Caraibi

Le isole dei Caraibi sono molte e molto varie: i viaggi possibili sono numerosi.

C’e’ Cuba e c’e’ Santo Domingo, con i suoi abitanti e con i molti italiani che ci sono andati a vivere.

Ci sono le Antille francesi con la Martinica e la Guadalupa, con i suoi problemi di razzismo e con le difficoltà per il turista. Ma anche con la meravigliosa isola di Marie Galante e con il borgo di Grand’Riviere alla Martinica. Anche l’isola di Saint Martin è parzialmente francese, ma la sua visita è decisamente sconsigliata.

Vi sono le isole indipendenti di Dominica e qulle di Antigua e della interessantissima Barbuda.

Vi sono incredibili spiagge, ma anche altri aspetti di grande interesse, mentre le crociere sono nettamente sconsigliate.

Dietro la spiaggia, cosa? Andare ai Caraibi?

La canna da zucchero ai Caraibi, benedizione per i bianchi, maledizione per i neri.

Ma oltre alle spiagge di commovente bellezza sulle quali riposa la fama ed il fascino della parola Caraibi, cosa altro c’e’? Se non ci basta stare in un resort di lusso e passare il tempo a bere rum su una spiaggia bianca, con l’acqua cristallina, all’ombra delle palme arcuate, che altro possiamo trovare?

Ebbene la risposta è straordinariamente difficile e può essere: tutto e niente.

Dapprima bisogna considerare la grande variabilità fra le diverse isole, come geografia, clima, accoglienza, sviluppo, gente, lingua.   Vi è quindi una prima fonte di sorpresa quando si passa da un’isola all’altra e si trovano delle differenze abissali. Già questo potrebbe essere un motivo d’interesse.

Le tipiche case di legno diffuse un pò in tutte le isole.

Purtroppo è abbastanza difficile e caro spostarsi fra le isole. In alcuni gruppi, le isole sono collegate fra di loro da traghetti (Montserrat-AntiguaBarbuda o le Granadine o GuadalupaDominicaMartinica-Santa Lucia o St. Martin-Anguilla-St Barthelemy), ma, in generale bisogna spostarsi in aereo con l’obbligo di passare da certi hub come St. Martin o la Guadalupa. I voli non sono molti e spesso non in connessione. Sono anche cari e con aerei piccoli, di compagnie locali dagli orari a volte molto elastici. In certi casi bisogna telefonare la sera prima per sapere se l’indomani si vola. Tutto ciò fa si che percorrere la catena delle isole diventa complicato, lungo e molto caro. Paradossalmente molte isole sono più facilmente collegate alle loro madre patrie (attuali o antiche) che fra di loro.

Preparazione di una carbonaia a Barbuda.

E qua si arriva ad un altro tema di interesse del viaggiare fra le isole caraibiche. La loro storia è abbastanza simile: in tutte le isole gli indigeni furono rapidamente sterminati, vi vennero portati grandi quantità di africani che, comandati da pochi bianchi, coltivarono la canna da zucchero fino all’abolizione della schiavitù. Ci si potrebbe quindi attendere situazioni sociali abbastanza omogenee. Invece si tratta di popoli molto diversi fra di loro: l’influenza dei colonizatori è stata così grande da aver profondamente modellato quelle società. Quindi fra i benestanti e frequentemente razzisti abitanti della Guadalupa di stile, lingua e passaporto francese e i discretamente poveri abitanti di Dominica di stampo, lingua e guida (a sinistra) inglese, di influenza giamaicana e di nazionalità propria, la differenza è enorme anche se i chilometri che dividono le due isole sono solo 42. Per non parlare poi degli abitanti della Repubblica Dominicana (Santo Domingo), di lingua spagnola, di discreta situazione economica e di facile accoglienza; ben diversi dai loro vicini di Haiti, sulla stessa isola, ma di stretta origine africana, di insopportabile povertà e dalla magia nera facile e temutissima.

I resti di un mulino a vento per spremere la canna da zucchero.

Eppure, nonostante tali differenze permane sul fondo, indelebile e dolorosa l’immanenza di un passato fatto di ingiustizia assoluta e di dolori plurisecolari. Una macchia indelebile di sofferenza  che la schiavitù ha lasciato sulla popolazione nera. E tale sofferenza, anche se ormai ricoperta da molti strati di tempo colpisce e non ti lascia a tuo agio. Molte di queste isole sono schegge di Africa finite dove non dovrebbero essere. La musica della Guadalupa rende bene l’idea di quel che voglio dire.

Vi è poi la sensazione di insularità, sempre molto forte. Quel misto di intimità che danno i luoghi piccoli e di claustrofobia perchè son troppo piccoli. Quel piacere di esserci e quella voglia di andarsene in un altro luogo dove non ci sia perennemente il mare a fermare i tuoi passi. E la doppia insularità in quelle isole che dipendono da un’altra isola (Les Saintes e Marie Galante da Guadalupa, Barbuda da Antigua).

Certo manca ai Caraibi, con l’eccezione di Santo Domingo e di Portorico (e, naturalmente Cuba), ogni traccia di momumento di certo spessore o di edificio antico che non siano le solite fortezze. La storia vi è passata senza lasciar tracce materiali. E non si riesce a percepire un’attività culturale che possa richiamare l’attenzione. Unica eccezione pare essere il Carnevale molto sentito e diffuso; appunto, la più rudimentale delle manifestazioni culturali.

I costumi tipici della Martinica sono di stoffa Madras, proveniente dall’India. Nemmeno questo era fatto localmente.

Pare quasi di poter dire che la cultura caraibica è disegnata sia dall’assenza di caratteristiche stabili quanto dal fluire di mille influenze ondivaghe che piace andare a seguire a naso, a mente libera. Ci si trova, insomma, in una parte di mondo sconquassata da una terribile storia e frammentata in mille isole disomogenee in cui l’interesse, più culturale/antropologico che turistico, sta nell’osservare come questa umanità sta cercando di organizzarsi in società più stabili. Ogni isola a suo modo e con diversi risultati.

Oltre le spiagge quindi non vi sarà niente per il turista affrettato e facilone; ma vi sarà un mondo variegato, sfuggevole, sottile e affascinante per chi vorrà addentrarvisi con il tempo, il rispetto e soprattuto la curiosità necessarie.

 

I molti Caraibi possibili

La villa di una fattoria schiavistica a Marie Galante.

Vi sono i Caraibi delle crociere durante le quali il turista sfiora appena la terra, limitandosi ad una passeggiata nel quartiere del porto di St. Martin, Dominica o Antigua o, al massimo ad un giro guidato a qualche spiaggia o foresta come alla Guadalupa o a Samanà di Santo Domingo. Se ne andrà senza aver visto o capito molto.

Ci sono i Caraibi dei grandi villaggi turistici ormai chiamati resort. Vi si va spesso con viaggi all inclusive durante i quali il turista è trasportato in una struttura e lì mantenuto fino ad essere rispedito a casa. Se vuole può uscire per qualche escursione, in gruppo e caramente pagata. I resort sono su belle spiagge, ma il loro livello medio penso che sia abbastanza inferiore a quanto il turista si aspetta. Alcuni sono enormi come Casa de Campo a Santo Domingo; altri si vogliono di lusso e sono terribilmente cari come a Saint Barthelemy con prezzi superiori ai 2.000 € a notte.  Ma anche quelli più modesti hanno dei prezzi assai elevati, con rapporto qualità/prezzo insoddisfacente.

La spiaggia Les Galets a Marie Galante.

Ci sono i Caraibi delle spiagge bianche e dell’acqua cristallina e questa è la cartolina più conosciuta. Ma ci sono anche le spiagge nere di sabbia vulcanica e quelle con le striature rosa date dai frammenti delle conchiglie (Barbuda, Pink Beach).

Ci sono i Caraibi delle isole piatte ed aride e quelli delle isole montuose e verdissime con foreste primarie intatte. E nella stessa isola, anche se piccola, a volte si trova il lato esposto verso l’Atlantico lussureggiante e quello verso il mar dei Caraibi che è arido.

Ci sono i Caraibi delle isole francesi, dove ci si crederebbe di essere in Europa. Autostrade, ingorghi, centri commerciali, efficienza (relativa) dei servizi, conflitti razziali come in una qualsiasi periferia parigina. Niente di tropicale, salvo il clima.

Grattacieli a Fort de France (Martinique)

Ci sono i Caraibi delle grandi isole di lingua spagnola: Cuba e Santo Domingo. Il vero mondo tropicale, la musica, la gente per strada, le donne disponibilissime, il rum, rapporti facili con le persone. Le solite stupende spiagge, ma anche storia, monumenti e una forte cultura ben radicata. E questo manca nelle altre isole più piccole.

Ci sono i Caraibi delle piccole isole semidimenticate come Marie Galante, Barbuda, le Granadine. Le più originali, nelle loro differenze, scomode da raggiungere e da vivere, con pochi servizi e poca ricettività, ma certamente quelle che danno le emozioni più forti.

Ci sono i Caraibi delle isole delle ville e degli appartamenti: Anguilla, St. Barthelemy, St. Martin, Antigua dove benestanti  e ricchissimi (St. Barthelemy) hanno casa, più per avercela che per andarci. Spiagge meravigliose su isole lottizzate e divise in infiniti quadratini dotati di villetta, villa, villona, giardini e personale di Santo Domingo.

Resort Palmetto abbandonato a Barbuda.

Ci sono i Caraibi degli arcipelaghi – Stato: le Granadine, Dominica, St. Kitts e Nevis, Antigua e Barbuda. Strani artefatti della storia coloniale di quella parte di mondo. Ministati insulari che destano curiosità e simpatia, molto diversi gli uni dagli altri, spesso poveri, ma più vitali, ad esempio, delle isole francesi.

Ci sono i Caraibi a fortissima predominanza statunitense come le Bahamas, le Isole Vergini americane, Portorico, Turks e Caicos. E pare che, nonostante ciò, abbiano ancora degli angoli pochissimo frequentati.

Ci sono i Caraibi periferici: quelle isole più lontane dal grande arco che tutti abbiamo in mente: Giamaica, Trinidad e Tobago, Curaçao, Bonaire e Aruba, le isoline della Colombia e dell’Honduras. Alcune di queste sono iper turistiche, altre sembra che conservino aspetti molto interessanti.

Insomma, i Caraibi non sono affatto una unità, ma una infinita gama di possibilità; un mondo a volte affascinante, a volte ributtante. Un ventaglio in cui perdersi.

 

​La calamità delle crociere

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La nave è più grande di Roseau, la capitale di Dominica.

Le crociere sono il fenomeno piu’ nefasto e devastante del turismo moderno.  Sono l’opposto e la negazione  del concetto di viaggio.  Sono il trionfo del peggior capitalismo, sfacciato e vigliacco. Le compagnkie di navigazione prendono in giro i turisti, schiavizzano i lavoratori, distruggono le economie dei porti visitati,  inducono alla prostituzione le politiche di quelle città.

Se ci fate caso vedrete che molti dei croceristi sono obesi.  Infatti, il maggior richiamo delle compagnie e’ il cibo: ottimo,  abbondante,  a tutte le ore e soprattutto compreso nel prezzo.  Si va in crociera per uccidersi di buffet pantagruelici.  Mi dicono che ci sono sprechi assurdi.

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Navi come palazzi a St. John’s di Antigua.

Se ci fate ancor più caso vedrete che i croceristi, una volta a terra, si guardano intorno con sospetto. Sono infatti persone,  molto spesso, impaurite del nuovo e timorose dell’estero.   Vi si avventurano solo se protetti nella pancia della loro nave-mamma, meglio se battente la propria bandiera e parlante la propria lingua.  Quando la lasciano e’ solo per poche ore,  ben intruppati, organizzati e si affrettano a ritornarvi.

Queste enormi navi navigucchiano la notte e passano la giornata nei porti, spesso di piccole cittadine.  Due o tre mila persone vi scendono ed hanno due possibilità: passeggiare nelle vie del borgo o partecipare alle famigerate escursioni, organizzate dalla nave o proposte dagli avidi tassisti locali.

In entrambi casi affollerranno luoghi non fatti per simili moltitudini.  Poi i turisti se ne andranno,  avendo comprato pochi oggetti fatti in Cina e bevuto una bottiglia d’acqua.  Il pranzo si fa a bordo, gratis! Tassisti e commercianti di cianfrusaglie ricadono nel dormiveglia,  in attesa della prossima nave.  Ma il borgo intorno al porto ha ormai perso l’anima, acquisendo l’aspetto di centro commerciale.

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I turisti sbarcano e si aggirono nelle via del borgo del porto, trasformato in povero centro commerciale..

Lasciano poco i croceristi,  ma comunque qualcosa lasciano.  Ed ecco che gli amministratori locali si fanno in quattro e piangono e si sbracciano e chiedono soldi al Governo fino ad avere il molo che permetterà a queste gigantesche navi di pirati di attraccare nel loro porto.  E quando questo  succede sono felici e si aspettano la rielezione.  Salvo accorgersi,  come e’ successo a Cadice, che quando i croceristi sbarcano i negozi sono chiusi,  essendo l’ora della siesta; ed nei ristoranti, che pur sarebbero aperti, i croceristi non ci vanno, avendo gia’ pranzato a bordo.

Pare inoltre che la vita a bordo sia piuttosto noiosa,  che la piscina sia una pozza,  che manchino gran divertimenti e che si cerchi di appioppare ai clienti batterie da cucina ed elisir di giovinezza.

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Lo scandalo delle navi da crociera a Venezia.

Si dice che le crociere siano a buon mercato.  Ciò non e’ del tutto vero.  Le compagnie riprendono con le carissime ed inevitabili escursioni ciò che lasciano sul soggiorno. Ed inoltre hanno l’odiosa pratica di esigere un ulteriore 10% del prezzo, come mancia obbligatoria, per il personale.  Che, comunque,  e’ filippino,  in larga misura, ed ha orari e salari asiatici.

Il fenomeno delle crociere e’ particolarmente triste ai Caraibi dove la gente sarebbe molto ospitale e dove l’economia locale avrebbe un gran bisogno di turisti che riempiano alberghetti e ristorantini. Invece vedo questi mastodonti schiacciare i piccoli quartieri del porto. Li ho visti ovunque: Samanà a Santo Domingo, Pointe à Pitre alla Guadalupa, Fort de France alla Martinica, Roseau a Dominica, Saint John’s ad Antigua, Philipsbourg a Saint Martin. I turisti scendono, fanno un passeggino e risalgono a bordo, braccati dal caldo e dal sapore dei tropici. Tornaranno a casa e cosa avranno visto? A che serve viaggiare in questo modo?

​L’isola di Marie Galante sfiora la perfezione

img_20170210_150638.jpgNumerose spiagge d’una bellezza commovente,  che non si riesce ad esprimere come si deve.  Quell’acqua cristallina,  contenta e sbarazzina. Quei riflessi ondivaghi dal colore celestiale.   Quella sabbia bianca che dispiace togliersi dai piedi.  Quelle palme che ombreggiano la spiaggia come fossero state piantate dall’Ufficio del Turismo. Quelle onde oceaniche che si infrangono lontano,  sulla barriera corallina,  ed arrivano a riva scodinzolando.

img_20170211_115203.jpgPiccolina (due terzi dell’Elba)  e rotondetta, l’isola di Marie Galante e’ francese e sta fra la Guadalupa e la Dominica,  nelle Antille,  ai Caraibi.

Ma non solo le spiagge.

L’interno e’ un altipiano vallonato agricolo e bucolico.  Vi si coltiva quasi esclusivamente la canna da zucchero,  soprattutto per farne del rum,  reputatissimo in Francia.  Prima schiavi,  poi lavoratori,  ora spesso piccoli proprietari,  la popolazione dell’isola vive in belle case sparse in campagna ed e’ attaccatissima alla img_20170209_162639.jpgtradizione.  Si vogliono ancora utilizzare i carri trainati dai buoi, si alleva del bestiame in modo antichissimo, si rifiuta il cadastro affidando la prova della proprietà alla memoria collettiva, si rifiutano con grande fermezza i tentativi di speculazione immobiliaria-turistica (che hanno distrutto Saint Martin).
Oltre la canna da zucchero, pochissime altre attività;  un po’ di turismo,  discreto e poco visibile: molte case in affitto, pochissimi alberghi di piccole dimensioni.

Tre borghi, sbiaditi dal sole e tramortiti da perenne siesta. Scalcinati come tanti borghi marinai nel Mediterraneo degli anni ’60.

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Le casette in campagna sono spesso colorate e graziose. In molti casi attendono i proprietari, emigrati in Francia e che vi ritorneranno ormai in pensione.

Quindi pochi abitanti, delinquenza quasi inesistente, traffico simbolico,  una grandissima calma, rapporti facili con le persone.  Una deliziosa situazione di serenità, pace,  familiarità’. Pare di aver vissuto da sempre su queste plaghe felici e di non volersene andar mai.

Questa isola merita,  da sola e di gran lunga,  un viaggio ai Caraibi.

Esiste un lato negativo (oltre al fatto che la sera non c’e’ niente da fare).  Come in tutte  le altre isole francesi manca completamente il sapore tropicale,  la musica,  la voglia di vivere,  la gente in strada,  la calda confusione delle notti, tipiche di questa parte di mondo.

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Resti di un molino a vento per macinare la canna da zucchero.

Il benessere,   il welfare,  l’emigrazione facile, gli infiniti aiuti agli individui,  alle famiglie,  alle attività agricole;  la pressione,  tipicamente francese e fortissima, contro ogni espressione culturale che non sia quella nazionale elaborata nei salotti parigini; tutto ciò ha fatto di questo popolo un insieme di piccoli e benestanti francesi.

Meglio cosi’ per loro,  certamente, ma insipido per il turista.

La tristezza della Guadalupa.  (Non andateci) 

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Foresta densissima alla Basse-Terre

Che consigliare?  Vale la pena di andare alla Guadalupa oppure no?
La risposta e’ chiara,  rotonda, netta: no.

Eppure i punti positivi sono numerosi: siamo in Europa, è una isola francese. Quindi le condizioni di vita, di sicurezza, sanitarie e sociali sono praticamente come nel resto d’Europa.  In altre parole si puo’ vivere alla Guadalupa come se si fosse all’isola d’Elba.

Ci sono poi delle bellissime spiagge ed una grande e verdissima montagna ricca di vegetazione tropicale che si puo’ anche percorrere a piedi.
Si mangia molto bene alla Guadalupa.  La cucina delle Antille e’ varia,  saporita, succolenta e gustosa.  Intingoli che si possono principalmente trovare nelle modeste trattorie frequentate dai locali, nei paesini; si beve dell’ottimo rum.

E si trovano anche degli spunti molto interessanti nella storia dell’isola, ricca di avvenimenti,  con la sua tragedia della schiavitu’ e con l’economia della canna da zucchero. E’ anche appassionante la mescola di popoli e di culture che affollano l’isola. Tutto cò merita l’osservazione del turista ed un approfondimento, se possibile.

Ebbene, nonostante tutto ciò, gli aspetti negativi prevalgono.

Se decidete di andare nel mondo tropicale e’ perche volete trovare un sapore esotico, anche se con alcune difficolta’.  Se vi dovete ritrovare nel traffico come a casa, con i supermercati ed i centri commerciali come a casa, con le regole, gli orari, lo stress e le nevrosi quasi come a casa, tanto vale andare veramente all’Elba o in Sardegna dove le spiagge non sono da meno. E tutto ciò dovendo combattere con dei prezzi ben superiori a quelli nostrani.

Inoltre.  Il fatto che sia Francia fa si che il turismo sia quasi esclusivamente domestico: questo vuol dire che la maggioranza dei turisti sono francesi che pur volendo l’esotico, scelgono quello di casa, per evitare ogni inconveniente . Si tratta quindi di un turismo assai pantofolaio e conservatore. Manca l’internazionalismo turistico e sovrabbonda il nazional-popolare, che ciò sia detto con tutta la simpatia.

Fra gli altri aspetti negativi della Guadalupa vi è il diffusissimo razzismo contro i bianchi che rende tesa l’aria e potenzialmente periglioso ogni rapporto con il popolo locale.

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La morte di una palma.

In piu’ mancano quei luoghi e quei momenti piacevoli che allietano i turisti abituati al mediterraneo. Difficilissimo, per non dire impossibile, recarsi in città e trovare un bel negozio (tutti emigrati nei centri commerciali), un bar accogliente, un ristorante non dozzinalissimo, un corso dove passeggiare.  Questo stato di cose potrebbe essere accettabile in un paese povero, come se ne trovano in questa regione. Ma è incomprensibile che ciò avvenga in Francia.

Insomma,  ci troviamo in un luogo di schiavi dove e’ arrivato il welfare.  Vi e’ un certo benessere con  diritti e servizi pubblici di buon livello. Ma i due secoli e mezzo trascorsi dall’abolizione della schiavitu’ non sono bastati a quella popolazione  per costruire uno stile di vita piacevole. I padroni bianchi vivevano molto bene, ma niente di quello stile è passato nè agli schiavi, nè ai discendenti attuali di quegli schiavi. La schiavitù è alla Guadalupa una maledizione che non cessa di produrre infelicità.

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La canna da zucchero, maledizione di generazioni di schiavi africani e benedizione di generazioni di padroni francesi.

Paradossalmente si può affermare che gli africani che sono rimasti nei paesi di origine degli schiavi menano una vita, certo molto più difficile dal punto di vista economico e molto meno protetta dal punto di vista dei diritti civili. Ma indubbiamente più ricca per quanto riguarda la socialità, i semplici piaceri di base, le manifestazioni personali. Tutto ciò mi è fonte di infinita tristezza.

Risparmiatevela.  Le spiagge fra Le Gosier e Saint Francois o la costa montuosa della Basse-Terre non valgono tutta questa pena. E alla Martinica o a Saint Martin non è meglio.

La brutta vita della Guadalupa

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Spiaggia di Saint’Anne.

Stranissimo mondo la Guadalupa.  E’ una colonia francese ed è quindi come essere in Francia, ma ai Caraibi, o alle Antille, come dicono loro; poco più a nord della Martinica. Isola ricca di belle spiagge e di una grande catena montuosa dalla rigogliosissima vegetazione. Nei pressi le isole minori de Les Saintes e la meravigliosa Marie Galante.

Purtroppo il turista ci vive male. Non sono capaci di ben accogliere il visitatore. Vi sono aspetti incredibili.

Non esistono i bar! Da dimenticare di riposarsi a fine giornata, in vista mare, con una bella birra. Li ho cercati dappertutto, ma di bar ne ho trovato pochissimi, e quei pochi mi son sembrati brutti, trasandati, costretti in miseri angoli, con vista al massimo su un parcheggio. Se hai sete devi andare in uno dei loro alimentari e comprarti una birra, che puoi bere su una sedia zoppa sul marciapiede.

Del resto vi sono poche marche di birra, e tutte in bottiglie molto piccole. Mi hanno spiegato che i locali preferiscono bere rum, la sera, rapidamente, in questi negozi ed in quantità modesta. Manca, quindi, completamente, la cultura del bar, come si intende nel Mediterraneo.

Anche i ristoranti sono molto deludenti: brutti, malandati, mal tenuti, affollati e di cattiva qualità. Fuori dall’orario dei pranzi offrono bevande ai turisti stanchi, ma non sono certo degli accoglienti bar. Mancano anche, quasi del tutto, i bistrot francesi che sono bar dove puoi mangiare uno o due piatti.

Grande quantità, invece, di piccole rosticcerie, dove comprare un fagotto di cibo e scappare a mangiarselo a casa, furtivamente. Molto diffusi anche i furgoni che nelle piazze, nelle vie, vendono cibo di bassa qualità e molto anonimo. Si mangia anche molto nei centri commerciali. Non ho visto un solo ristorante elegante.

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Pointe de la Vigie.

La pur importante cucina delle Antlle affoga miseramente fra paninis, pizza, hamburgher, polpette e fetenzie simili. E per finire, il rapporto qualità/prezzo è scandaloso. Sulle spiagge, alcune delle quali anche molto belle, la situazione non migliora. Qualche furgone, con poveri ombrelloni e la gente intasata sotto, che in confronto le feste dell’Unità erano puro lusso. L’unico sollievo è dato al turista caparbio da certe gargotte di pessimo aspetto dove si rifugiano i vecchi a bere bicchierini di punch al rum. In quelle bettole, nascoste nei paesi e lontane dai luoghi più turistici, il padrone fa anche da mangiare, sempre cibi locali e spesso di grande bontà. I tavoli sono comuni e ci si siede e si chiacchera con tutti, se, naturalmente, conoscete il creolo. Luoghi interessantissimi da un punto di vista antropologico, ma certo ben diversi da quello che uno può aspettarsi ai Caraibi.

Nemmeno per quanto riguarda gli alberghi la situazione è confortevole: sono pretenziosi e molto cari, ma di basso livello generale. Sono tutti concentrati a Gosier, dove la spiaggia è minima. Quindi, tutti quanti i turisti affittano una macchina e si sparpagliano nel resto dell’isola cercando quel che possono. Intasamenti.

Ma mancano anche i bei negozi, le cui vetrine, a volte, si ama ammirare. Solo botteghe cialtrone in mano a libanesi arraffoni. Lo stesso grande centro commerciale prossimo a Point-à-Pitre è una brutta copia di quelli veri, ma con prezzi superiori a quelli francesi.

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Pranzo sulla spiaggia?

I centri urbani alle 6 di sera si spopolano completamente ed appaiono lugubri e pericolosi. Poche luci, nessun passante, non un locale aperto. Tutti barricati in casa a vedere la televisione. I turisti non possono fare altro che stare rinchiusi negli alberghi. La morte civile. Impossibile trovare un corso dove fare una passeggiata con dei locali accoglienti, dove fare amicizia con questo o quella.

Non si ode mai, e da nessuna parte, uno spiffero di musica. E siamo ai Caraibi!!!

Unica eccezione, importantissima, sono le reunioni del sabato sera di certi gruppi informali che suonano le percussioni. Si ritrovano nei paesi, fuori dalla bottega-bar e fanno cose travolgenti. Non vi è un vero pubblico, solo i passanti che si attardano ad ascoltarli. I suonatori non chiedono soldi per essere ascoltati, lo fanno per il proprio piacere. E’ come essere nel campo degli schiavi, di notte, dopo il taglio della canna, due secoli fa. Difficile trovarli, bisogna chiedere in giro, questo è un video rappresentativo.

I trasporti pubblici sono complessi e confusi, non certo alla portata del turista, obbligato ad affitare un’auto per muoversi anche di poco.

Potrebbe essere un paradiso, quest’isola ed è invece un luogo povero di vita ed immiserito dalla tristezza,  Il perfetto contrario della “Bella Vita” che ci si attenderebbe ai Caraibi. I perchè vanno probabilmente ricercati nell’oppressione che un manipolo di meschinissimi francesi hanno fatto sulla popolazione di schiavi prima e di asserviti poi. Hanno ucciso l’anima di un popolo che è diventato incapace di vivere e di gioire. Ed infatti la tensione razziale è altissima.