un caporale, un padrone.

Le ONG che gestiscono i progetti, sostanzialmente il COSPE, si inginocchiano di fronte a costui. Egli permette loro di lavorare senza inconvenienti; è la cinghia di trasmissione fra il progetto e la popolazione. Basta parlare e mettersi d’accordo con lui e tutto scorre. Si parla con il feudatario, il popolo seguirà. Ti metti contro il feudatario? Il progetto collasserà e i finanziamenti (stipendi compresi) spariranno.  Una perfetta complicità. A spese di molti interessi dei piccoli produttori di uva e dei contribuenti italiani ed europei che sarebbero stati contenti di aiutarli: i piccoli produttori, non il feudatario ed i tecnici italiani.

E tutto gestito con grande senso della misura. Un pò di benefici a tutti, comprare i più in vista, non smuovere le acque, far apparire tutto liscio.

Ma vi è una giustizia, purtroppo cieca e crudele.

Nel 2014 una nuova eruzione, gravissima, distrugge quasi completamente il paese compresa la cantina, il magazzino, il bar e l’alberghetto. Nessun danno alle persone, ma tutto è perso. La popolazione è evacuata e questa volta ben diffcilmente potrà tornare. Il video è bellissimo ed è fatto prprio da un discendente del Montrond francese.

Il Viaggiatore Critico consiglia molto fortemente la visita a Cha das Caldeiras. Il luogo è stupendo, il paese non esiste più e questa stora è stata raccontata.

Isola di Fogo, Capo Verde. L’inizio di una storia complicata ed istruttiva.

Il vulcano di Fogo con le piccole viti. Di F H Mira attraverso Wikimedia Commons

Questa è una storia complessa ma molto, molto interessante.

Fogo è una bellissima isola di Capo Verde. E’ un solo enorme vulcano spuntato dall’Oceano. Al culmine vi è una immensa caldera di molti chilometri di diametro, parzialmene crollata. Il fondo della caldera è sui 2000  metri ed ospita un paesino di un migliaio di abitanti chiamato Cha das Caldeiras. Sul margine della caldera vi è un ulteriore, piu’ recente, maestoso cono vulcanico, chiamato Pico, che arriva a quasi 3000 metri.

Il luogo è assolutamente sensazionale. Il paesaggio vulcanico, nero e bruno; l’imponenza del Pico; l’assenza, in  molti luoghi, di ogni tipo di vegetazione; le colate che si intersecano e si sovrappongono; la grossolana, leggerissima e nera sabbia vulcanica che copre il terreno; questi son tutti sono elementi di assoluta meraviglia ed estranamiento. Da visitare con calma e raccoglimento.

A quell’altezza il clima permette la coltivazione, in certi angoli della caldera, di piante da frutto di tipo mediterraneo, compresa la vite, che da uve di grandissime qualità intrinseche. Tradizionalmente si è sempre prodotto un vino pessimo (il Manecon), ma già molti anni fa il Ministero degli Affari Esteri tedesco fornì tecnici e fondi per fare una cantina dove produrre del vino in un modo più tecnico.

Nel 1995 una forte eruzione distrusse alcune case e portò all’evacuazione totale della popolazione. La cantina venne inghiottita a metà dalla lava, restò il portico, a monito.

Il Governo di Capo Verde, molto saggiamente, costruì delle casette per gli sfollati, fuori dalla caldera e lì voleva farli rimanere. Ma loro, no, testardissimi, vollero tornare a Cha, una volta finita l’eruzione. E’ una popolazione un pò strana, che si è ritirata lassu’, in montagna, un centinaio di anni fa e che non si intende con il resto dell’isola. Si dicono discendenti di un conte francese, Montrond, spiaggiatosi a Fogo subito dopo la Comune di Parigi.

In questo irragionevole intestardimento ebbe il suo, modesto, ruolo anche una ONG di Firenze, il COSPE, che, negli anni, ha trovato non pochi fondi della cooperazione internazionale presso la Farnesina o Bruxelles. Una nuova cantina è stata fatta e ben equipaggiata, poi un magazzino. Si fece del bianco, del rosso, del rosè, del passito e della grappa. La cantina, sociale, ha assorbito, anno dopo anno, sempre più uva degli agricoltori che preferivano smettere di fare la loro ciofega (pur molto apprezzata dai capoverdiani doc) e consegnare alla cantina la loro produzione di uva. La tecnica era ancora imperfetta, ma, quando tutto andava bene, il rosso era di un livello di assoluta eccezione mondiale. Difficile invecchiarlo, i clienti se lo litigavano.

Le cose andavano molto bene, il livello di vita degli abitanti di Cha migliorava. E il numero degli abitanti aumentava e non per immigrazione: solo per generazione locale. Non c’era più bisogno di emigrare sulla costa dell’isola. Si poteva restare e fare altri figli.

Le cose andavano bene anche al COSPE. Di finanziamento in finanziamento il lavoro non mancava.

Questa è una storia che si prolunga, stop and go, per una ventina d’anni.

E sul modello toscano, al vino si associò il turismo, del resto già presente a Cha: non pochi i visitatori che salgono sul Pico. E’ una passeggiata impegnativa, ma non difficile ed i ragazzi di Cha facevano le guide, molestando, a volte ricambiati, le ragazze gitanti. Cha ospitava già un semplice alberghetto, ancora di un francese, e un buon numero di abitanti affittava delle misere stanze nelle loro catapecchie. Turismo d’avventura, disposto a tutto. Ma dei soldi entravano.

Il COSPE, quindi, costruisce un bar, che mancava, ed una casetta con 6 stanze per i turisti. Il tutto gestito dalla cooperativa degli agricoltori di Cha, la stessa che faceva il vino nella cantina. Un bell’esempio di turismo solidale, come si vuol dire!

E qua cominciano i problemi e la storia, così bella finora, gira male. Eccone il seguito.

[Brava] [Macaronesia]