Balene e delinquenti americani. L’affascinante Isola di Brava, Capo Verde.

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La via principale del capoluogo di Brava – Di Torbenbrinker, attraverso Wikimedia Commons

Brava è una di quelle isole che sembrano sfidare ogni razionalità, un pò come Corvo delle Azzorre e Pitcairn. Sfide dell’uomo all’impossibile.

Scoperta, insieme alle altre isole d Capo Verde, intorno al 1460 era troppo piccola ( tonda, 10 km di diametro) per essere presa in considerazione, nonostante che fosse ricca d’acqua e di vegetazione. Ci finirono solo alcuni schiavi o liberati o ribelli lì confinati, non è chiaro; coltivavano, allevavano, pescavano. Erano un paio di centinaia di persone.  Le cose cambiarono nettamente nel 1675 quando l’ennesima eruzione del vulcano di Fogo, distante poche decine di chilometri, spinse un gruppo dei suoi abitanti a Brava.

E cominciò la vera colonizzazione di quest’isola. Apparentemente colonizzazione pacifica, senza i feroci padroni portoghesi, ognuno la sua terra.

Certo isolatissimi, passavano anche anni senza che una nave vi si fermasse per fare rifornimento di acqua e cibo; preferivano le altre isole, che hanno porti migliori. Generazioni intere che passavano, completamente isolate dal mondo; solo qualche contatto con la vicina Fogo. Il dominio portoghese non era che una lontana leggenda.

Poi le cose cambiarono e Brava cominciò ad essere visitata dalle baleniere americane, gia nell”800. Vi si fermavano volentieri per i rifornimenti, ma anche perche’ vi trovavano marinai per quel terribile lavoro. Per gli abitanti era il solo modo per andarsene dall’isola ed accettavano ogni condizione. Per i balenieri erano lavoratori a poco prezzo e rotti a tutto.

Molti dei marinai di Brava si fermavano poi sulla costa americana, nei porti di origine delle baleniere, costituendo delle loro comunità che mantennero sempre molti contatti con l’isola. Andavano e venivano, chiamavano parenti, tornavano a morire a casa. E ciò continuò anche dopo la fine dell’epoca delle baleniere.

Brava si trovò quindi ad essere, contemporaneamente, la più piccola ed isolata delle isole di Capo Verde e quella più americanizzata. Poche migliaia di abitanti, contadini e pescatori, un paese principale con le solite casettine portoghesi e qualche palazzetto, gli orti, molti fiori, la pace, il nulla e metà della famiglia nelle metropoli americane! L’inglese molto diffuso, un certo benessere per le rimesse degli americani.

Brava è ancora oggi un posto delizioso. Vi si arriva solo in nave; l’aereoporto esisterebbe ma è inutilizzabile per il vento troppo spesso troppo forte. La nave vi arriva da Fogo qualche volta a settimana. Si trova da dormire e da mangiare, ma adattandosi. Da poco il solito italiano avventuroso ha aperto un piccolo hotel. Turismo straniero molto modesto. In cambio pensionati americani con le camicie a fiori. Natura bella, bei paesaggi. Sensazione di essere fuori dal mondo. Bellissima esperienza. L’isola si percorre a piedi, c’e’ qualche macchina.

Ma non è finita. Una infame legge americana permette agli USA di deportare cittadini stranieri indesiderati. Molti giovani, capoverdiani di nascita e quindi di nazionalità, ma arrivati piccolissimi in America, si son trovati  alle prese con la Giustizia, nel mondo violento delle periferie. Furti, spaccio, detenzione di armi, risse, accoltellamenti. E son proprio ragazzacci come quelli che si vedeno nei telefilm, con il cappelletto messo alla rovescia e la catena al collo.  Dopo aver fatto i loro mesi o annetti di galera vengono presi e mandati a Capo Verde, dalla nonna, senza poter rientrare in America per 5 anni. Quindi in piazza a Brava c’e’  sempre un gruppetto di questi ragazzacci che parlano in slang americano, ascoltano la loro musica e si rompono terribilmente le palle per 5 anni. Sembra un angolo del Bronx ed invece siamo su un idilliaco scoglio nell’Atlantico.

Paradossi di un’isola fra due mondi.

Elegia triste per la Macaronesia

Nebbia e tristezza vagano sulla Macaronesia,

il settimo continente, il più nuovo.

Nato dal fuoco e dal mare, là dove l’Atlantico si apre,

Azzorre, Madeira, Canarie, Capo Verde, mi piace aggiungerci Sao Tomé.

Isole nere e rosse di roccia vulcanica; l’estremo verdore delle Azzorre e di Sao Tomé controcanta l’aridità di Capo Verde.

Delle Canarie non so, le altre 21 isole sono 21 universi diversi per dialetto, storia e caratteristiche. Universi minuscoli ma completi.

La natura spadroneggia, il mare è nemico, l’uomo si adatta, se può; se non può, fugge: ce lo hanno portato a forza di armi o di miseria. Dall’Europa o dall’Africa.

Paesaggi belli, estremi, come spesso nelle terre vulcaniche. Ma sono ripetitivi, un po’ tutti uguali. Nella Macaronesia l’elemento straordinario è la storia umana. Recente e povera di fatti.

Un viaggio, secoli fa, da deportati. Poi generazioni relegate in un isola, senza mai uscirne. Poi un altro viaggio, da emigranti. Come la disseminazione della vita nell’universo, di meteorite in meteorite. Frutto del caso.

Portoghesi, spagnoli, africani, come tutti gli altri. Poi arrivano nelle isole e diventano un’altra cosa. L’isola cambia l’anima alla gente.

Gli azzorriani hanno popolato il mondo. Stati Uniti, Brasile, Angola, Mozambico.

Solo un pelo sopra i negri. Più numerosi i capoverdiani negli States che a Capo Verde; quelli di Fogo stanno tutti a Brocton, sobborgo di Boston. Vi hanno ricreato la loro isola.

Mακάρων νῆσοι, le isole dei beati per i greci, che preferirono le loro e qua non vennero. Vennero i Cartaginesi alle Canarie, si chiamarono Guanci e furono sterminati dagli spagnoli. Boccaccio ne parla. Le Azzorre stanno nell’Atlante Mediceo del 1351, ben prima che i portoghesi dicessero di averle scoperte.

Fra Europa ed America, riposo per galeoni e skippers mesciati biondi, riserva di acqua, legna, carne e braccia per pirati e baleniere americane. Scalo di aerei, base di antenne militari, stazione di cavi transoceanici.

Isole che esistono perché qualcuno ne ha bisogno. Gli isolani li vedono arrivare; poi se ne vanno e loro restano. Desiderio di seguirli e paura di affrontare il mondo.

Mare grande, mare brutto, mare contro, mare che divide.  on è il mare di Ulisse, è quello di Achab.

1500 fiamminghi nel ‘400 vennero a Faial per coltivare l’Isatis, colorante tessile. Diversi dagli altri, sono ancora lì, nel loro villaggio, Flamengos. Ho fatto con loro il pranzo parrocchiale della domenica, oggi. Nessuno parlava.

Tristezza da nebbia, da isolamento, da portoghesi, popolo tristissimo anche in continente.

A Capo Verde il sangue africano riscalda l’ambiente e si vive. Donne abituate a giostrare con perizia contro la violenza stupratrice del colono portoghese.

Unico divertimento, la musica, diffusissima ovunque e da sempre. Ogni isola, ogni frazione una banda, uno stile diverso.

Sono macaronese anch’io. Vi ho passato l’1% della mia vita. E soffrii e soffro la sindrome dell’isolano. Malinconica nostalgia del mondo lontano, paura di tornarvi. Un’isola è un utero. Desiderio e dovere di lasciarlo, ma lasciatemi dentro ancora un po’. Qui sto al sicuro, niente può succedermi, di male. E la tristezza macaronesica m’invade.

Datemi un consiglio!!! e le migliori foto di Flores.

A me questa isola di Flores comincia a venirmi sulle palle. Ma ho ancora del tempo. Come disse Lenin dopo la fallita rivoluzione dei decembristi: Sto dielat? Che fare?, io dico : Che faccio? Tornare a Firenze? Cambiare isola (ne ho viste finora 3 su 9)? Andare alle Canarie o a Madeira? Andare a Barcellona? Rintanarmi qui per 15 giorni a baloccarmi sul web?

Mandatemi il vostro parere entro domani, giovedi a mezzanotte. Deciderò in base alla maggioranza dei pareri.

Due giorni dopo:

Non molti i voti per il referendum sul destino del mio viaggio, ed anche un po’ sadici.  Ilaria vuole che visiti tutte le isole, se fossero mille mi ci vorrebbe tutta la vita; Mara vuole che vada in un’altra landa desolata, come se a me fosse alieno il diritto di godere dell’umano consorzio e solo mi fosse destinato il vagare, come un’anima del limbo, in deserti grigi. Sergio mi incita al suicidio, il che, a esser pignoli, sarebbe un reato da penale; Mario addirittura mi vuol far lavorare, per di più manualmente, e proprio in un arcipelago dove, a detta di locali e forestieri, la pigrizia e lo scansamento di fatiche è regola generale ed attentamente applicata.

Comunque, io rispetto il patto e seguo, nei miei limiti, il parere di tutti, non prevalendo una posizione maggioritaria. Per il momento ho cambiato isola e sono a Faial, nel Gruppo Centrale. Dalla finestra di camera vedo anche l’isola di Pico, con monte altissimo. Almeno così dicono le guide, perché una nube permanente mi impedisce di vedere cosa c’e’ più in su dei 200 mslm. E scorgo anche S. George, così fanno 6 le isole viste. Mi par che basti. Anche perché oggi il vento vien da nord e fa assai freddino. Isole sub-tropicali dei miei stivali.

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Ponta da Faja. Il nucleo abitato (si fa per dire) più occidentale d’Europa. Clandestinamente perché la montagna sta crollando e non ci si potrebbe dormire.
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Fajazinha, il centro.
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La pensilina della fermata del bus di Fajazinha.
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La foresta di laurisilva.
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Fine di Flores. Dove andare?
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Bagno publico nel porto di Santa Cruz. Scarico diretto.
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Cascate…
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… strabiombi di roccia….
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… e mare tumultuoso.

Cara, mare o monti quest’anno? Azzorre!!

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Son poi riuscito a partire da Corvo ed ora sono a Flores ed ho anche mangiato un pò di lattuga e frutta, allontanando lo scorbuto. Com’è quest’isola?

Prendete un pezzo di Trentino di 50 anni fa. Con tutti i suoi pascoli, le mucchine, i loro campanacci ed i tozzi montanari che vanno nei pascoli per mungerle a mano trasportando i bidoni di latta argentea. Le minuscole stradine serpeggiano fra muretti a secco collegando minuscole frazioni di poche decine di persone con la loro chiesetta, nè moderna, nè antica. MOlte case sono in avanzato stato di abbandono, due barrucci tristi. Vita parca, parchissima, anche se nessuno è povero. Boschetti qua e là, a momenti dolci declivi, a volte valli strette e scoscese a volte delle rocce strampiombanti. Tutto molto verde, vegetazione amichevole, folta, ma non aggressiva. Chiocce liberovaganti con torma di pulcini appresso.

Prendete questo pezzo di Trentino, dicevo, e mettetelo in mezzo all’Oceano vasto, sempre visibile, quasi mai raggiungibile a causa delle alte coste. Ed i venti, le creste bianche delle onde, il luccichio dell’acqua al tramonto.

Fatta questa operazione avrete Flores. Luogo strano, contraddittorio, non so decidermi se sia molto bello o proprio infame.

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Il vento e la paura.

Tanta è l'umidità in alto che vi è torba e licheni aggressivi...
A Corvo, sul vulcano, l’umidità è tanta che vi è la torba ed i licheni sono molto aggressivi…

Ieri non c’e’ stato niente da fare, sono ancora a Corvo e sempre senza frutta e verdura. Azzorre! Non mi era mai successo, in vita mia, di ansiare una foglia di lattuga, come l’ultima delle chiocciole.

 

Irlando o Corvo? Corvo!
Dal vulcano, il mare, a Corvo.

E’ che qui impera la natura. La Natura a me, mi fa paura. E’ infatti una cosa che sta dappertutta ed è fatta da un sacco di cose diverse, mediamente contrarie alla tua tranquillità. Se non chiudessi la porta, la sera, te la ritroveresti nel letto. Ali, insetti, raggi brucianti, schizzi di vario tipo, temperature estreme, spine, denti di animali, umidità soffocante, lotta accanita su ogni spazio, agguati da tutte le parti, onde e rocce appuntite, salite e discese, dirupi mortali, erbe e meduse urticanti, pietre scivolose e dune mobili, frane, smottamenti e valanghe, acqua dappertutto o mancanza assoluta d’acqua, polvere negli occhi e frasche in faccia, fame, sete e virus poliedrici e dispettosi. Questa è la Natura. E non fa strano che l’uomo si sia accanito contro di essa, in vendetta dei mali passati per milioni di anni, fino a chiuderla fuori dalla finestra, spettacolo relegato sul canale di Geografic Channel. Ma questo vento che ci spazza, qua, l’uomo non è riuscito a spengerlo ed io ne ho paura.

Addio a Corvo?

Corvo visto da Flores. L’isola è piccolissima e lontana da tutto, se si pensa che anche Flores è un’isola minore.

Stanotte il tempo è cambiato e da un ventaccio caldo da sud si è passati ad un ventaccio freddo da nord-est, assai cangiante. Siamo anche nella nebbia. Quindi l’aereo che vorrei prendere per tornare a Flores è di arrivo incerto. Sto aspettando notizie. Aereo, perchè di mare, basta, ho gia dato.

Ieri ho finalmente potuto dare un minimo di risposta alle domande che mi facevo nel post dell’invettiva per Corvo.  Le Azzorre furono ufficialmente scoperte (ci tornerò sul tema) nel 1452 circa. A Corvo furono fatti alcuni tentativi, abortiti, di popolamento umano; ma fu solo nel 1548, un secolo dopo, che si riuscì ad impiantarci quella ventina di coppie di contadini. Ebbene, erano schiavi (bianchi?) provenienti dall’altro arcipelago atlantico in mano ai Portoghesi: Capo Verde e precisamente dall’isola di Sant’Antao, l’unica minimamente agricola. Solo in seguito vennero a Corvo anche persone libere.

La terra dell’isola di Corvo fu ripartita fra gli abitanti solo nel 1853. Per tre secoli appartenne tutto alla Corona che lo concesse, contro un affitto, a dei dignitari di corte. Questi ultimi imposero tributi spaventosi alla popolazione residente. Tanto gravosi che quasi tutto il grano  e buona parte della lana prodotti erano consegnati come tributi e la gente si riduceva a mangiare il pane prodotto con la farina del giunco (?) ed ad andare mezzi nudi. Cronache dell’inizio dell’800 parlano di condizioni di simil schiavitù, come i portoghesi erano soliti fare nelle loro colonie. I tributi furono ridotti solo nel 1832 ed eliminati qualche anno dopo.

Quindi l’aria che si respira anche oggi, può ben venire dalle terribili origine e condizione in cui i colonizzatori e i loro discendenti furono tenuti.

Che la schiavitù e la misera sia una cosa che resta dentro ad una popolazione, a lungo, è dimostrata dal fatto che, ancora oggi, le persone che occupano gli incarichi più rimunerati dell’isola vengono sostanzialmente da altre isole. I locali-locali son rimasti alle mucche ed alla pesca.

L’unica traccia, ma un pò consolante, di ribellione sociale alle miserrime condizioni l’ho trovata nei contatti, clandestini, che gli isolani facevano con i pirati. Questi si aggiravano fra le isole, in attesa dei galeoni dall’America, e si rifornivano di acqua, cibo e legname dai corvini.

Una volta finiti i pirati, non restò loro, come unica maniera di uscire dalle grinfie dei tributi a Lisbona, che di imbarcarsi (sempre clandestinamente, erano come servi della gleba) sulle baleniere americane che passavano per qui e, dopo, magari, di restare in America. Un’altra bella galera!

Storie di Corvo

Sono sull’orlo dello scorbuto. Tutte le mattine, prima di andare in spiaggia o a caminare sul monte (al sole fa calduccio), passo dall’unica bottega di questa Vila do Corvo per comprarmi di che mangiare a mezzodì. Vorrei un bel panino con il prosciutto, uno yogurt, un bel grappolo d’uva, soprattutto. Ebbene, causa logistica azzorriana confusa e mare cattivo, non c’e’ niente di fresco. Son rimaste solo due mortadelle, di quelle cattive. Scarseggiano anche i prodotti in scatola e i congelati. Abbondanza solo di detersivi. Oggi sarebbe anche arrivata una navicella da Flores, ma la nave grande che viene dal continente non è potuta arrivare a Flores e quindi niente prodotti freschi, ormai mancanti da più di 15 giorni, mi dicono. La navicella è ripartita con alcuni vitelli, vivi, per il macello di Flores.

Ma questa non è l’unica cosa straordinaria di questo paese.

Il problema del fornaio e del ristorante.  L’unico fornaio è nuovo. Il precedente, arrivato da un’altra isola, dopo un anno di lavoro, è stato preso dall’indolenza corvina ed ha smesso, per dedicarsi all’allevamento di maiali (numero di capi venduti per anno, previsto in 20). Il sindaco è dovuto quindi andare in giro per le isole ed ha trovato un nuovo fornaio che ha accettato di venire qua. Il Comune gli paga l’affitto del forno-bottega ed il gasolio per scaldare il forno.  In paese ci sono tre bar. Uno dell’associazione dei pompieri volontari, uno del porto (dove si può anche mangiare) ed un vero e proprio ristorante bar, del Comune. Fino a poco tempo fa anche il personale era del Comune, obbligato a trasformarsi in ristoratore per offrire di che mangiare a turisti e lavoratori di passaggio.

La scuola. La scuola di Corvo ha le 9 classi del ciclo primario della scuola portoghese. Gli alunni sono 33, i professori 17, il personale amministrativo e delle pulizie 8. I professori sono tutti giovani, di fuori; certamente non hanno trovato un’altra cattedra più comoda. Ad occhio vi è tutto un movimento di tromba tromba nella categoria professorale. Per questo o per altri motivi questa scuola è la terzultima del Portogallo, per risultati degli alunni.

L’energia. E’ prodotta da una centrale a gasolio. Questo viene per nave fino al porto e da questo per camion cisterna fino alla centrale, sopra il paese. Ce ne vuole un metro cubo al giorno, al costo di 1.500 euro; più di tre euro al giorno per abitante. Per cucinare i corvini usano il gas in bombole, al costo di 14 euro l’una. Il trasporto fino a qua è assorbito dal governo, 25 euro a bombola.

Uccelli.  Da qualche anno è stato scoperto che le isole di Corvo e di Flores sono un paradiso per il bird watching. Finiscono qua dei poveri pennuti, a volte americani, a volte europei, trascinati dalle correnti. Altri ancora invece vi si riposano nelle loro migrazioni. Numerosi quindi gli appassionati che, nelle epoche opportune, si aggirano per i pascoli con il binocolo in mano. Su questo sito il minuto per minuto degli avvistamenti:     Vi è anche un progetto, ovviamente su fondi europei, e in giro per il paese si vedono 5 o 6 giovani portoghesi e spagnoli che trasportano di qua a là scatole con pennuti bisognosi di cure e conforto.  Nonostante le mie vive proteste contano castrare tutti i gatti dell’isola (numerosi) per evitare che i loro discendenti mangino le uova dei volatili.

Garage party. Il sabato è costume locale ritrovarsi a cena fra amici. Ad una ho partecipato anch’io mangiando un buon cozido portoghese (lesso di carni e verdure). Lo strano sta nel fatto che la cena non si svolge nelle case, ma…nei garages, fra scaffali, attrezzi  e cartoni polverosi. Non ho osato chiedere il perché di tale abito.  

Trasporti. Sull’isola ci sono due strade, verso i pascoli della parte alta del monte, per un totale di meno di 20 km. Ma ci saranno una cinquantina di automobili, molte delle quali pick-up dei pastori. Numerosi i quad e le moto, sempre dei pastori. C’e’ un aereoporto, dove arrivano tre voli di un bel turboelica, alla settimana; d’inverno. D’estate di più. Il movimento di persone non è del tutto assente. In questi pochi giorni, da quando sono qua, ho visto passare: una delegazione di una decina di giovani socialisti azzorriani venuti ad informarsi dei bisogni locali; un tecnico dei telefoni; una agronoma del ministero per un corso ai pastori sul controllo di una larva che mangia l’erba dei pascoli; una sindacalista dei professori; tre ingegneri per la centrale elettrica.  Durante l’estate stimo il numero dei turisti a qualche centinaio, su tutta la stagione, con permanenza media di tre giorni. Durante il mese di ottobre qualche decina di birdwatchers.

Lavoratori extracomunitari. Per quanto inverosimile possa sembrare, anche quest’ultimo lembo di Europa alberga dei lavoratori extracomunitari tutti di origine luso-africana. Sono in corso diverse opere civili e visto che i corvini vivono di stipendi e sussudi statali o comunitari per metter un mattone sull’altro ci vuole il cosiddetto lavoratore extracomunitario. Ne ho contati fino a 18, ma potrebbero essere di più. Sono anche gli unici che la sera fanno un pò di musica, nel loro accampamento in containers. Le opere in corso sono le seguenti: la torre di controllo dell’aereoporto e una nuova aerostazione (per me son soldi buttati via); un enorme parallelepipedo che funzionerà come centro di feste ed incontri; la pavimentazione di una strada; l’interrameno dei cavi elettrici: una nuova illuminazione stradale.

E’ anche in costruzione una nuova casa. Questo fatto turba un pò i corvini in quanto si tratta di giovane coppia entrambi addetti alle pulizie, lui per conto del Governo e lei del Comune. Fra i due arriveranno si e no ai 1.200 euro al mese (bassini gli stipendi in Portogallo); la casa costa sui 120.000 euro, presi in banca. Ce la faranno a pagare il mutuo? E perchè poi avranno voluto farsi una casa nuova quando ne avevano già una, vecchia, ma in buonissimo stato? Insomma, queste sono le discussioni che occupano le mie giornate.

Fauna domestica. L’isola ha sempre vissuto di pecore da lana, l’unica cosa esportabile nei tempi antichi. Ma dagli anni sessanta, per oscuri motivi di protezione ambientale, le pecore sono state proibite. I corvini hanno quindi ripiegato sulle mucche che ora sono in numero di circa 1.300. Tutte le famiglie hanno almeno qualche mucca. Stanno alle intemperie senza nessun riparo, le povere, e sarebbero munte a mano; fino all’anno scorso esisteva una fabbrica di formaggio, assai apprezzato. Ma ora è chiusa, in attesa di nuovi finanziamenti europei. Le mucche sono quindi sgravate dagli obblighi di produzione lattiera, salvo alcune per il consumo familiare e per nutrire….i maiali, assai numerosi ed allevati anche nelle stradine del paese vecchio, con evidenti, sfavorevoli, risvolti olfattivi. In effetti l’isola continua ad essere virtualmente autarchica per la carne. Ogni famiglia ammazza vacca e maiale, li congela e poi li mangia.

Turismo. Caso mai vi venisse in mente di visitare questo luogo, incuriositi dalle mie cronache, e alla qual cosa vi incoraggio perchè un posto così non lo si ritrova; in questo caso, dico, vi è la scelta fra l’ottimo B&B Comodoro, dove sono alloggiato ed altre 19 camere sparse in diverse case private del paese. Al Comodoro si può prenotare per Internet, agli altri è tutto un problema.

Balenieri. Se vi sbrigate a venire, potete trovare gli ultimi, ultrasettantenni, balenieri. Partivano a gruppi di 8 rematori ed un fiociniere su lunghe e strette scialuppe. Da un posto di vigilanza, in alto, sul monte e con un ingegnioso sitema di segnalazione fatto da due lenzuoli bianchi, venivano guidati verso la balena soffiante. L’osservatore, sul monte, vigilava ed appena vedeva il soffio della balena disponeva i lenzuoli, manovrati dai suoi aiutanti. I pescatori, sulla barca guardavano verso la mointagna e riuscivano ad orientarsi. Un lenzuolo era fisso e rappresentava la balena. L’altro era mobile, rappresentava la scialuppa e veniva mosso a seconda della direzione che prendeva la barca. I rematori potevano quindi capire la loro posizione rispetto alla balena ed avvicinarvisi fino a vederla. Questa veniva fiocinata e poi finita a colpi di lancia. Orribile, come i mammuth nel paleolitico. La balena morta veniva poi rimorchiata alla fabbrica sull’isola di Flores.

I cartaginesi di Corvo.   E finisco con questa storia del tutto incredibile. Verso il 1750 fu trovata una pentola di monete. Furono rapidamente disperse, ma una serie completa dei 9 diversi tipi di monete trovate finì prima a Madrid e poi in Germania dove vennere disegnate. Anche quelle monete furono perse, ma i disegni ci sono ancora. Ebbene, erano tutte monete dello stesso periodo, intorno al 320 aC e provenienti da Cartagine, secondo studi recenti dei disegni. Al  momento del ritrovamento non esistevano le conoscenze per datare le monete ed è quindi estremamente improbabile che uno scherzo abbia riunito proprio tutte monete assolutamente coeve. Mistero!