Il Delta d’inverno

E sono di nuovo sulla bicicletta, cappello, guanti, numerosi strati di tute (compresi i mutandoni lunghi di lana del nonno), sugli argini, sulle strade, sui ponti di barche, sulle spiagge del Delta del Po. E ritrovo fortissime le emozioni di questa terracqua che non dovrebbe esistere. Pedalo con la pioggia, la nebbia, il vento, il freddo, la solitudine; questo posto che mi affascina senza fine.

D’inverno i campi sono lavorati in attesa del mais o del riso; il grano e i foraggi cercano di spuntare come possono. Le enormi distese sono intrise d’acqua che affiora spesso in pozze fra il fango. La nebbiolina sfuma l’orizzonte, i lontani filari di alberi sono fantasmi; innumerevoli pennuti di svariati generi, specie e piumaggi si aggirano rimpiangendo di non aver migrato sul Nilo.

Le vecchie case sparse nei campi, lontane le une dalle altre sono perlopiù abbandonate, in cattivo stato, erose dall’umidità, dalla muffa che le annerisce, dalle rampicanti che le scalano. Quelle abitate cercano di nascondere sotto una pittura di vivaci colori la disperazione di una colonizzazione agricola che non e’ mai riuscita a rendere ospitale questa zona. Pur vicinissima a Padova, Venezia o Ravenna, resta una specie di terra di nessuno da cui andarsene e dove non andare. Devo essere l’unico turista di tutto il Delta, penso che si chiedano chi me lo ha fatto fare di venire, cosa ci troverò io e gli altri che sempre più numerosi vengono con la stagione migliore.

Il ponte di barche di Gorino. Dall’Emilia si entra in Veneto: si paga e si prega.

Qualche paesino: Santa Giulia, San Rocco, Donzella, Cà Mello, Boccasette, Polesine Camerini e molti altri sono fatti da alcuni grandi edifici agricoli delle vecchie fattorie padronali e da casette di quella triste architettura democristiana che voleva dare una casa ai contadini, come in Maremma, come nell’agro pontino. Case spesso chiuse, in vendita, sbiadite. Un bar scoraggiato come unica forma di vita; forse una bottega. I paesi più grandi: Scardovari, Cà Tiepolo, Goro, Gorino in Emilia dove la pesca e l’allevamento delle vongole portano eccellenti guadagni che non riescono a migliorarli. A rendere gli abitanti orgogliosi di abitarvi. Tristezza, spaesamento, umidità, ignoranza, razzismo, separazione.

Eppoi c’e’ l’argine, immanente e sempre vicino che ti separa dall’acqua, più alta della terra  che resta tale solo grazie all’incessante opera di decine di idrovore.

Quando sali sull’argine la terra sparisce, la dimentichi ed esiste solo quel mondo fatto di fiume, canali, palude, canne, vegetazione palustre, lembi di fango, spiaggie. E la solitudine della campagna si moltiplica per cento in questo mondo di impossibile accesso a piedi e di difficile percorribilità in barca. Una strada asfaltata fa il giro, per una quindicina di km, della Sacca di Scardovari con le sue coltivazioni di vongole e le baracche su palafitte dei pescatori. Dopo le 10 di mattina non c’e’ più nessuno ed il ciclista può compiere l’intero giro senza incorciare una macchina, una persona. Il grigio piatto dell’acqua si confonde con il grigio del cielo, l’orizzonte non esiste; spuntano alte sull’acqua solo le garitte dei guardiani armati che vegliano contro i furti delle vongole.

Sono andato sulla spiaggia di Barricata, ho fatto un fuoco ed ho arrostito delle salsicce bruciando legni spiaggiati e arrotondati dalla risacca. Boe sfuggite alle proprie ancore, pezzi di reti, scatole per il pesce, tronchi, canne, la sabbia fine del delta, l’acqua torbida.

Si fanno decine di chilometri in bicicletta senza vedere nessuno, fermandosi in un bar a bere un vino frizzante alla spina, chiaccherando con l’uomo del pedaggio del ponte di barche che durante l’inverno non arriva a riscuotere quel che prende di stipendio. Innumerovoli cadaveri rinsecchiti delle nutrie che si fanno schiacciare dalle poche macchine che passano.

Delta strano, fuori dal mondo, strappato a caro prezzo e senza vera necessità al mare ed alle paludi a cui, credo, finirà per tornare se daremo ascolto al corso della Natura.

Il lato oscuro di Sao Tomè

La villa padronale di una azienda del cacao, as roças.

Ma l’isola di Sao Tomè non è solo un gradevole e piccolissimo paese perso nell’Atlantico equatoriale. Dietro vi è una storia piena di dolore, che è bene che il turista sappia.

Quando i portoghesi vi arrivarono l’isola era deserta; gli africani non hanno mai avuto un gran spirito marinaresco. Per qualche decennio non successe molto: ci mandarono solo un pò di ebrei che scomodavano in patria. Tanto che delle famiglie ebree sono ancora presenti nel paese e lo era anche, per parte di madre, il presidente Fradique, quello che barattava frittura mista per cacao.

Prima della metà del ‘500, la cosa si mosse rapidamente. Sao Tomè divenne produttrice di canna da zucchero, il quale era, a quei tempi, in Europa, merce ricchissima, che entrava in tutti i piatti, anche in quelli che per noi, ora, sono salati. In mancanza di popolazione autoctona i lavoratori della canna erano schiavi africani. Ma fu anche base navale per i commerci che dalle colonie dell’Angola e poi del Mozambico andavano in Portogallo. Ed infine era un porto sicuro per i traffici negrieri verso il Brasile.

Il delizioso edifico del vecchio aeroporto, nel tipico stile portoghese dei tempi di Salazar.

Lo zucchero venne a deperire a causa dell’inarrestabile concorrenza del Sud America e vi fu una stasi. Ma poi subentrò la sfrenata corsa al cafè e al cacao che ricoprì ogni angolo adatto dell’isola suddivisa in quei mini-stati che erano diventate le grandi fattorie coloniali, chiamate as roças. Organizzazione capillare del territorio, degli uomini, delle costruzioni; tutto per il cacao del quale Sao Tomè divenne uno dei primi produttori mondiali. A forza di schiavi. Questi venivano dalla Nigeria, poi dal Congo, dall’Angola; meno dal dirimpettaio Gabon i cui popoli avevano fama di essere di pessimo carattere e di scarsa propensione al lavoro. Ma dal Gabon veniva del cibo perchè a Sao Tomè tutta la terra era dedicata al cacao e non era spazio per coltivare il riso o le banane.

Molti uomini e poche donne bianchi; le africane schiave e concubine dei portoghesi venivano liberate; lo stesso accadde ai primi schiavi arrivati sull’isola (os forros) in quanto si vollero apparentare, in qualche modo, ai primi coloni . Si formò quindi una sorta di società fortemente meticciata di uomini e donne libere che fecero da cinghia di trasmissione fra i proprietari terrieri, i commercianti, gli artigiani e gli amministratori portoghesi e la grande massa degli schiavi agricoli o domestci. Dei kapò, in altre parole.

Alcuni schiavi riuscivano a fuggire ed a sopravvivere nell’inferno verde delle zone più montagnose dell’isola, nonostante che i capataz mettessero in giro delle storie terrificanti su dei serpenti enormi che avrebbero abitato quelle zone. Divennero un gruppo etnico e linguistico ancora esistente che si chiama Os Angolares.

Nel 1875 finì la schiavitù nelle colonie portoghesi, ma a Sao Tomè non se ne accorse nessuno. Non vi era altro lavoro che quello agricolo, tutta la terra fertile era in mano alle aziende del cacao, i loro proprietari facevano evidentmente cartello. Che altro poteva fare uno schiavo se non continuare ad esserlo?

La produzione del cacao continuava a crescere e as roças avevano bisogno di ancor più manodopera. Venivano importati lavoratori dall’Angola e dal Mozambico con contratti capestro che finivano per assomigliare di molto alla stessa schiavitù. Delle ribellioni finivano con centinaia di morti fra i rivoltosi; l’ultima, tremenda, nel 1953. Gli inglesi, con infinito cinismo, organizzarono un boicottaggio al cacao di Sao Tomè in quanto prodotto da lavoratori in condizioni servili; in questo contesto è calato il romanzo Equatore di Tavares che tanto successo ebbe qualche anno fa e che tanti turisti portò a Sao Tomè. In realtà gli inglesi non facevano altro che tentare di diminuire la concorrenza che quel cacao faceva al proprio.

Edifici coloniali nel centro della capitale.

Per aumentare ulteriormente la pressione sui lavoratori i portoghesi importarono dei sorveglianti da Capo Verde. Erano meticci, razzisti e spietati; l’odio fra le due comunità fu feroce e quando la parte nera della popolazione prese il potere (socialista) al momento dell’indipendenza nel 1975, i capoverdiani rimasti se la videro bruttissima e vissero per anni in condizioni pietose.

Non va infine dimenticato che la colonizzazione portoghese fu caratterizzata da due elementi: da una parte una grande propensione al meticciamento ed alla convivenza fra coloni portoghesi e popolazioni africane, quando invece francesi ed inglesi mettevano rigide distanze. Ma dall’altra parte vi era una durezza, una crudeltà, una scelleratezza senza pari; sadismo, direi, esercizio patologico del potere.

Insomma, Sao Tomè è terra d’Africa, ma dove gli africani sono altrettanto stranieri di quanto lo furono i coloni portoghesi. Ma questi se ne sono andati. Invece gli africani ci son rimasti creando un paese ed una cultura propria, frutto di un profondo meticciamento fra elementi portoghesi, a cominciare dalla lingua, la religione (e, curiosamente, la pasticceria) ed elementi delle diverse origini africane degli schiavi e dei lavoratori importati.  E’ successo a Sao Tomè, in piccolissimo, quel che è successo, in grandissimo, in America Latina: la creazione di nuove culture. Per questo Sao Tomè è così interessante.

Nonostante le infinite sofferenze provate, gli abitanti di Sao Tomè sono calmi, ragionevoli e gentili. Ma il turista deve sapere quel che quella terra ha visto, anche se oggi appare un oasi di pace e di tranquillità.

Isole isolate, Sao Tomè e Principe

Il centro coloniale di Sao Tomè.

Paese minuscolo, perso, sconosciuto agli italiani. Con una triste storia dietro, un presente difficile ed un futuro molto incerto. Ma affascinante e consigliatissimo per un viaggio veramente non ovvio. Sensazioni molto piacevoli.

Si tratta dell’isola di Sao Tomè e di quella di Principe che, insime compongono l’omonima Repubblica indipendente e sovrana. Sta sull’Equatore, nell’Atlantico, a qualche centinaio di chilomentro dalle coste africane. Vi si parla il portoghese (fu colonia portoghese) ed un pò di francese (il paese più vicino è il francofono Gabon).

La natura è sorprendente: Sao Tomè è abbastanza più piccola del comune di Roma; è rotondeggiante e se si percorre la strada che ne fa il giro si resterà stupiti. A seconda del lato dell’isola e quindi delle piogge, la vegetazione passerà da rigogliosamente equatoriale a siccitosa con mini savane. Le coste sono spesso aspre, scoscese, nere, ma con deliziose baie che ospitano spiagge di ciottoli grigi od addirittura di sabbia bionda.

Dalla foresta spunta un Cao, curiosi pinnacoli di roccia alti decine di metri.

E’ un’isola ritta ed una montagna di oltre duemila metri la domina; nelle parti alte le piogge sono frequentissime e la vegetazione è intensa, verdissima, gocciolante di umidità, emozionante, fra cascatelle e dirupi. Un angolo dell’isola è così impervio che non è stato possibile completare (con le poche risorse disponibili nel paese) l’anello della litoranea. Anche i sentieri son pochi. Molti e particolari gli uccelli, mi dicono.

Curiosissimi sono i Cao: guglie di roccia vulcanica che si innalzano dal suolo; il più alto misura 300 verticali e lisci metri e fu scalato per la prima volta anni fa da un gruppo di alpinisti italiani.

La spiagga “Praia Banana” a Principe.

Ma non solo natura. Anche la capitale si chiama Sao Tomè ed ha un minuscolo ma gradevolissimo centro coloniale che riporta al Portogallo, alle Azzorre, a quel modo così tipico che avevano i portoghesi di costruire nelle colonie. Ed ancora più interessanti le residenze e i centri aziendali delle numerose grandi fattorie coloniali specializzate nella produzione di cacao. I coloni portoghesi vi ricreavano frammenti del loro paese. Costruite fra fine ‘800 e inizi’900 sono pezzi di Europa meridionale nella foresta equatoriale. Alcuni edifici sono in assoluto degrado, altri sono stati recuperati e stupiscono per la loro incongruità in quei luoghi. La cura dell’ambiente si spingeva a piantare chilometri di siepi ornamentali lungo le strade che atteraversano le fattorie, come fanno con le ortensie nell’isola di Flores nelle Azzorre.

La gente è tranquillissima, gentile ed estremamente calma; del resto è tutto così piccolo che la fretta non avrebbe senso. E sta soprattutto qui il fascino di Sao Tomè; di essere una specie di stato lillipuziano dove tutti si conoscono. Una piccola città di provincia che è diventata Stato, con le sue leggi, il Governo, le ambasciate, le forze armate, la dogana; ma tutto fatto in famiglia. Per fare un esempio: il Presidente più duraturo era un venditore ambulante  (in moto) di pesciolini da frittura che comprava ai pescatori e barattava con il cacao dei contadini, in montagna, per poi rivenderlo agli esportatori. Tutti lo conoscevano e venne eletto.

Atmosfere raccolte, intime, casalinghe; anche il turista si sente a casa propria, vien voglia di dare del tu a tutti.

Così finisce la strada che fa il giro (incompleto) dell’isola.

Non ci sono folle  di turisti a Sao Tomè; più frequentemente portoghesi soprattutto da quando venne pubblicato il romanzo Equatore ambientato a Sao Tomè e che ebbe un enorme successo; disponibile anche in italiano ne consiglio la lettura prima o durante il viaggio. Ci sono comunque un certo numero di sistemazioni di vario livello e prezzo, generalmente soddisfacenti. Non poteva mancare l’albergo di un italiano che vive là da decenni. Il modello più frequente di turismo consiste nel fare base fissa in un albergo e girare l’isola come si vuole, affittando una macchina o prendendo per la giornata i numerosi taxi disponibli. La macchina si affitta sul posto o attraverso l’hotel, non vi sono agenzie ufficiali. Il cibo è semplice e buono, i prezzi non modestissimi, visto che tutto viene da lontano. Una settimana passerà con grande tranquillità. Volendo si può anche andare qualche giorno a Principe, dove non c’e’ veramente niente, salvo alcune spiagge clamorosamente belle.

Tutto molto bello, tranquillo, piacevole. Poi vi è il lato oscuro di Sao Tomè.

 

In Libano per la cucina

La foto è tratta da questo articolo dove se ne può sapere di più.

E’ come per il Vietnam. Anche del Libano ho mparlato assai male qui e qui, e non so proprio se avrò voglia di tornarci. Certo è che quando me ne sono andato non mi è dispiaciuto, cosa rarissima per me, successo poche volte.

Ma una cosa è meravigliosa in Libano e per lei da sola un viaggio è più che giustificato: la cucina.

Ma non tutta la cucina, che nei secondi piatti sovrabbonda la carne, spesso alla griglia e spesso un pò rinsecchita. E nemmeno per la gamma dei kebab, che pur vari e ben migliori di quelli che si trovano da noi, non mi hanno mai entusiasmato.

No, la meraviglia sta nei Mezze. Tipici di tutta l’area ex-ottomana raggiungono in Libano vette di assoluta purezza. Si tratta semplicemente di antipastini che vengono serviti all’inizio del pranzo. Dal momento che la vita dei Libanesi si svolge in seno ad una comunità, i pranzi o le cene vedono riunirsi un buon numero di persone. E’ quindi naturale che si portino in tavola un gran numero di piattini diversi da cui ognuno si ne serve una piccola quantità. Quindi si avranno molti assaggini in contemporanea.

Vi può essere una certa affinità con las tapas spagnole, ma queste sono minori in quantità, individuali, più soggette all’estro del ristoratore  e vengono mangiate per lo più in piedi.

Ogni mezza è servita nella quantità di una porzione individuale o poco meno; nel caso in cui il  numero dei commensali sia basso è quindi necessario diminuire il numero delle mezze che non potrebbero essere consumate se non in piccola parte. I turisti hanno quindi alcune difficoltà ad apprezzare nel suo insieme il piacere della varietà di questi antipasti.

Per chi non ha divieti religiosi le mezze sono accompagnate dall’arak, sorta di liquore all’anice tipo il pastis francese; io non amo molto questo accostamento.

Questi piattini sono diversissimi fra di loro: verdure fresche o conservate; patè di ceci, di fave, di melanzane, di formaggio, di pomodoro piccante; foglie di vite ripiene; polpette di carne e di verdure al sugo, arrostite o fritte; insalate a base di pomodori, prezzemolo, cipolla, menta, pane croccante; melanzanine ripiene sott’olio; fegatini di pollo o fegato di vitello al tegame; insalata di polpo. E si può continuare: si contano oltre 40 tipi diversi. Naturalmente ogni luogo ha le sue specialità.

Il taboulè, insalata di prezzemolo pomodoro e cipolla.

Per i ristoranti è una gara offrire mezze tipiche della casa o in grande varietà. E’ il cliente che decide quali mezze ordinare; non credo esista il concetto di antipasto misto come da noi, dove è il ristoratore che fa una sua scelta.

La coltura dell’antipasto è così radicata che nei buoni ristoranti ti portano la prima mezza insieme al menù; non la hai ordinata, non la paghi e consiste spesso in verdure crude da sgranocchiare (rapanelli, lattuga croccante, sottaceti) mentre si attende di fare l’ordine e poi di ricevere i piatti.

La varietà di questi antipasti riporta il turista sia alla sontuosità dei banchetti ottomani per l’elaborazione di certi piatti; sia alla semplicità dei pranzi estivi contadini per la freschezza e la naturalità di certi altri. E’ comunque una festa.

Dopo si può saltare il secondo ed andare direttamente ai dolci dove si apre il Paradiso.

Come distruggere un paese

Alcuni palazzi sono di architetti di fama mondiale e di grande bellezza.

I Libanesi sono commercianti da quando erano Fenici e battevano tutto il Mediterraneo trafficando e stabilendo basi. Hanno continuato a farlo fino ai giorni nostri impiantando comunità in America Latina fin da fine ‘800 e poi in America del Nord, in Africa, in Francia. Questo fenomeno si è particolarmente intensificato durante la guerra civile fra il ’75 ed il ’90 quando molti giovani raggiungevano le loro famiglie all’estero per trovare un’alternativa alla carneficina in patria. Pur rimanendo fortemente attaccati alla loro comunità di origine ed al loro sfortunato paese.

I metodi commerciali, economici, finanziari e politici caratteristici dei libanesi formano una galleria degli orrori etici di straordinaria vastità. Grazie a questi metodi molti emigrati hanno riunito capitali anche importanti. Inoltre Beirut è sempre stata una piazza finanziaria di prima grandezza con un livello di trasparenza pari a quello del Mar Nero. Quindi i soldi abbondano.

Una volta finita la guerra e fino ad oggi, molti dei libanesi anche modestamente arrichitisi all’estero, hanno deciso di investire una parte dei loro capitali a casa. Allo stesso momento la pace ha dato il via alla ricostruzione di un paese e soprattutto della capitale Beirut che erano usciti dalla guerra in ben pietoso stato (“il centro era un deserto polveroso” cit.).

Questi due fatti, concomitanti, hanno portato alla distruzione del Libano, una delle principali culle della civiltà mediterranea. Così, semplicemente, si sono fottuti un paese.

I Souks di Beirut hanno ripreso il disegno tradizionale, ma sono vuoti, grandi e tristi.

Il centro della città è stato completamente ricostruito; degli storici mercati non vi è rimasto che il nome: Souks di Beirut. Dove prima c’erano i tipici fondaci coperti mediorientali ora vi è una sorta di centro commerciale di gran livello dove si è mantenuto un disegno che può ricordare l’antico mercato, ma che di questo ha completamente perduto la vita, l’atmosfera, la funzione. Si è passati da un luogo dove la vita si aggrovigliava ad un deserto umano e culturale, totalmente asettico. Nei dintorni sono stati ricostruiti quartieri interi, commerciali e residenziali; destinati alla classe più alta ed allo shopping delle mogli degli sceicchi arabi o a ristoranti di lusso. Son quartieri anche belli, ma perfettamente insulsi. In tutta la zona la sicurezza regna sovrana: militari dell’esercito e dei corpi privati ad ogni angolo, numerosi agenti in borghese che scrutano i passanti, barriere ovunque.

Altrove è anche peggio. In Libano le montagne si gettano quasi in mare creando un bellissimo paesaggio. Queste pendici sono state sommerse da rutilanti condomini che le ricoprono completamente per decine di chilometri, lungo la costa. Somiglia molto a Genova, ma di lusso e di enorme estensione. Scintilla il vetro-cemento sotto il sole mediterraneo.

La stessa cosa avviene nella spettacolare Valle Santa nel cuore della zona maronita, alle spalle di Tripoli, verso nord. I numerosi villaggetti ricchi delle bellissime casa tipiche di biondo calcare sono stati soggiogati da una marea montante di villozze pretenziose e spesso cafoncelle. Il desiderio di apparire ricchi è superiore al rispetto del paesaggio e della storia (ed anche delle proprie finanze, mi dicono, in quanto alcuni le fanno indebitandosi assai). E quindi i margini superiori del grande canyon sulle cui pareti si incrostano monasteri centenari sono deturpati da tante costruzioni. Che sono poi materialmente fatte dai rifugiati siriani che lavorano molto e prendono poco.

Povera cara vecchia villa tradizionale. Sul lungomare di Beirut.

Va da se che il rispetto per l’ambiente è cosa sconosciuta; degli stessi famosi cedri del Libano non ne è rimasto che qualche ciuffo isolatissimo. Quindi le campagne e le montagne libanesi sembrano essere un vasto cantiere dove si costruisce incessantemente a spese di una natura ormai sostiutita dai rifiuti dell’umana vita. Le spiagge sono cumuli di immondizia. Abbastanza desolante.

Si è stupiti dal fatto che il Libano sia grande come l’Abruzzo, abbia la stessa popolazione del Veneto e il PIL procapite della Bulgaria, ma che abbia un patrimonio immobiliare incredibilmente vasto. Come si spiega? Molte case sono abitate solo durante le vacanze che gli emigrati trascorrono in patria; quelle lussuose sono affittate al gran numero di turisti arabi (sauditi, del Golfo, giordani) che amano passare le loro vacanze in un luogo più libero di casa loro; molte proprietà fanno semplicemente status ed altre sono puro riciclaggio.

Ma di tutto ciò quel che interessa al turista e che molto del bello che nel Libano c’era, è ormai finito sotto il cemento.

I dolori del Libano

Insegna bilingue in arabo ed in armeno nel quartiere di Borj Hammoud che accolse i sopravvissuti armeni dal loro genocidio, sotto protezione francese.

Dopo aver osservato per anni quel che di nefasto i libanesi fanno in Africa, son voluto andare a vederli a casa propria. Ne son rimasto molto impressionato. Un viaggio  breve, nel quale non sono stato affatto bene, ma che mi ha sollevato ondate di interesse e smania di volerne saper di più. Ma in Libano la conoscenza è difficile e porta dolore.

Da un lato si è sbalorditi dal numero, dalla complessità, dalle sfaccettature della miriade di comunità diverse che compongono quel piccolo paese. Se mi pareva complesso il mondo dei Balcani, qui è mille volte più articolato. Tutti parlano l’arabo, si diversificano piuttosto per religione od origine. Nel centro di Beirut nel raggio di trecento metri ci sono quattro centri religiosi: la principale moschea sunnita e le cattedrali cattolica maronita, cattolica greca, ortodossa greca. Poco oltre quella cattolica armena. Poi ci sono gli Sciiti, i Drusi, gli Armeni ortodossi, gli Alauiti e gli Ismaeliti, qualche resto di Ebrei. Numerosi i rifugiati storici Palestinesi ed ora la grande massa dei rifugiati siriani. Ed ogni gruppo (eccetto l’ultimo) ha la sua zona, il suo quartiere di influenza se non di predominio, la sua cultura, la sua visione delle cose, spesso in conflitto con quella di uno o più degli altri gruppi.

Dalla porta della Cattedrale cattolica Maronita ci si affaccia sulla confinante Moschea, la più grande del paese.

Ma quella che potrebbe sembrare una enorme ricchezza culturale è invece una maledizione. Perchè anche il semplice turista si rende conto di nuotare in un mare di odio. Quell’odio sotterraneo che non si manifesta platealmente in scatti di razzismo, ma che erode la convivenza.

Bisogna riconoscere all’Impero Ottomano il merito di aver tollerato tante comunità e di aver permesso loro di attraversare i secoli. Nello stesso momento i cristiani di Europa si applicavano a sterminare ogni tipo di diversità dal potere dominante, cattolico o protestante che fosse.

Ma quelli in Libano non furono secoli di pace, bensì percorsi da lotte, guerre, tradimenti, voltafacce, sangue. A volte a favore di un gruppo, a volte a favore di un altro. E le comunità si abituarono a sopravvivere nelle difficoltà, a dissimulare, ad ondeggiare nelle tempeste piegandosi ad ogni compromesso. Cercando accordi di divisione del potere come quello che vige attualmente che vede un cristiano come Presidente della Repubblica; un sunnita a Presidente del Governo; uno sciita Presidente della Camera. Il manuale Cencelli delle religioni.

Quando non ci si combatte con le armi lo si fa con i simboli. Ci si rifugia nella propria comunità sventolando la minigonna o il velo, non perchè piaccia, ma per disprezzare chi ha il velo o la minigonna. I margini di libertà delle persone sembrano essere scarsi. Ed il turista questo lo avverte e se ne duole. E parlando con la gente il discorso finisce immancabilmente nella maldicenza rancorosa nei confronti del gruppo che è il nemico del momento.

I minareti della stessa Moschea sembrano spuntare dalla Cattedrale Greco Ortodossa.

Il turista cercherà, con attenzione e difficoltà, di assegnare le persone che incrocia o i luoghi che frequenta, a questo o a quel gruppo (una donna con i capelli liberi sarà cristiana o sunnita moderna? in quel bar si serve o no birra? quella ragazza con l’impermiabilone ai polpacci sarà sunnita stretta o sciita?); oppure cercherà di capire se è capitato in uno di quei luoghi “comuni” dove i gruppi si devono mescolare per le esigenze della vita moderna. Io ho cercato di farlo, riuscendoci, forse, in un numero limitato di casi. Altri, più esperti e perspicaci avrebbero fatto meglio. E’ certo escluso poterlo chiedere direttamente alle persone, sarebbe oltremodo sgarbato. Ma questa ricerca mi ha procurato dolore a causa della crescente consapevolozza delle infinite fratture che attraversano quella società. Dei rancori incrostati e della diffidenza che ammorba l’aria, nonostante il discorso ufficiale del “siamo tutti libanesi” o il ritrovarsi intorno alla meravigliosa cucina.

La diversità non quindi come segno di vitalità quale l’ho vissuta in Macedonia, ma come permanenza di un conflitto infinito. Per non parlare delle diversitè economiche che attraversano ogni gruppo, dove più, dove meno; in un paese nel quale il termine di giustizia sociale deve esser cercato nel vocabolario, tanto è assente nella realtà.

Perchè poi, da questo calderone ribollente, le persone non ne escono fuori migliori, anzi. Ed il turista si troverà quindi a che fare con sotterfugi, menzognette, depistamenti, strategie macchiavelliche e con la falsa cortesia di chi ti si fa amico per meglio fregarti.

E tutto ciò torna con quanto avevo notato fra i numerosissimi libanesi incontrati durante anni ed anni in Africa. Abilissimi commercianti, ma rotti immancabilmente ad ogni forma di corruzione e di percorso obliquo per piegare il mondo ai propri interessi. Come fan molti, dirà qualcuno; vero, ma non così sempre e così tanto. Una mentalità pronta a vendere tutto, foss’anche il proprio paese, se ne vale la pena.

Un mondo dove la capacità di sopravvivere dei gruppi e dei singoli è arrivata a vertici di eccellenza assoluti, ma a dei costi umani ed etici insopportabili. E ciò può incantare l’antropologo, ma sfibra il turista. Non so se avrò voglia di tornare in Libano.

Il Paradiso ha un indirizzo

La Porta del Paradiso

Il Paradiso esiste e si trova in Libano, nel nord, nella città di Tripoli. Ai margini del centro vi è la sede prinicipale e storica della pasticceria Rafaat Hallab dal 1881. (Altri sedi in altre città, si può acquistare anche on-line.)

E’ un palazzetto di stile eclettico – orientale che ospita un paio di belle sale, una di stile moderno, l’altra di eleganza borghese un pò stantia. Il personale è numeroso, impeccabile, gentile, efficente, rapido, attento. Si entra e si trova sulla destra il banco frigorifero dei gelati con accanto il bancone della pasticceria di tipo occidenale.

Al centro un bancone dove si ricevono gli ordini e si consegnano i pacchetti da portare via. Dietro ai commessi il vero e proprio bancone della pasticceria orientale. Le persone oridnano i pasticcini con il loro nome; ma allo straniero che non li conosce si permette volentieri di aggirare il bancone delle consegne e di avvicinarsi al banco delle paste per poterle indicare con il dito.

Per questi si può uccidere.

Al primo momento si resta un pò delusi perchè la varieta non è enorme come in altre pasticcerie. Da un lato vi sono le paste tipo baklava, dall’altro gli ampi vassoi della produzione tipica della casa, frutto di oltre un secolo di esperienza e di segreti procedimenti. Si chiede qualche pezzo oppure, più facilmente, ti propongono direttamente un mix a loro scelta e ci si siede.

Dopo qualche minuto arriva il piattino con i pezzi scelti; le dimensioni sono intermedie fra le paste ed i pasticcini, la forma è molto varia: triangolare, a semiluna, a palla, quadrati, anche una massa molto densa che si allarga sul piatto. Spesso a due o tre strati, colori caldi con presenza del verde del pistacchio. Alcuni sono infatti cosparsi di polvere di questo frutto. Un bricchetto di sciroppo di zucchero accompagna il piatto. I pasticcini sono tiepidi.

Li mangiate e capite che la vostra vita non è stata inutile. Mai mangiato niente di meglio in vita mia, stupenda la cucina libanese.