Una strana bevanda amazzonica

Le ciotole per la chicha sono spesso bellissime.

La chicha di yucca è l’incubo dei viaggiatori nell’Amazzonia profonda in Ecuador. Quando si è saputo come viene preparata è difficile mandarla giù. Viene offerta ai viandanti che giungono nei villaggi della foresta e rifiutarla è un grave affronto, un segno di disprezzo nei confronti di chi la offre. Le conseguenze possono essere assai pesanti.

Del resto il viaggiatore è stanco e assetato dopo aver marciato a lungo nella foresta o aver remato sui fiumi. Arrivare in un villaggio, sedersi all’ombra di una tettoia di paglia, presentarsi e conversare con chi accoglie è un gran ristoro. La conversazione avviene con gli uomini, ma arriva rapidamente una donna anziana che distribuisce a ciascuno una ciotola di ceramica (ve ne sono di finissime) o ricavata da una zucca. Passa poi con un grosso recipiente di ceramica e versa nelle ciotole un liquido giallastro in cui navigano numerose fibre.  Gli astanti bevono soddisfatti rimovuendo dal labbro superiore le fibre che vi restano incollate. Quando la ciotola è vuota la vecchia la riempie di nuovo. Se, troppo presi dalla conservazione, si resta con la ciotola mezza piena, le fibre tendono ad andare a fondo e ciò non è gradevole. Quindi la vecchia accorre, infila le dita nella ciotola e gira il liquido riportando le fibre a navigare.

Ma questo smucinio di mano sporca non è niente rispetto alla preparazione della bevanda. La yucca (o manioca) è una radice largamente utilizzata in tutto il mondo tropicale. In Amazzonia, soprattutto ecuadoriana e colombiana, si usa anche per fare questa bevanda. Le radici vengono sbucciate e bollite, diventando abbastanza morbida. Le donne anziane del villaggio, ormai inadatte al lavoro nei campi o alla pesca nel fiume, le masticano pazientemente con quei pochi denti rimasti loro e le sputano in un grosso orcio. Si aggiunge dell’acqua e si mette vicino al fuoco. La poltiglia, arricchita dalla nutrita flora microbica apportata dalle signore, si riscalda leggermente e fermenta come qualsiasi liquido ricco di carboidrati. Dopo qualche gorno la chicha (pronuncia ciccia) è pronta e può essere consumata. E’ leggermente alcolica, deve arrivare ai 6 – 8 gradi, ad occhio, un pò frizzante e di gusto gradevole, molto dissetante. Se si aspetta ancora del tempo si ha il vinillo, più alcolico ma che diventa spesso acido.

Il fatto che le signore siano probabilmente tubercolotiche (le condizioni di vita nella foresta sono molto dure) attraversa la mente del bevitore guastando un pò il piacere della bevuta. Del resto non serve a niente affrettarsi a svuotare la ciotola per assolvere i doveri sociali e togliersi il pensiero. Una seconda ciotola sarà immediatamente servita e poi una terza, visto che la prima è stata così gradita.

Alla salute!!

Bella e dura la vita del ciclista in Sardegna

A Carbonia la pista ciclabile più fiorita d’Italia.

Cosa può sognare di meglio un cicloturista che strade solitarie serpeggianti per disabitati e variati paesaggi di aspra natura o di meravigliosa costa? Assolutamente niente e qua sta il fascino della Sardegna in bicicletta.

Ma tanta meraviglia, mille volte consigliabile, ha il suo prezzo. Abbastanza alto.

La Sardegna è terra nervosa. Pianure poche, salite e discese tantissime. Il dislivello accumulato a fine giornata, grazie a mille salitelle, richiede gambe sicure: un continuo saliscendi.

Fra Chia e Budello, estremo sud.

La Sardegna è terra poco abitata ed arida: ci possono essere 20, 30 ed anche più chilometri fra un paese ed un altro e non ci sono case sparse o fontanelle. Bisogna avere abbastanza acqua ed un pò di cibo con se.

Per gli stessi motivi la viabilità sarda non favorisce il ciclista. In molti casi vi sono strade deserte, in altri non vi è una viabilità alternativa alle grandi vie di scorrimento rapido. Il ciclista si troverà quindi obbligato a percorrere assi a 4 corsie con camion che lo sorpassano a forte velocità. Pericolosissimo.

Si sa, la Sardegna è luogo ventoso. Il maestrale è il più temibile, ma ce ne sono molti altri che soffiano da tutte le direzioni, ma principalmente che vengono proprio da dove voi andate.

Sughereta.

E’ ancor più noto che la Sardegna è terra di greggi e di pastori e di formaggio. Tutto bene, se non che insieme a questi tre elementi ve n’e’ un quarto: i tremendi cani pastori che quando passate in bicicletta vicino al gregge che pascola a bordo strada vi si avventano alla caviglia lato pecore. Inconveniente gravissimo che vi fa stare all’erta tutto il tempo osservando il paesaggio alla ricerca delle greggi, come se foste un lupo affamato.

Il simpatico cagnolino convinto che volete rubargli le pecore.

Sarà per tutti questi motivi, ma il cicloturismo non è molto diffuso in Sardegna. Quindi sarete guardati con una certa meraviglia; la notorietà dell’eroe isolano Aru fa sì che questa meraviglia sia spesso benevola, ma non mancano coloro i quali si divertiranno a prendervi per il culo.

La Sardegna è regione militarizzata. Mille sono le basi dell’esercito italiano che vi scorrazza come in terra di conquista: sono numerosi i mezzi militari che percorrono le strade dell’isola. Deve essere stato dato un ordine, da un qualche generalissimo, secondo il quale tali mezzi devono suonare il clacson come disperati alla vista di un ciclista. Nessuno osa infrangere l’ordine. Se vi supera una colonna, ne uscite sordi. Alcuni autisti, particolarmente ligi, suonano anche quando vengono dalla direzione opposta.

Il cicloturista in Sardegna deve quindi mettere in conto di ritrovarsi a fine giornata, con le gambe dure come fossero di legno di noce, senz’acqua ed in crisi di fame, sull’ennesima salita, controvento, con un cane rabbioso che punta alla caviglia, un camion militare che suona come se ci fosse l’allarme atomico ed un automobilista che ti sfreccia a 10 cm ridendo di te.

Ma, nonostante tutto ciò, vale la pena andarci e ritornarci.

 

Un curioso modo di andare in Sardegna

Vi è un terzo modo di andare in Sardegna, oltre l’aereo ed i massificanti enormi traghetti. Una nave cargo parte da Marina di Carrara, tre volte a settimana, per andare a Cagliari.

La nave è molto grande, trasporta containers e rimorchi di camion, senza motrice. Dei trattori caricano  e scaricano i rimorchi, che poi verranno recuperati dagli autisti con le loro motrici. Quindi gli autisti non viaggiano sulla nave.

E’ una di quelle navi con il ponte principale basso e verso la poppa un castello fatto da 4 o 5 piani, dove trovano posto la plamcia di comando, gli alloggi per l’equipaggio ed i vari altri locali.

La nave è assai recente, bella, pulita, efficiente. Essenziale, non certo da crociere. La proprietà è danese, la gestione marittima e gli ufficiali sono scozzesi, l’equipaggio bulgaro, la gestione commerciale genovese. Il viaggio dura 24 ore.

Vengono accettati passeggeri con o senza auto. Mi è stata data una bella cabina, individuale, comoda, pulita, gradevole, con vasto bagno privato. Nel prezzo sono compresi i tre pasti che si consumano nelle 24 ore. La sala da pranzo dei passeggeri è accanto a quella dell’equipaggio, il cibo è lo stesso, a buffet libero. Nella sala da pranzo c’e’ un frigorifero dove i passeggeri si possono servire di bevande o di spuntini a loro volontà, durante tutto il viaggio. Purtroppo a bordo è proibito ed inesistente ogni traccia di alcool.

Durante il viaggio non c’e’ molto da fare: il wifi è gratuito, ma la televisione ha solo canali inglesi o romeni o bulgari. Vasta cineteca nelle stesse lingue. Un salottino dove leggere, un tavolo da ping pong sul ponte, vasti ponti nudi dove prendere il sole.

Eravamo solo tre passeggeri: il camionista di un trasporto speciale, un passeggero con auto ed io in bicicletta.

Per prenotare bisogna mandare una mail all’armatore e concordare il giorno ed il prezzo.

Tutto molto “vecchia maniera” e molto più piacevole dei viaggi classici.

Comacchio

Una mezza giornata a Comacchio è cosa gradevolissima e proficua per l’animo, la mente ed il gusto. Il centro storico è piccolo, raccolto, calmo e sorprendente. E’ fatto di canali e ponti, come a Venezia e a Chioggia, ma è tutto più ampio, tranquillo, meno frequentato. Sembra un pò disabitato, quasi abbandonato. E’ tutto raccolto in poche decine di metri, che ho percorso più e più volte, incantato dall’atmosfera.

Il ponte iniziale, su tre diversi corsi d’acqua è famoso, geniale e curiosissimo; introduce alla città.

Vi è un interessante Museo della Nave Romana che espone il carico di una imbarcazione trovata vicino alla città, in attesa della fine del pluridecennale restauro della nave stessa. Dal Marzo 2017 questo museo è stato accorpato con quello sull’archeologia del Delta Padano.

Ravioli alle seppie. Sublimi.

E’ poi affascinante la grande laguna delle Valli di Comacchio, circondata da un parte da una strada asfaltata, ma dall’altra da una serie di strade bianche che è emozionante percorrere in bicicletta, in solitudine. I locali consigliano di farlo molto presto la mattina, quando la natura è ancora fresca. Qua morì Anita Garibaldi.

Ho mangiato in una trattoria consigliata dalla guida di Slow Food. Da Vasco e Giulia, dove ho cercato inutilmente di sposare la cuoca.

Caraibi

Le isole dei Caraibi sono molte e molto varie: i viaggi possibili sono numerosi.

C’e’ Cuba e c’e’ Santo Domingo, con i suoi abitanti e con i molti italiani che ci sono andati a vivere.

Ci sono le Antille francesi con la Martinica e la Guadalupa, con i suoi problemi di razzismo e con le difficoltà per il turista. Ma anche con la meravigliosa isola di Marie Galante e con il borgo di Grand’Riviere alla Martinica. Anche l’isola di Saint Martin è parzialmente francese, ma la sua visita è decisamente sconsigliata.

Vi sono le isole indipendenti di Dominica e qulle di Antigua e della interessantissima Barbuda.

Vi sono incredibili spiagge, ma anche altri aspetti di grande interesse, mentre le crociere sono nettamente sconsigliate.

Dove andare a Santo Domingo?

La casa di Colombo a Santo Domingo.

La storia e l’architettura coloniale del centro di Santo Domingo, le spiagge (ancora) selvagge del sud, i grandi resort dove si entra e non c’e’ più bisogno di uscire, i centri del turismo sessuale, i luoghi di elezione degli italiani, quelli dei canadesi o dei francesi, anche un pò di montagna.  Per quanto piccola la Repubblica Dominicana offre una grande quantità di mete turistiche, per tutti i gusti.

La tranquilla Samanà.

La punta occidentale dell’isola è largamente occupata dai grandi resort, alberghi, villaggi turistici: Bavaro, Punta Cana, Dominicus di Bayahibe, La Romana. Ci sono addirittura due aeroporti internazionali, quello di Punta Cana è attivissimo, l’altro è alla Romana. Il complesso di Casa de Campo, vicino a La Romana credo sia uno dei più grande del mondo, certo della regione. Al di fuori degli alberghi non c’e’ molto, salvo la visita alle spiagge dell’isola di Saona che si raggiunge in barca dal villaggio di Bayahibe dove non è raro vedere 50 pulman al giorno che sbarcano turisti da ogni dove.  Vacanze quindi senza rischi, ma molto massificate. Molto.

Continuando verso la capitale, Santo Domingo, vi e’ la zona di Boca Chica che è dominio assoluto degli italiani, alcuni dei quali non possono prorio tornare al paesello natale. La lingua ufficiale è l’italiano così come il cibo, i bar.

Kitesurf a Cabarete.

Il centro coloniale di Santo Domingo è bello e fa impressione pensare che da qui cominciò la sanguinosissima occupazione europea del Sud America. La zona coloniale della città è sicura (il resto della città molto meno), tranquilla, cara, turistica ma non troppo fastidiosamente. I numerosi monumenti sono ben mantenuti e visitabili.

All’estremo nord-occidentale vi è la penisola di Samanà che trova a Las Terrenas e a Las Galeras i luoghi di maggior equilibrio turistico di tutta l’isola. Bellissime spiagge, buoni livelli di ricettività, ma una relativa tranquillità. Piccoli alberghi più che grandi resort. Forte presenza francese, molti italiani del nord.

Alcune zone della costa nord come Sosua sono le tipiche mete del turismo sessuale, spesso della terza età. Altre zone come Cabarete sono più potabili, con piccola ricettività. Alta la presenza di canadesi e americani.

La spiaggia de los Patos, verso Pedernales: acqua dolce e mare.

Mi dicono che al centro dell’isola vi sono anche delle zone montane di clima fresco e di vigorosi ortaggi: Constanza. Mi dispiace di non esserci andato.

Ci sono infine due zone molto gradevoli, con delle coste ancora relativamente poco frequentate, belle spiagge ed un’atmosfera ancora non troppo contaminata dal turismo invadente. Sono entrambe verso la frontiera con Haiti: a nord Montecristi, caratteristico villaggione dalle belle case di legno con la selvaggissima spiaggia del Morro; al sud la tranquilla ed accogliente Pedernales con la fantastica spiaggia della Bahia de las Aguilas, ed ancor prima con la spiaggia de los Patos.

Buon viaggio.

Bahia de las Aguilas.

Tre spiagge

Tre spiagge che emozionano e che commuovono. Tre luoghi che meritano un viaggio e la cui bellezza stordisce. le migliori tre spiagge del mio viaggio ai Caraibi.

  1. Bahia de las Aguilas, a una trentina di km da Pedernales, alla frontiera sud di Santo Domingo con Haiti. E’ all’interno di un parco nazionale, ci si arriva solo con un 4×4. Oppure con la barca (molto cara) o a piedi (3-4 km) dalla vicina Cueva de los Pescadores, altra spiaggia molto bella, dove si arriva in macchina. Qui si può dormire in due ristoranti che affittano tende con materassi gonfiabili. Abbastanza comodo, prezzi ragionevoli per mangiare e dormire. In alternativa si può arrivare da Pedernales con una moto taxi e fare l’ultimo pezzo a piedi. E’ certamente la più bella spiaggia che ho visto in vita mia. Poche persone ci arrivano. Nessuna struttura ricettiva.
  2. Anse Feuillard a Marie Galante, piccola isola dipendente dalla Guadalupa. Vi si arriva in macchina che si lascia ad una ventina di minuti a piedi dalla spiaggia. A pochissimi metri da riva vi sono delle roccie che ospitano pesci molto simpatici. Vi si può arrivare a piedi da Capesterre, ma ci vuole un paio d’ore. E’ abbastanza conosciuta e piccola, quindi vi si troveranno sempre alcune persone. Vi sono nudisti. Nessuna struttura ricettiva.
  3. La spiaggia di Two Foot Bay a Barbuda. E’ proprio alla fine della strada sterrata, ma abbastanza buona, pomposamente chiamata RTE 1 (è anche l’unica dell’isola). Alle spalle ha grotte dove si può anche dormire. Ci sono alberi sulla spiaggia. Quasi sempre deserta. Nessuna struttura ricettiva. La vista, arrivandoci, è sensazionale.  La più selvaggia delle tre.