L’infinita monotonia del Sudamerica

Pascolo sudamericano. Ve ne sono miliardi così.

Il viaggiatore che avesse voluto fare il giro delle capitale sudamericane in bus, al termine del suo viaggio, avrebbe percorso 18.000 km, ma avrebbe visto ben poco dal finestrino del suo posto. E non solo perchè rincoglionito dalla musica, dal sonno, dalla gelida aria condizionata. Ma perchè il paesaggio sudamericano è straordinariamente monotono, sia pure con la lodevole eccezione delle Ande. Predominano amplissimi pascoli maltenuti recintati dal filo spinato tunuto su da alberelli tristi e fitti; pascolano semibrade mucche apparentemente felici. Le uniche ad esserlo, certo più dei muli, asini, cavallini di incertissima genealogia ma di certissimo duro lavoro quotidiano condito da maltrattamenti.  A volte si vede un pò di aridità, a volte molti alberi, ma la sostanza è il pascolo abbandonato alla volontà di Dio.

Povere bestie, povera gente.

Ma anche tutto il resto è monotono: la lingua è sempre la stessa: spagnolo o portoghese; la cultura è molto simile, la storia è andata sullo stesso binario, la religione è ovunque la stessa, l’architettura antica è coloniale o moderna tutta simile. L’aspetto delle periferie attraversate dal bus del nostro viaggiatore è straordinariamente uguale ovunque: case basse, brutti hangar industriali o commerciali maltenuti, enormi e pervasive insegne ovunque: squallore, sporcizia e tristezza.

Ho già scritto dell’infelicissima condizione umana sudamericna e questa è certamente la causa principale della piattezza di quel continente. Popoli malmenati dalla storia, società autoritarie e violente, individui rigidamente fissati nei ruoli sociali e privi di libertà. Il risultato è l’inesistenza della speranza, il dominio della depressione, l’attendismo e il fatalismo.

Squallore, commerci, case cadenti, fili elettrici ovunque.

I ricchi sdegnano il lavoro e non si curano dei loro sterminati latifondi che producono frazioni di quel che potrebbero dare. Aziende agricole infinite che non ricevono attenzioni ed investimenti e sono miseramente destinate alla meno produttiva delle produzioni: l’allevamento bovino che però crea grande prestigio sociale; quando la domenica si va in fattoria, con il cappello da cow boy, i jeans e la camicia a quadri a mangiare pantagruelici barbecues di carne troppo cotta.

Ecco perchè il nostro viaggiatore vedrà quasi esclusivamente pascoli maltenuti. I proventi che pur danno, saranno investiti in attività finanziarie, a far compere a Miami, ad arredare attici nei grattacieli delle capitali.

Ma nelle capitali chi può se ne frega delle miserie.

Quando i proprietari si curano della loro terra cercheranno di seminare prodotti miracolosi che li arrichiscano in mesi, non in anni. In tutto il continente vi è la perenne rincorsa al prodotto miracoloso capace di entrare sui mercati internazionali: l’esportazione è il miraggio. Ma raramente riesce e spesso causa più indebitamento al paese che reddito ai suoi abitanti.

E non si può certo chiedere ai miserrimi operai agricoli o ai poveri piccoli proprietari di terra di migliorare il proprio ambiente: vivranno in povere case malandate, in paesi senz’anima e decoro. Le amministrazioni locali poco possono e meno fanno. Servizi a zero e migliorie urbane assenti.

Quindi il nostro viaggiatore attraverserà un miliardo di cittadine, paesi, villaggi, frazioni tutti tristamente uguali e squallidi. Pieni di una umanità arresa e solo desiderosa di andarsene o di bere.

Ed in questi centri più o meno urbani il viaggiatore troverà il trionfo del commercio. I paesi sudamericani sono in mano a quella borghesia sfacciata che ha fatto e mantiene la propria fortuna sul commercio. E’ il Vangelo di quel continente: non vi sono regole, condizioni, protezione per il consumatore, sistemi fiscali che reggano. L’imperativo è vendere: del resto la popolazione urbana è giovane, sta cercando di uscire dalla miseria rurale ed è desiderosissima di beni. E aprono quindi, le porte, infiniti negozi con le loro scritte urlanti e colorate. Le merci spesso sono di bassa qualità, malamente offerte, per niente valorizzate. Commessi più attenti a non farsi rubare la merce che a servire il cliente. Clienti creduloni e raggirabili. Tutto terribilmente dozzinale. Pur di avere si compra cianfrusaglia.

L’immagine simbolo delle periferie sudamericane.

Mercati e mercati, quartieri commerciali, banchi dappertutto, ambulanti ovunque, musica, casino, merci, merci, merci. E questo, sempre uguale, durante i 18.000 km del nostro viaggiatore. E sulle arterie, soprattutto meccanici, gommisti, magazzini di ricambi auto. Il parco auto vetusto, la poca perizia nella guida, lo stato delle strade, l’improvvisazione di molti meccanici fanno sì che le auto siano bisognose di continue cure e ricambi.

Il nostro viaggiatore più difficilmente avrà una esatta percezione di quella strana e complessa cosa che è la cultura.  Quella grande omogenietà linguistica, storica ed anche culturale del continente avrebbe creato un unico e formidabile popolo, nei sogni del Libertador Simon Bolivar. Purtroppo non è stato così. Sono popoli troppo schiacciati prima dai latifondisti, poi dalla borghesia commerciale, poi dagli attuali imperi finanziari per riuscire a crearsi un prorpio autentico cammino.

L’architettura coloniale, per quanto gradevole, è estremamente ripetitiva.

Sono quindi popoli diversi e che spesso si odiano pur condividendo il 90% delle caratteristiche culturali; che restano però frammentarie, esili, contraddittorie, dispari. Il viaggiatore attento si troverà quindi difronte all’infinita ripetizione degli stessi schemi culturali da un capo all’altro del continente, ma che troverà sostanzialmente inconsistenti. Niente a che vedere, per intendersi, con la strordinaria forza culturale degli africani che lascia basiti e meravigliati.

La moda dei viaggi in Sudamerica, da parte degli italiani è mutevole. Ebbe un auge negli anni ’70 ed ’80 soprattutto nella sinistra giovanile; sulla spinta del Che Guevara, di Jorge Amado e di Garcia Marquez; delle rivoluzioni Nicaraguense, dei movimenti Centramericani, Peruviani;  della solidarietà alle immani tragedie cilene e ed argentine. Ed il modello era proprio quello di andare in giro con i bus, molto più avventurosi a quei tempi, e di mescolarsi alla popolazione, visitando i gruppi e le iniziative dei compagni rivoluzionari. Facendosi, nel contempo, anche un sacco di canne e poi di coca.

Il sovrano delle strade sudamericane.

Ma quel movimento turistico si esaurì. Forse per il mutato ambiente politico europeo, forse per l’invecchiamento di quei turisti. Ma probabimnete anche per aver riconosciuto che si trattava di un ‘infatuazione con poca sostanza. Esattamente come i romanzi, di fama del tutto passeggera, di Garcia Marquez con il suo stuccevole (ma che piaceva tanto) realismo magico.

E l’America Latina, come destinazione turistica globale, è crollata. ormai non ci va quasi più nessuno. Alcuni a Macchu Picchu o nei resort sulle spiagge. Che tristezza.

L’infelicissimo continente sudamericano.

Un piranha, pescato in Venezuela. Simbolo delle voracità e della violenza di un intero continente.

Sono molti gli italiani che desiderano visitare l’America Latina; si  ha infatti, in  Italia, di questo continente, una visione molto positiva. Io ho visto altre cose: eccole.

La somma delle infelicità di quel continente è infinita. Luogo difficile, terribile.

Già i grandi imperi precolombiani dovevano essere crudeli, classisti, spietati. Su questa base si innestarono quei delinquenti sanguinari, assassini ed avidi dei Conquistadores e dei primi colonizzatori spagnoli. La feccia del paese. Poi gli schiavi africani, indicibile sofferenza. A quelli si sono aggiunte infinite ondate di disperati che cercavano in America una svolta alla loro grama vita in Europa.

Ed infine sono arrivati gli sfacciati misfatti del liberismo economico che soggioga senza freni i popoli ai capricci del capitale. Conflitto, sopraffazione, arbitrarietà sono le parole che definiscono la storia dei rapporti fra le persone di questo continente. Su tutto ha steso la sua mefitica cappa la Chiesa Cattolica, recentemente spiazzata dalle sette evangeliche, forse peggiori, se possibile.

Il risultato è catastrofico. Le tre popolazioni: indigena, europea ed africana non si sono mai integrate; sono rimaste separate e profondamente nemiche. La vastissima popolazione meticcia è strapazzata fra il desiderio di essere bianchi ed il terrore di essere indigeni o neri. Nessuna identità, nessun orgoglio identitario. I bianchi sono ossessionati dal timore di essere inghiottiti dalla massa che hanno  sfruttato bestialmente (e che continuano a sfruttare). Indigeni e neri sono stati troppo schiacciati per non essere culturalmente annullati. Solo recentemente qualche barlume di recupero di dignità. Il disprezzo e l’odio ammorbano l’aria, pur restando invisibili agli occhi non attentissimi.

Ma tutto ciò è a livello dei gruppi. A livello personale è perfino peggio. La società sudamericana è talmente compressa e piena di odio e di tensioni sotterranee che gli individui che la compongono sono fissi in una rigidità immodificabile. Ogni gruppo sociale ha un suo ruolo e i suoi membri non ne possono uscire. Le persone sono completamente mummificate nel ruolo che gli è stato assegnato, secondo la propria etnia. Sono monodimensionali, privi di spazi personali, piatti e prevedibili. Automi sociali, privi di libertà. E’ un continente in cui il ’68 non è mai arrivato. Nessuna liberazione. L’infelicità individuale è enorme. Anche la sinistra, che pur ha pagato un prezzo di sangue, morte e torture spaventoso, non riesce ad uscire dagli schemi. Fissi anche loro nella routine dei ruoli, senza capacità di quella ribellione personale all’ambiente circostante che è prerequisito dell’innovazione. La genialità è assente, fa paura; l’intelligenza è un disvalore, in quanto mette in pericolo la fissità dei ruoli sociali ed etnici. Il pensiero diviene semplice ripetizione consolatoria di luoghi comuni, ovvi, obsoleti, stantii. Una cultura mummificata, sia dalla parte conservatrice che da quella progressista. Si scrivono migliaia di libri; parziali, inutili, ripetitivi. Si affoga l’analisi della situazione in mille dettagli inutili.

I ruoli sociali vengono trasmessi su base familiare; che è tipicamente il miglior mezzo per mantenere le divisioni sociali, qui anche etniche. La famiglia regna sovrana in America Latina; niente si svolge senza famiglia. Si formano precocemente, sempre. L’aborto è ovunque proibito, si sfornano legioni di figli, a tutti i livelli sociali. La gioventù non esiste, si passa dall’adolescenza alla paternità. Le famiglie sono vaste, si spostano in massa. Legami fortissimi, soffocanti. Le donne passano dall’autorità paterna a quella maritale.

Da queste molteplici e tremende pressioni etniche, sociali, famigliari le persone ne escono represse ed insicure. L’ipocrisia è sovrana, la dissimulazione frequentissima. Da tanta repressione finiscono per sorgere le inarrestabili violenze del continente: a volte politiche, a volte personali come per la delinquenza, i narcotrafficanti, le bande giovanili, la violenza domestica. Sovrano il machismo, chiaro prodotto di malessere personale e sociale. O il sorgere irrefrenabile delle sette protestanti; nuovo schema in cui annullarsi. Dalla padella alla brace. E non è un caso che sia il continente del ballo; è lì che i corpi trovano un pò di libertà e di gioia.

La peggio ce l’hanno i giovani, privati di ogni capacità di ribellione e ridotti ad esser vecchi fin da subito; bambolini e bamboline repressi, esangui, ritorti su se stessi, psicologicamente rachitici. Soprattutto quelli delle classi più elevate.  Plastificati, pieni di mossette aggraziate, di ditina melliflue, di  vocine asessuate.

Dal conflitto fra gruppi nasce il fenomeno, per gli europei intollerabile, dell’indifferenza sociale. Quando si dice: “I grattacieli accanto alla bidonville”. E’ assente in quel continente ogni forma di solidarietà, di vicinanza. Vi è solo qualche traccia di beneficienza, della peggiore, quella dei ricchi che vogliono sentirsi buoni. Ed infatti, il paternalismo è diffusissimo.

Questo continente è in preda alle imprese americane, spagnole, europee, ora anche cinesi che ne traggono benefici colossali grazie a contratti capestro firmate con i governi corrottissimi: telefoni, acqua, elettricità, pedaggi autostradali, prodotti d’importazione, assicurazioni. Per cui abitanti a reddito procapite ben più basso di quello italiano pagano i servizi di base ben più cari. Nel settore privato il lavoro vale poco essendo da sempre stato quasi schiavistico con gli indios, i neri, i meticci poverissimi. Ancora oggi lo è con le enormi periferie piene di immigrati che si danno per degli spiccioli. Invece il capitale è raro perchè i paesi sono poveri e perchè molto parte verso l’estero. Quindi i benefici per il capitale sono molto alti; i tassi di reddività dell’impresa sono innimaginabili in Europa.

Questo è quello che il turista italiano troverà in America Latina. Forse non coglierà tutti questi aspetti, ma non dimentichi che esistono. In Brasile la situazione è un pò diversa, la gente è più libera, indipendente ed in Cile più gentile. A Cuba, ma in generale nei Caraibi, è tutt’altra cosa.

 

 

Mercati mondiali

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Sao Paulo.

Il Viaggiatore Critico ha notato, come avranno fatto in molti, la profonda modificazione che hanno avuto molti dei mercati alimentari delle grande città. Quegli edifici, spesso di architettura elegante e leggera, fatti di ferro, ai tempi della Torre Eiffel; oppure di nervature di cemento, se più recenti. Posti sempre nelle zone centrali delle città dove il popolo andava a rifornirsi di verdura, frutte, grani e, quando possibile, carne e pesce.  Luoghi in antico pieni di confusione, spesso di sporcizia, di gente di bassa lega. Sembrava veramente di essere al mercato. Io li visito spesso, mi piacciono e mi piace vedere la verdura esposta: da un sacco di informazioni sulla città.

Poi sono arrivati gli urbanisti, gli architetti, gli assessori, gli imprenditori. Probabilmente il primo caso è stato Les Halles di Parigi, poi hanno seguito tutti gli altri.  Cosa sono diventati?

In quasi tutti i casi il popolo vociferante ne è stato estromesso, relegato ai discount di periferia. In certi casi, subdolamente, è stato lasciato un angolo “naturale”; una specie di riserva indiana dove lasciare un pò di banchi ed un pò di popolo a far colore.

Vi sono fortemente penetrati i venditori di cibo e paccotiglia varia da turisti. I banchi sembrano vecchi e tradizionali, ben sistemati, ben illuminati; ma vi si trovan cibi che non entrano in nessuna casa di gente del luogo. Prezzi sconsiderati, da turisti, appunto.  I mercati delle città turistiche dei paesi arabi sono diventati così. Mucchi enormi di variopinte spezie, sforzi scenografici imponenti per il turistame di bocca buona. In Marocco sono particolarmente abili.

In tutti i mercati vi è sempre stato qualche banco che faceva da mangiare: piatti semplici, popolari, veri. Qualche banco. Ora sono straordinariamente aumentati di numero. Ed anche di varietà. I vecchi menu si sono allungati, vi sono stati inseriti piatti prima impensabili in un mercato. Vi si mangiavano piatti economici, da gente di mercato, non certo care prelibatezze. Vedere servito il salmone selvaggio nel mercato del vecchio porto di Helsinki è un insulto alla storia di quel luogo.

In alcuni casi è tutto il mercato ad esser diventato una sorta di ristorante, di food corner da centro commerciale. E’ l’indecoroso caso del secondo piano del Mercato di San Lorenzo a Firenze.  Più raffinato, ma altrettanto fasullo anche il mercato di Lisbona, dove rinomati chefs si sfidano dai lati dell’enorme salone pieno di gente. Piatti cari. Banchi di delikatessen di altissimo livello a Kiev, in mezzo alla povertà di una città ancora in molte difficoltà: un mercato che è passato da vendere le patate delle vecchine ad offrire i gamberetti freschi del Sud America. Indecente.

In altri luoghi, miracolosamente, un certo equilibrio si è mantenuto, come a Budapest. Il mercatone, in pieno centro, è ancora pieno di veri banchi con vera verdura ed i molti banchi di cibo pronto, pur destinati ai numerosi turisti, hanno mantenuto un’aria popolana, da mercato. Vi si mangia male, ma a poco prezzo e nel mezzo alla confusione. Lo stesso a Sao Paulo dove c’e’ un po’ di robaccia da turisti, ma anche molta vita vera di gente vera.

Due città molto vicine, due mercati con destini contapposti: Santiago del Cile e Valèaraiso. Il rpimo è diventato un ristorante fighetto. Il secondo è popolarissimo, con tutti i prodotti veri e con un angolo di bettole.

Brasile, vale la pena?

IMG_20160108_124413Alla fine del terzo, lungo viaggio, un’idea comincio a farmela. Partito con l’idea che i Brasiliani fossero antipatici ed arroganti ed il Brasile un bel paese; ritorno con la convinzione che i Brasiliani sono deliziosi e il Brasile un gigante inutile.

Sono rimasto incantato dai Brasiliani: calmi, gentili, carini, rispettosi, tranquilli, riservati e disponibili. Un amore di gente. Come dicevo per le donne, sembrano sempre a loro agio e moderatamente soddisfatti di se. Non sono arroganti, pretenziosi, non se la tirano, non sono aggressivi. Se ti urtano, si scusano, se li urti ti sorridono. E’ un piacere averci a che fare. Anche coloro che mi hanno rapinato, lo hanno fatto con una certo affabilità. Mai un ubriaco, un mendicante aggressivo, una rissa in strada.

Ed è forse questa grande tolleranza ed accettazione di sè e degli altri che ho provocato l’emergenza di numeri sconosciuti altrove di omossessuali patenti. Un pò più freddini e rigidi a San Paolo.

Certo, resta il fatto che il buon gusto è praticamente sconosciuto, in tutti i campi. Ed ancor peggio, manca completamente il saper vivere. Rari i luoghi accoglienti, impossibile trovare un pò di stile, un pò di professionalità nel ricevere le persone. Gentili ed affabili, sì, come in famiglia; ma mai con quel minimo di ricercatezza che è poi il sale dell’accoglienza. Insomma, è come andare sempre in giro in ciabatte: comodo, ma a volte si ha voglia di un mocassino elegante.

E’ tutto un pò dozzinale, a partire dal cibo. Si cerca la quantità, la massa, l’omologazione, come se si trovasse sicurezza nella folla, come sulle spiagge. Certo, le diversissime origine degli immigrati, le differenze con i neri africani e gli indigeni, le difficoltà di prendere in mano un territorio enorme e dalla natura ostile, deve aver creato questo amalgama ancora informe non ancora in grado di radicare abitudini chiaramente piacevoli. Ma questo è un problema di tutta l’America.

E, purtroppo, non son riuscito a trovare, con la generalità dei Brasiliani con cui ho parlato, dei grandi argomenti di conversazione. Gradevoli, ma un pò piatti, ecco. Del resto, son dei grandi lettori della Bibbia e nelle librerie c’e’ da mettersi a piangere sulla scarsa consistenza numerica di opere di sociologia o storia brasiliane.

Il paese è invece un pò una delusione. Rio de Janeiro credo sia la città più bella del mondo, Salvador è interessante anche se molto incasinata a tutti i livelli. Per il resto non c’e’ molto. Probabilmente molta natura nei parchi naturali tipo il Pantanal, ma di difficile accesso e molto cari. Resta la meraviglia dell’Amazzonia e della sua porta Belem; ma è un mondo difficile da percorrere. Restano delle grandi spiaggione, ma senza un intorno accogliente.

Ecco, è proprio questo il punto che cercavo e non ho trovato. Un luogo accogliente, non pericoloso, bello per natura ed interessante per umanità, dove poter posare le stanche ossa per un momento. Soprattutto accogliente. Ci devono essere, sicuramente, ma io non l’ho trovato. Mi ci sono avvicinato a Joao Pessoa; ma abbassando di molto le mie aspettative.

Perchè in effetti il problema della sicurezza è una gran croce. Ci sono luoghi, piccoli, sicurissimi come il Vecchio Goias, ma ci sono anche luoghi dove ti dicono di non attraversare una piazza, ma di farne il giro perchè nel mezzo ti rapinano. Alla lunga non ne puoi più. Ho la netta impressione che i Brasiliani dipingano il problema della sicurezza peggio di quanto sia. E ciò per motivi politici. La Destra ha sempre usato questo argomento contro i governi di sinistra, come in Venezuela. Ma comunque, il turista, tranquillo non vive.

Può essere molto interessante la vita notturna, nelle grandi città. Locali assai intensi; ma resta il problema della sicurezza all’uscita o per cambiare di locale.

I prezzi sono inferiori all’Italia, impresa non molto difficile; ma non di tantissimo. I trasporti sono facili e comodi. Tutto funziona abbastanza bene, con un po’ di approssimazione e scarsa professionalita’, ma questa e’ compensata dal buon carattere delle persone con cui hai a fare. Dall’Italia non poco turismo sessuale, a Rio, Salvador, Fortaleza.

Conclusione? Non so, davvero, bisogna che ci ritorni….

Brasile, foto.

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Brasilia
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Praia do Coqueirinho, Joao Pessoa

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Brasilia
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Brasilia, la Cattedrale

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Belem
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Da Belem verso l’Amazzonia
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Infinite le sette e fantasiosi i nomi.
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Alcantara
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Alcantara
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Alcantara
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Sao Luis, il porto a marea bassa.
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Palma de Tocantins, architettura di Niemeyer.
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Sao Paulo, il Beco de Batman, stradina affrscata.

Spiagge brasiliane

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Barra de Gramame, Joao Pessoa.

Il turismo balneare per i brasiliani consiste in: arrivare con la macchina sulla spiaggia insieme ad una quindicina minimo di altre persone fra parenti, amici e vicini; scendere di macchina ed occupare il primissimo tavolino con ombrellone possibile; ordinare un pranzo natalizio abbondantemente innaffiato da birra e caipirigne, mangiare ed andarsene.

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Nei pressi di Natal.

Quindi le spiagge brasiliane sono inverosimilmente zeppe di gente vicino al parcheggio ed assolutamente deserte 10 metri oltre l’ultimo tavolino.

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Praia da Pipa, Natal.

Il nostro standard di ombrellone con due sdraie e il telo a terra in Brasile non esiste. Qua usano ombrelloni abbastanza piccoli sotto ai quali si mettono tavoli e sedie di plastica coloratissima tipo Coca Cola. Nessuno si siede a terra, tutti con le gambe sotto il tavolino. I camerieri devono esser magri perchè lo spazio fra un tavolo e l’altro è millimetrico. Non esiste ristorante al mondo in cui i clienti siano così fitti. All’interno della massa sudata dei bagnanti è come stare su un autobus all’ora di punta; ma con un frastuono di voci e musica da stordire. Ogni “bagno” ha la sua musica, quindi queste si mescolano. In più qualche smaliziato cliente porta la sua.  Naturalmente su tutto aleggia il sempiterno puzzo di fritto.

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Tambaba, Joao Pessoa

Nessuno prende il sole, pochissimi passeggiano sul bagnasciuga, il bagno lo fanno solo i bambini e gli adolescenti. Qualcuno gioca a racchettoni, ma solo se hanno un fisico da modello. Le donne sculettano un pò di più a giro, a mostrar le rotondità.

Un pò meglio le grandi spiagge urbane, tipo Copacabana o Ipanema, dove il lunghissimo lungomare (con parcheggio) permette una maggior dispersione del bagnante locale.

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Praia do Coqueirinho, Joao Pessoa.

I brasiliani vanno moltissimo al mare e quindi rappresentano la stragrande maggioranza delle presenze. Le altre nazionalità si diluiscono. Un pò piu’ numerosi gli argentini che sfuggono al loro tristissimo Mar del Plata. Qualche isola di italiani a Jericoara o alla spiaggia di Pipa.

Quindi fuori dall’agglomerato gastronomico ci sono spiagge enormi e deserte, di sabbia chiara. A volte le palme, a volte la falesia. L’Atlantico, ovviamente, è un pò agitatello e l’acqua è sempre torbida. Quasi ovunque calda come un brodo. Maree enormi, bisogna fare bene i conti per non rimanere bloccati su una falesia. Alcune spiagge non sono sicure.

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I costumi femminili brasiliani sono minimissimi. Ma non vengono mai tolti, nemmeno slacciato il reggiseno per prendere il sole sul dorso. E’ curioso. Vi sono rarissime spiagge nudiste, come questa, a Joao Pessoa, ma chiuse e vigilatissime. Un’altra a Florianopolis.

Non so bene se sono spiagge belle oppure no. Bene per camminarvi in solitudine per chilometri, ma difficili da vivere: sole fortissimo, caldo, acqua che non raffresca, troppo mossa per starvi ammollo, troppo torbida per vedere dove si mettono i piedi. Difficile trovare un bar che non sia affollato o puzzolente di fritto, almeno in stagione.

Inoltre gli alberghi sono concentrati nelle città. Quindi o si sta nelle spiagge urbane o si fanno chilometri con i bussini turistici per farsi portare su più belle, ma lontane, spiagge. Quindi orari, attese, biglietti… O si affitta una macchina, ma bisogna poi trovare le entrate alle spiagge. Insomma, non ci si rilassa molto.

Ed inoltre, quando dietro la spiaggia vi è un paese, questo è spesso o terribilmente turistico o terribilmente malmesso: quello stato di incipiente sviluppo turistico fra strade polverose e cantieri a mezzo.

Le spiagge più belle le ho viste a Rio, a Florianopolis, a Joao Pessoa. Ma bisogna macinar chilometri per trovare il meglio.

 

Donne brasiliane….

IMG_20151204_125050Il Viaggiatore Critico ha osservato con molta attenzione le donne brasiliane e si è chiesto per quale motivo siano così famose nel mondo e a così giusto titolo.

Alcune considerazione generali, assai ovvie:

  • i brasiliani sono molti ed è anche una popolazione giovane. Quindi le giovani donne sono molte. Fra loro per statistica ci sono anche molte belle.
  • In Brasile hanno confluito, volenti o nolenti, molti popoli e razze diverse. Dall’amalgama son venuti fuori moltissimi tipi diversi; quindi vi son donne veramente per tutti i gusti. Tutte le sfumature di colore sono presenti.
  • Il clima favorisce lo stare all’aria aperta ed il muoversi rendendo i corpi più salutari e l’anima più allegra. L’umidità dell’aria credo anche giovi molto alla pelle.
  • Il pessimo regime alimentare brasiliano porta ad ingrassare. Ma prima di raggiungere la sgradevole obesità vi è una fase di forme morbide che può essere molto accattivante.

Vi sono inoltre alcune abitudini che favoriscono lo charme femminile:

  • La cura del corpo è molto diffusa, certamente più, ad esempio, che nei paesi scandinavi o in  Nord America. Quindi le caratterisiche positive sono esaltate e quelle negative attenuate.
  • Le brasiliane vanno molto, molto leggere di abito. Ma proprio molto. Quindi non solo i famosi costumini brasiliani sono veri, ma anche gli abiti “civili” sottostanno agli stessi principi di stringatezza. Il cattivo gusto è sempre in agguato, ma l’effetto è notevole.
  • Quella intangibile e poco spiegabile virtù che è la femminilità viene molto sviluppata ed è sapientemente gestita. E’ un argomento nel quale le brasiliane son maestre.

I punti fin qua detti sarebbero in grado di spiegare il successo delle brasiliane nel mondo; ma vi è di più. Vi è un fattore impalbabile ma fortissimo che fa veramente la differenza. E non è la semplice simpatia naturale della quale son pur dotate.

IMG_20160111_165012L’aspetto saliente è del tutto psicologico. Le brasiliane (ma anche i brasiliani) non si vergognano di come sono. Ad esempio i costumini ridotti vengono portati da proprio tutte le donne, senza limiti di età o di rughe, smagliature, cellulite, ventri e natiche flaccide, obesità.

Sembrano sempre a loro agio nel loro corpo e nei loro vestiti. Non se la tirano, non si nascondono, non si camuffano, non sono ne’ timide, ne’ aggressive. Sono sicure, tranquille, rilassate. Apparentemente senza stress. Sono provocanti, ma senza l’aria di esserlo e, apparentemente, senza la volontà di esserlo.

IMG_20160108_132420Si vanno bene come sono. Quale maggior charme di questo?