L’inutile Antigua

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Stucchevoli e ripetitive villette di Antigua, Ve ne sono migliaia.

Ogni isola dei Caraibi ha la sua storia, il suo volto. Il destino ha voluto fare di Antigua (un po’ più grande dell’Elba, stato autonomo insieme alla vicina e intatta Barbuda) un immenso insediamento di ville per inglesi ed americani. Pur circondata da spiagge meravigliose, è priva di ogni interesse.

Non è cosi’ intasata come Saint Martin, disponendo di molto più spazio e non è nemmeno così votata ai piaceri notturni. E’ certamente molto più calma e vivibile; ha anche un minimo di contenuti culturali grazie alla storica presenza di una importante base navale inglese.

Molti immigrati: i bianchi stanno nelle ville, i caraibici, immigrati dalle altre isole le puliscono, le mantengono, ne fanno di nuove. Molte villette, stucchevoli e ripetitive. Ma anche tanti appartamenti ed appartamentini in piccoli condomini. Quindi anche centri commerciali, supermercati, una pletora di venditori di materiali e di servizi per l’edilizia. Non capisco cosa ci trovino ad averne una e a passarci qualche mese o settimana l’anno.

Fa parte di quelle isole di alta gamma, quasi come Anguilla o Saint Barthelemy, dove i prezzi sono molti alti.

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Parcheggi in doppia fila.

Ad Antigua, poi, trova pieno sfogo la frenesia delle crociere; il porto di St. John’s e’ attrezzato per ospitare fino a tre grandi navi in contemporanea. Un flusso di turistame ne esonda invadendo le poche strade del vecchio quartiere del porto trasformate in centro commerciale di triste paccottiglia.

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Croceristi alla ricerca di come passare due ore, prima di tornare a bordo per il pranzo.

Insomma un posto del tutto inutile, buono solo a passarci per andare a Barbuda.

 

​Turismo pionieristico a Barbuda

img_20170226_113424.jpgSono andato avanti a pane e sardine in scatola, mi aggiravo su una bicicletta scassata, sgonfia, senza luci;  ho pedalato nel nero assoluto dei black-out,  ho pagato a peso d’oro l’acqua da bere, ho lottato per non farmi spennare dal padron di casa oltre i limiti dignitosi.

Ma ho visto delle spiagge che mi hanno commosso profondamente fino ad avere delle vertigini; ho sfiorato la sindrome di Stendhal. Sono mesi che vagolo per spiagge stupende, ma queste sono riuscite ancora a colpirmi.

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La boscaglia cespugliosa che ricopre Barbuda.

Eppure Barbuda è un’isola brutta: due terzi dell’Elba, ma con molte acque interne, quindi ancora più piccola. E’ piatta e sassosa, coperta da impenetrabile boscaglia spinosa. Abitata da sole 1.500 persone tutte concentrate in un brutto villaggione di casette sparpagliate ed asini bradi.

Un paio di botteghe, quattro chiese di sette diverse. Una trentina di km di strada malmessa e nessuna attività economica, salvo due resort di estremo lusso dove si arriva in elicottero. Molti vecchi e bambini, vivono tutti di emigrazione e di rimesse. Gli abitanti sono così pochi e così is0lati che si parlano gli uni con gli altri come succede fra congiunti: con totale familiarità, con la sbrigatività della consuetudine, ma anche con quell’asprezza che anni ed anni di contrasti hanno cristallizzato.

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Si fa ancora il carbone di legna.

E’ incredibile come la vicina Antigua (con cui Barbuda forma uno Stato autonomo, come Dominica) sia sviluppata e frenetica e Barbuda sia abbandonata e in stato comatoso.

Già ai tempi della schiavitu’ doveva essere così: troppo arida per la canna da zucchero, ospito’ i campi che producevano il cibo per gli schiavi che producevano canna ad Antigua.  Deve aver ricevuto schiavi di seconda scelta e li’ son rimasti,  pezzo di Africa ai Caraibi,  come ad Haiti.

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Il paese, Codrington, è fatto di case sparse, spesso in lenta costruzione. Molti gli asini bradi.

Ci si arriva o con un catamarano da Antigua, 5 volte a settimana, o con un aeroplanino che atterra su una pista di erba. Vi sono alcune guest-house, spartane ma dignitose, con prezzi sbalorditivi. Non un ristorante, solo due o tre chioschi di cibo da strada: fish and chips, hamburger, le eterne cosce di pollo fritte. Chiedendo a destra e a sinistra si trova una macchina a noleggio, ma così cara che ho preferito una bicicletta, che comunque ho pagato al giorno come una macchina in Europa. Nessun trasporto pubblico, nessun taxi ufficiale. Frequenti black-out. Nessun straniero residente, il che deve essere un unico nelle isole dei Caraibi. Avevo prenotato la guest-house su Booking, all’arrivo volevano tre volte il prezzo pattuito; stessa cosa per la bicicletta.  Insomma, una fatica enorme, un turismo antico che pensavo non esistesse più.  A queste condizioni, evidentemente, i turisti sono rari, rarissimi e soprattuto vanno a Barbuda dalla mattina alla sera, con i tour organizzati da Antigua.

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Tenere acque.

Ma tutto ciò è enormemente interessante, eppoi ci sono quelle incredibili spiagge.

Bisogna andarci a Barbuda, ma subito perchè dicono che vogliono fare un aeroporto internazionale.

​L’isola di Marie Galante sfiora la perfezione

img_20170210_150638.jpgNumerose spiagge d’una bellezza commovente,  che non si riesce ad esprimere come si deve.  Quell’acqua cristallina,  contenta e sbarazzina. Quei riflessi ondivaghi dal colore celestiale.   Quella sabbia bianca che dispiace togliersi dai piedi.  Quelle palme che ombreggiano la spiaggia come fossero state piantate dall’Ufficio del Turismo. Quelle onde oceaniche che si infrangono lontano,  sulla barriera corallina,  ed arrivano a riva scodinzolando.

img_20170211_115203.jpgPiccolina (due terzi dell’Elba)  e rotondetta, l’isola di Marie Galante e’ francese e sta fra la Guadalupa e la Dominica,  nelle Antille,  ai Caraibi.

Ma non solo le spiagge.

L’interno e’ un altipiano vallonato agricolo e bucolico.  Vi si coltiva quasi esclusivamente la canna da zucchero,  soprattutto per farne del rum,  reputatissimo in Francia.  Prima schiavi,  poi lavoratori,  ora spesso piccoli proprietari,  la popolazione dell’isola vive in belle case sparse in campagna ed e’ attaccatissima alla img_20170209_162639.jpgtradizione.  Si vogliono ancora utilizzare i carri trainati dai buoi, si alleva del bestiame in modo antichissimo, si rifiuta il cadastro affidando la prova della proprietà alla memoria collettiva, si rifiutano con grande fermezza i tentativi di speculazione immobiliaria-turistica (che hanno distrutto Saint Martin).
Oltre la canna da zucchero, pochissime altre attività;  un po’ di turismo,  discreto e poco visibile: molte case in affitto, pochissimi alberghi di piccole dimensioni.

Tre borghi, sbiaditi dal sole e tramortiti da perenne siesta. Scalcinati come tanti borghi marinai nel Mediterraneo degli anni ’60.

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Le casette in campagna sono spesso colorate e graziose. In molti casi attendono i proprietari, emigrati in Francia e che vi ritorneranno ormai in pensione.

Quindi pochi abitanti, delinquenza quasi inesistente, traffico simbolico,  una grandissima calma, rapporti facili con le persone.  Una deliziosa situazione di serenità, pace,  familiarità’. Pare di aver vissuto da sempre su queste plaghe felici e di non volersene andar mai.

Questa isola merita,  da sola e di gran lunga,  un viaggio ai Caraibi.

Esiste un lato negativo (oltre al fatto che la sera non c’e’ niente da fare).  Come in tutte  le altre isole francesi manca completamente il sapore tropicale,  la musica,  la voglia di vivere,  la gente in strada,  la calda confusione delle notti, tipiche di questa parte di mondo.

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Resti di un molino a vento per macinare la canna da zucchero.

Il benessere,   il welfare,  l’emigrazione facile, gli infiniti aiuti agli individui,  alle famiglie,  alle attività agricole;  la pressione,  tipicamente francese e fortissima, contro ogni espressione culturale che non sia quella nazionale elaborata nei salotti parigini; tutto ciò ha fatto di questo popolo un insieme di piccoli e benestanti francesi.

Meglio cosi’ per loro,  certamente, ma insipido per il turista.

Il sogno dei Caraibi si infrange a Saint Martin 

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Bella spiaggia, ma milioni di metri cubi di turisti subito dietro.

Le spiagge di Saint Martin sono bellissime.  Sabbie chiare, mare smeraldo, palme ed alberi frondosi,  a volte aperte all’Oceano,  a volte riparate sul lato del mare dei Caraibi. Sono numerose e non vorremmo distaccarcene.

E bene avremmo fatto a non lasciarle perche’ alle loro spalle vi e’ un vero inferno. Una sola,  totale, squallida periferia da grande citta’ con magazzini,  depositi, casupole dei poveri immigrati,  strade polverose.  Oppure porti turistici, Casinò, discoteche, saloni da feste, locali da adulti, centri commerciali, ristoranti. La Las Vegas dei Caraibi.
Qua e la’ i complessi, chiusi con alti muri,  delle lussuose ville o dei condomini con vista mare o sulle Marine affollate da grosse barche.

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Una delle poche attrazioni di Philipsburg: il palazzo di giustuzia con un ananas sopra. By Asksxm – Own work, da wikicommons.

A partire dagli anni 60 una politica di progressiva liquefazione delle regole ha dopato l’economia: porto franco, detassazione,  deregulation.  Si installarono le attività tipiche del riciclaggio: casinò ed edilizia turistica soprattutto dalla parte olandese, la prima a liberalizzare. Sulla tradizione, peraltro, delle colonie olandesi dei Caraibi, nate nel ‘600 come basi commerciali. Ora come allora vi si fa mercimonio spietato di tutto, in uno sfrenato orgasmo liberistico.

In anni passati il boss locale era un certo Rosario Spadaro del clan dei Santapaola di Catania, giusto per dire.  Lo stesso Nitto Santapaola frequentava l’isola. Del resto la Colombia è vicina e sono molte le isole caraibiche profondamente implicate nel passaggio della coca verso Stati Uniti ed Europa.

In questo contesto sono state costruite migliaia di ville e di appartamenti in condomini di alto livello, creando lavoro nell’edilizia e nella successiva miriade di servizi che la clientela richiede. Lo stesso succede per l’indotto marittimo, con i porti turistici e le loro infinite barche, alcune molto importanti.

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L’assalto alle colline. By giggel, da wikicommons.

Si sono riversate, quindi, su Saint Martin decine di migliaia di lavoratori delle vicine isole caraibiche che hanno dovuto trovare alloggio ed i loro pochi servizi. Sono lavori spesso di bassa manovalanza, di servizio domestico, di semplice manutenzione. Gli stipendi sono bassi e le condizioni abitative di questi lavoratori sono modestissime. Sono tanti e i quartieri simil-bidonville hanno riempito l’isola. In questo contesto, evidentemente, la malavita prospera. Luoghi di riciclaggio, poteri anche corrotti (un governatore olandese fini’ in carcere), disinteresse per il bene pubblico, che cade letteralmente in rovina.

Saint Martin è soprattutto frequentaa per i piaceri notturni: vi sono molti Casinò, molti bar per la sera, un’infinità di locali per adulti. Il denaro scorre facilmente.

Si ha quindi un’isola in cui sono intimamente mescolate le zone di lusso con le loro muraglie, quartieri-ghetto e zone del divertimento notturno verso le quali sciamano, a sera, le prostitute. Il tutto in pochi chilometri quadri.

La viabilità è scarsa ed in pessimo stato. Su quei pochi chilometri si riversano le macchinone dei ricchi residenti, il traporto pubblico dei lavoratori, i mezzi di servizio, le auto noleggiate dai turisti di passaggio. E’ praticamente un solo ingorgo continuo che interessa l’isola da un capo all’altro. Un’ora per fare i 10 chilometri che separano le due capitali è la norma.

La sitauazione è infatti peggiorata dal fatto che ogni anno arrivano sull’isola un milione di turisti di breve durata ed un altro mezzo milione che sbarca dalle navi da crociera per poche ore, e che si riversano, immancabilmente sulla famosissima spiaggetta di Maho sorvolata a pochissimi metri di quota dagli aerei in atterraggio.

Finora sono state occupate le parti basse dell’isola; ma le lottizzazioni turistiche e gli slums operai stanno attaccando le colline, brulle e ripide. Si sta andando verso le favelas delle colline di Rio.

Insomma un’isola completamente invivibile, lontanissima dal mitico mondo caraibico, che si limita alle sue spiagge. Molto diversa dalle altre isole francesi delle Antille come Guadalupa e Martinica ed abissalmente lontana da Santo Domingo o Dominica. Un caso unico.

Un cantuccio incantato

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Una chiesa dall’aspetto nordico e il suo cimitero con le tombe dai cognomi da schiavi.

Nonostante tutto il male che ho detto della Guadalupa e della Martinica,  ho trovato assolutamente delizioso un angolo di quest’ultima isola .  Mi ha incantato e non ho voglia di andarmene.

Mi e’ gia successo altre volte: a Corvo,  a Kassos,  nel sud del Cile. Sono luoghi alla fine della strada,  di un isola,  del mondo.  Oltre non si puo’ andare e l’animo mio irrequieto vi trova pace.

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Un luogo umido.

Qua siamo a Grand’Riviere,  l’ultimo paese del nord della Martinica.  La strada, minima e tortuosissima vi arriva esausta e si spegne.  Solo scoscesi sentieri permettono di proseguire verso l’altro lato del vulcano.

Si stende su un minuscolo pianoro costruito dal fiume, stretto fra l’Oceano procelloso e le ripidissime pendici del vulcano ricoperto da una vegetazione sfacciata.

Il paese e’ francamente brutto,  composto da casette di muratura il cui intonaco e’ spesso annerito dall’umidita’ instancabile.  Vi piove, infatti, quotidianamente, ma brevemente.

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Da casa mia.

Una spiaggia di sabbia nerissima,  vulcanica,  una diga foranea enorme per poche barchette di pescatori.

Gli abitanti sono neri o mulatti scuri discendenti degli schiavi che lavoravano in una piantagione di canna di cui si vedono ancora i resti dei fabbricati. Non sono razzisti: il sindaco è il più nero di loro, invece di essere, come capita normalmente, il più bianco.

Sono deliziosi.  Mi hanno adottato,  unico turista che dorme nel villaggio.  Mi regalano il pesce appena pescato,  mi portano da mangiare gia’ fatto nell’appartamento che ho affittato, mi danno il loro pane quando l’unica bottega lo finisce,  mi offrono il rum.

img_20170131_120950.jpgPasso le giornate a nuotare nel porto,  a vedere i lavori per il suo dragaggio,  a parlare di filosofia con lo scemo del villaggio e di ricette con le vecchie. Polemizzo con la bottegaia su ogni argomento e mi arruffiano con i miei vicini sparlando dei francesi. Cammino sui ripidissimi sentieri alle spalle del paese dove trovo numerose capre.  Loro legate,  io liberissimo.

Nessuna attività economica, salvo pochissima pesca e tre modestissimi ristoranti per i turisti francesi che vi arrivano in giornata con le loro auto noleggiate e che subito ripartono. Degli orti su pendenze alpinistiche.

Il fine settimana tornano in paese i lavoratori e gli studenti.  Dal lunedi, torneremo alla nostra pace.  Fatta di niente,  fatta di vita.

Martinica, chi? 

Altra isola francese ai Caraibi,  prossima alla Guadalupa, la Martinica e’ un posto del tutto eccezionale. Sono infatti pochi,  al mondo,  i luoghi cosi’ privi di interesse.

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Navi da crociera e grattacieli nel porto di Fort de France.

Piu’ piccola della Guadalupa,  ma molto piu’ ricca, sviluppata e frenetica. Grandi zone industriali, autostrade,  svincoli, ingorghi, incidenti,  stress in quantita’. Misteriosi i motivi di tanta attivita’ economica.  Popolazione molto meticciata nei geni,  nella mentalita,  nei costumi rispetto alla Guadalupa,  quindi meno razzismo.

Assoluta mancanza del sapore tropicale. Invasione di pensionati francesi, ogni coppia nella sua villetta, in stile finto caraibico con la barchetta nel giardino.

Qualche spiaggia modesta,  paesi brutti,  gli stessi problemi di bassa qualita’ di vita della Guadalupa,  un vulcano che nel 1902 fece 26.000 morti, prezzi alti.

La piaga delle navi da crociera che sbarcano per poche ore torme di turistame famelico di attrazioni che non troveranno.

Nient’altro. Con una eccezione.

La tristezza della Guadalupa.  (Non andateci) 

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Foresta densissima alla Basse-Terre

Che consigliare?  Vale la pena di andare alla Guadalupa oppure no?
La risposta e’ chiara,  rotonda, netta: no.

Eppure i punti positivi sono numerosi: siamo in Europa, è una isola francese. Quindi le condizioni di vita, di sicurezza, sanitarie e sociali sono praticamente come nel resto d’Europa.  In altre parole si puo’ vivere alla Guadalupa come se si fosse all’isola d’Elba.

Ci sono poi delle bellissime spiagge ed una grande e verdissima montagna ricca di vegetazione tropicale che si puo’ anche percorrere a piedi.
Si mangia molto bene alla Guadalupa.  La cucina delle Antille e’ varia,  saporita, succolenta e gustosa.  Intingoli che si possono principalmente trovare nelle modeste trattorie frequentate dai locali, nei paesini; si beve dell’ottimo rum.

E si trovano anche degli spunti molto interessanti nella storia dell’isola, ricca di avvenimenti,  con la sua tragedia della schiavitu’ e con l’economia della canna da zucchero. E’ anche appassionante la mescola di popoli e di culture che affollano l’isola. Tutto cò merita l’osservazione del turista ed un approfondimento, se possibile.

Ebbene, nonostante tutto ciò, gli aspetti negativi prevalgono.

Se decidete di andare nel mondo tropicale e’ perche volete trovare un sapore esotico, anche se con alcune difficolta’.  Se vi dovete ritrovare nel traffico come a casa, con i supermercati ed i centri commerciali come a casa, con le regole, gli orari, lo stress e le nevrosi quasi come a casa, tanto vale andare veramente all’Elba o in Sardegna dove le spiagge non sono da meno. E tutto ciò dovendo combattere con dei prezzi ben superiori a quelli nostrani.

Inoltre.  Il fatto che sia Francia fa si che il turismo sia quasi esclusivamente domestico: questo vuol dire che la maggioranza dei turisti sono francesi che pur volendo l’esotico, scelgono quello di casa, per evitare ogni inconveniente . Si tratta quindi di un turismo assai pantofolaio e conservatore. Manca l’internazionalismo turistico e sovrabbonda il nazional-popolare, che ciò sia detto con tutta la simpatia.

Fra gli altri aspetti negativi della Guadalupa vi è il diffusissimo razzismo contro i bianchi che rende tesa l’aria e potenzialmente periglioso ogni rapporto con il popolo locale.

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La morte di una palma.

In piu’ mancano quei luoghi e quei momenti piacevoli che allietano i turisti abituati al mediterraneo. Difficilissimo, per non dire impossibile, recarsi in città e trovare un bel negozio (tutti emigrati nei centri commerciali), un bar accogliente, un ristorante non dozzinalissimo, un corso dove passeggiare.  Questo stato di cose potrebbe essere accettabile in un paese povero, come se ne trovano in questa regione. Ma è incomprensibile che ciò avvenga in Francia.

Insomma,  ci troviamo in un luogo di schiavi dove e’ arrivato il welfare.  Vi e’ un certo benessere con  diritti e servizi pubblici di buon livello. Ma i due secoli e mezzo trascorsi dall’abolizione della schiavitu’ non sono bastati a quella popolazione  per costruire uno stile di vita piacevole. I padroni bianchi vivevano molto bene, ma niente di quello stile è passato nè agli schiavi, nè ai discendenti attuali di quegli schiavi. La schiavitù è alla Guadalupa una maledizione che non cessa di produrre infelicità.

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La canna da zucchero, maledizione di generazioni di schiavi africani e benedizione di generazioni di padroni francesi.

Paradossalmente si può affermare che gli africani che sono rimasti nei paesi di origine degli schiavi menano una vita, certo molto più difficile dal punto di vista economico e molto meno protetta dal punto di vista dei diritti civili. Ma indubbiamente più ricca per quanto riguarda la socialità, i semplici piaceri di base, le manifestazioni personali. Tutto ciò mi è fonte di infinita tristezza.

Risparmiatevela.  Le spiagge fra Le Gosier e Saint Francois o la costa montuosa della Basse-Terre non valgono tutta questa pena. E alla Martinica o a Saint Martin non è meglio.