Ancora su Fuerteventura

Ma Fuerteventura non è solo la costa (di cui parlo nel post precedente), vi è anche un interno che può presentare alcuni aspetti interessanti. Vi è la zona dei vulcani, a nord, intorno a Lajares; o il borgo, anche se un po’ fittizio, di Betencuria; il desolato Malpais fra Antigua e Pozo Negro con la nera valle di lava. A Pozo Negro  si visitano gli unici resti un pò consistenti dei Guanci, gli antichi abitatori berberi delle Canarie, rapidamente sterminati dagli spagnoli; fu una prova generale di quello che avrebbero fatto pochi anni dopo nelle Americhe.

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Poco resiste alle capre (Foto di Alessandro Vergari)

Non c’e’ molto, ma con una macchina si possono fare dei giri certo più interessanti della frequentazione delle colonie turistiche della costa che guarda l’Africa.

Ho, invece, trovato molto interessante l’agricoltura di Fuerteventura, quella storica, dal momento che quella attuale è ormai ridotta a quasi niente. Spianavano delle porzioni di terreno e le circondavano con un cordone appena sopraelevato di terra. Erano sostanzialmente delle piscine in cui trattenere le rarissime piogge. Si evitava attentamente lo scorrimento dell’acqua e tutto quello che arrivava come pioggia o come ruscellamento dalle alture soprastanti, restava nel proprio campo. Le annate veramente buone erano rarissime, in media, una su sette. Le altre erano mediocre od addirittura sterili. Si facevano cereali. La popolazione è sempre stata poca e quindi la produzione, sia pure molto altalenante, riusciva a coprire i bisogni della gente. L’allevamento e l’emigrazione aiutavano. Come animali da soma si usavano i cammelli, ve ne sono ancora alcuni. Ora vi è una certa produzione di aloe vera presente anche come piante spontanee.

Non c’e’ da aspettarsi niente di particolaremente tipico a Fuerteventura. Il turismo da low cost vi passa sopra come un rullo compressore. Gli abitanti originari sono rari, la maggior parte sono spagnoli del continente, od anche giovani europei, che lavorano nel turismo e, nello stesso tempo, si godono il buon clima ed una atmosfera generale assai rilassata. A loro favore gioca anche il fatto che la stagione turistica è praticamente continua e che quindi un lavoro si trova quasi sempre. Probabilmente questo mondo giovane, precario, ma moto rilassato è l’aspetto sociologicamente più interessante dell’isola. Sembra che stiano nascendo delle tensioni nei confronti degli italiani, che si comporterebbero spesso da truffatori (possibile?).

Cibo convenzionalissimo con l’inserzione del capretto di Fuetteventura, non si sa quanto originale e quanto riadattato ai bisogni del bagnante tedesco. C’e’ poco di spagnolo, come ad esempio i bar o la gastronomia. Ad inizio anno l’isola è frequentata da squadre ciclistiche professioniste che preparano la stagione che sta per iniziare in Europa.

I prezzi sono da stile low cost. Da evitare La Era de la Corte, albergo rurale ad Antigua, cari e sgraziati nel tratto con i clienti.

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Campi (in cattivo stato) di Aloe vera. (Foto di Alessandro Vergari)

Vedi altri foto in questo post.

 

Fuerteventura, Canarie, un grande si, ma con molte condizioni.

Il maestoso paesaggio sopra Cofete. (La foto è di Alessandro Vergari)
Il maestoso paesaggio sopra Cofete. (La foto è di Alessandro Vergari)

Interessantissimo questo viaggio fatto con Alessandro Vergari a Fuerteventura, isola delle Canarie. Lui è una guida e ci andava a preparare un trekking per Walden – Viaggi a piedi e mi ha portato con sè.

L’isola (lunga 100 km e larga 30) corre parallela alla costa africana, ad un centinaio di km di distanza. I due lati dell’isola, quello che guarda l’Africa e quello che guarda l’Oceano sono completamente diversi, soprattutto dal punto di vista turistico. La parte africana, di mare più calmo, è un incubo di complessi residenziali ed alberghieri. Decine di chilometri di costruzioni, muraglie di finestre e balconcini, enormi scacchieri di quartieri residenziali. Un impiego spropositato di capitali, un uso sfrenato del suolo, la costituzione di una comunità vastissima dedicata alle vacanze, soprattutto invernali, degli europei. Enormi problemi di acqua, visto che l’isola è molto arida. Un’economia molto movimentata ma instabile, totalmente dipendente dalle mode turistiche, dagli altalenanti andamenti della crisi e dai prezzi dei voli low-cost, legati ad un petrolio fatalmente destinato a rincarare.  Escluso il turismo, nessun altra attività economica è presente sull’isola, ad eccezione della coltivazione dell’aloe vera e di ben poca altra agricoltura e di un pò di allevamento.

Molti complessi di centinaia di appartamentini prediletti da inglesi ed altri nordici. Ma già numerosi sono gli edifici mal finiti o abbandonati, invenduti, abbandonati al degrado. Si deve esser trattato di orrende speculazioni immobiliari con il concorso immorale delle banche la cui crisi ha gettato tutto al disastro. Distrutti chilometri di costa e sperperati miliardi per nulla.

Insieme ai complessi immobiliari prospera tutta quella giungla di fittizi esercizi commerciali ad usum turisti: bar, ristoranti, pub, supermercatini, bazar di creme solari e occhiali da sole, paccottiglie varie. Tutto ripetuto in un loop infernale ed angoscioso. Passeggiate a mare di chilometri e chilometri, con rachitiche palme ed infinite panchine impolverate. Di tanto in tanto, hotel lussuosi o sedicenti lussuosi con piscine azzurrine.

Ed anche tanti turisti, quasi tutti low cost e, soprattutto low quality: poveri anziani tedeschi con il bastoncino e le gambe fasciate gettati su quelle rive da insensibili tour operators; giovinastri inglesi perennemente ubriachi e schiamazzanti; coppie di quel tragico pallore che solo il Nord Europa conferisce. Questi ultimi si ritrovano spaesati ad andare in su e in giù sul brutto lungomare, trascinando la carrozzina del bambino e aspettando che finisca la loro settimana su cui avevano investito pochi soldi, ma tanta speranza, delusissima, di esotismo. Perchè in effetti in questa terra africana loro non troveranno niente di interessante.

Perchè non avranno la possibilità di andare sull’altro lato, quello esposto al burrascoso Oceano, dove, invece, posso dire di aver trovato uno dei panorami più belli ed attraenti che abbia visto in vita mia. L’altra costa è più scoscesa, molto arida, poco abitata, poco servita da strade, pochissimo turistica. Insomma c’e’ da farsela abbastanza a piedi. Il posto più spettacolare  è la spiaggia di Cofete all’estremo ovest. Ci siamo arrivati attraversando l’isola a piedi, partendo dall’orribilmente turistico Morro Jable e passando con un comodo sentiero la catena montuosa che corre lungo l’isola.

Dalla cresta si apre un enorme e meraviglioso paesaggio completamente deserto: in basso le poche case di Cofete, un pò sulla destra la tenebrosa casa del nazista Winter e davanti una sterminata e deserta spiaggia con l’Oceano sullo sfondo. Infuria il vento e gridano gli uccelli marini. Poi abbiamo camminato tutto un giorno su questa spiaggia, verso est per arrivare a un bellissimo campo di dune che copre tutta questa porzione di isola. Lo si attraversa verso la costa africana per arrivare all’ennesimo alveare turistico di Costa Calma. Un due giorni di cammino che valgono, da soli, il viaggio e di gran lunga.

La vegetazione è quasi totalmente assente e non solo per l’aridità del clima, ma anche per la sfrenato allevamento brado di capre che vi si fa. La maggior parte delle capre vivono libere e vengono riunite una sola volta l’anno per recuperare i capretti che vengono o avviati al macello o marchiati secondo i diversi proprietari. Le capre migliori vengono invece tenute in stabulazione per fare un formaggio di modesto gusto.

L’allevamento delle capre è una attività economica marginalissima. Eppure i danni che questi animali fanno alla vegetazione dell’isola è stato tremendo. Ogni minimo filo d’erba è raggiunto e tranciato, resistono solo poche e spinosissime piante che nemmeno le capre riescono ad addentare. E’ sconcertante come questa attività venga ancora permessa dalle leggi spagnole ed europee. Meglio sarebbe dare uno stipendio ai pastori per non fare nulla e lasciare che la vegetazione dell’isola si riprenda.

La riunione annuale delle capre è una festa tradizionale i cui eroi sono quei giovani allevatori che percorrono le montagne, anche molto scoscese, dall’alto verso il basso, spingendo le capre verso i punti di raccolta. Per scendere dalle creste delle montagne si aiutano con delle lunghe pertiche in una specie di pericolosissimo salto con l’asta verso il basso.

Un altra zona di grande emozione paesaggistica è la costa ad est di Ajuy con una costa altissima e frastagliata che piomba nell’oceano procelloso. In un punto, nell’altissima parete strapiombante vi sono delle grotte pericolosamente raggiungibili dal sentiero soprastante. In paese vi è una spiaggia di sassetti neri, un’altra simile a un’oretta di cammino verso est. Ajuy ha il vantaggio di essere raggiungibile su una strada asfaltata.

Sulla temibile costa africana l’unico luogo che ho visto di interesse è Pozo Negro dove sbocca in mare una lunga e nerissima, antica, colata lavica. Anche la spiaggia è nera e di ciottoli e forse per questo motivo è sfuggita al turismo massacrante. Continua….

Pozo Negro (Foto di Alessandro Vergari)
Pozo Negro (Foto di Alessandro Vergari)

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Elegia triste per la Macaronesia

Nebbia e tristezza vagano sulla Macaronesia,

il settimo continente, il più nuovo.

Nato dal fuoco e dal mare, là dove l’Atlantico si apre,

Azzorre, Madeira, Canarie, Capo Verde, mi piace aggiungerci Sao Tomé.

Isole nere e rosse di roccia vulcanica; l’estremo verdore delle Azzorre e di Sao Tomé controcanta l’aridità di Capo Verde.

Delle Canarie non so, le altre 21 isole sono 21 universi diversi per dialetto, storia e caratteristiche. Universi minuscoli ma completi.

La natura spadroneggia, il mare è nemico, l’uomo si adatta, se può; se non può, fugge: ce lo hanno portato a forza di armi o di miseria. Dall’Europa o dall’Africa.

Paesaggi belli, estremi, come spesso nelle terre vulcaniche. Ma sono ripetitivi, un po’ tutti uguali. Nella Macaronesia l’elemento straordinario è la storia umana. Recente e povera di fatti.

Un viaggio, secoli fa, da deportati. Poi generazioni relegate in un isola, senza mai uscirne. Poi un altro viaggio, da emigranti. Come la disseminazione della vita nell’universo, di meteorite in meteorite. Frutto del caso.

Portoghesi, spagnoli, africani, come tutti gli altri. Poi arrivano nelle isole e diventano un’altra cosa. L’isola cambia l’anima alla gente.

Gli azzorriani hanno popolato il mondo. Stati Uniti, Brasile, Angola, Mozambico.

Solo un pelo sopra i negri. Più numerosi i capoverdiani negli States che a Capo Verde; quelli di Fogo stanno tutti a Brocton, sobborgo di Boston. Vi hanno ricreato la loro isola.

Mακάρων νῆσοι, le isole dei beati per i greci, che preferirono le loro e qua non vennero. Vennero i Cartaginesi alle Canarie, si chiamarono Guanci e furono sterminati dagli spagnoli. Boccaccio ne parla. Le Azzorre stanno nell’Atlante Mediceo del 1351, ben prima che i portoghesi dicessero di averle scoperte.

Fra Europa ed America, riposo per galeoni e skippers mesciati biondi, riserva di acqua, legna, carne e braccia per pirati e baleniere americane. Scalo di aerei, base di antenne militari, stazione di cavi transoceanici.

Isole che esistono perché qualcuno ne ha bisogno. Gli isolani li vedono arrivare; poi se ne vanno e loro restano. Desiderio di seguirli e paura di affrontare il mondo.

Mare grande, mare brutto, mare contro, mare che divide.  on è il mare di Ulisse, è quello di Achab.

1500 fiamminghi nel ‘400 vennero a Faial per coltivare l’Isatis, colorante tessile. Diversi dagli altri, sono ancora lì, nel loro villaggio, Flamengos. Ho fatto con loro il pranzo parrocchiale della domenica, oggi. Nessuno parlava.

Tristezza da nebbia, da isolamento, da portoghesi, popolo tristissimo anche in continente.

A Capo Verde il sangue africano riscalda l’ambiente e si vive. Donne abituate a giostrare con perizia contro la violenza stupratrice del colono portoghese.

Unico divertimento, la musica, diffusissima ovunque e da sempre. Ogni isola, ogni frazione una banda, uno stile diverso.

Sono macaronese anch’io. Vi ho passato l’1% della mia vita. E soffrii e soffro la sindrome dell’isolano. Malinconica nostalgia del mondo lontano, paura di tornarvi. Un’isola è un utero. Desiderio e dovere di lasciarlo, ma lasciatemi dentro ancora un po’. Qui sto al sicuro, niente può succedermi, di male. E la tristezza macaronesica m’invade.