Levanzo, Egadi, Trapani.

IMG_20160404_125446Vi sono a volte viaggi che, nati per caso o per noia, si rivelano improvvisamente come molto felici. E destinazioni che parevano purgatori si trasformano in dolcissimi paradisi. Uno di questi si è rivelato essere Levanzo, la minore delle Egadi, di fronte a Trapani. Fuori stagione, s’intende.

Ci son capitato quasi per caso, volendo andare nella più importante Favignana e mi ci son fermato qualche giorno. Partendo ci ho lasciato il cuore.

Qualche decina di case, 40 abitanti durante l’inverno, un negozio di tutto, due bar. Mare turchese nel porto. Un alberghetto, qualche camera nel paese. Nient’altro.

IMG_20160404_130139Nessuna spiaggia di sabbia, finalmente.

Si fa il giro dell’isola a piedi in un giorno, comodamente. Si troverà qualche casa al centro dell’isola, con una bella pianura in miniatura. Fu proprietà della mitica famiglia dei Florio che ci facevano i loro vini, ora è dei voraci Prada. La terra non è più coltivata, solo pochissimi orti, ma è stata ben rimboschita con pini piantati su antichi terrazzamenti. Qualche stalla abbandonata sulle pendici della montagna. Verso il mare c’e’ anche una famosa grotta dipinta nel Paleolitico.

Dal lato opposto dell’isola, delle caserme ed un faro: tutto abbandonato, roso, eroso, scrostato, mediterraneo. Ora il faro è stato affittato per farne un albergo. Il luogo è assolutamente stupendo.

IMG_20160404_132636Gente subito amichevole; trovo su un sentiero un pescatore pensionato che mi  offre le patelle appena pescate che mangio ancora vive. Ma si guarda in giro, deve essere proibita la raccolta. Sul porto stuzzico tre vecchietti che si stanno annoiando. E diventano subito maldicenti gli uni contro gli altri, separati da faide non cruente, ma profondissime.

Prezzi molto accessibili, almeno in bassa stagione. Dormo nell’albergo del porto, il trattamento è più che familiare e lì mi nutro, abbondantemente. Naturalmente si chiama Hotel Paradiso!

Un luogo dove andare per dimenticarsi, per rinunciare al mondo, per far finta, riuscendoci, di non esistere.

 

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Il faro, ora affittato e trasformato in albergo.

 

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Il meglio della mia Finlandia.

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Bungalow dell’eco-ostello di Linnansaari.
Un approdo, un fuoco, due salsicce….

Noleggiare una piccola barca con un motore da 10 cavalli a Oravi (carucci, ma completi e professionali) e girare nell’intrico di acqua, terra ed alberi fermandosi ad accendere un fuoco ed arrostirsi quel che si vuole (ma solo fuori dal Parco, dentro è proibito). Ancor meglio noleggiare una canoa, la tenda e quanto ci voglia e passare alcuni giorni fra le isole, remando e camminando. Acqua fredda e zanzare fameliche ma tontolone. Andare a sera all’Eco-ostello del parco per fare una sauna e visitare l’interessantissima azienda agricola del parco di Linnansaari, gestita come 100 anni fa.

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Parco di Linnansaari.

Viaggiare in macchina, o in bus per quelle infinite strade deserte, costeggiate da fiori o da neve, nella perenne luce o nel perenne buio, in quella che sembra una sola infinita foresta, chiazzata da acqua o da modeste radure; talvolta dei campi o dei pascoli rasati. Scarso il traffico, ordinatissimo e rispettoso di ogni regola immaginabile. Quasi mai dei paesi, rare le cittadine ed anche quelle semi-deserte, con pochi passanti. Ovunque un’atmosfera chiara; di luoghi che sembrano stare in un altro mondo rispetto a quello che abbiamo conosciuto fino a quel momento. Senso di estraneamento, ma gradevole, pacifico. Pare che nessuno abbia fretta o che sia particolarmente interessato a fare quel che sta facendo. E’ un paese astratto, rarefatto, diafano, liscio, accomodante, riservato. Ti senti sempre a tuo agio e ti chiedi perchè non ci sei venuto prima. Poi a viverci, magari, sarà un incubo per la mancanza di rumore e di emozioni forti; ma almeno per il tempo di un viaggio da turisti mi sembra un paradiso di beatitudine.

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Il municipio di Saynatsalo di Alvar Aalto del 1949.

E la stessa sensazione la danno gli interni, quelli nel famoso stile finlandese. Di grande semplicità e luminosità, sono altrettanto rarefatti del mondo esterno.  Negli alberghi, nei ristoranti, nei negozi, a volte anche nei ristori lungo le strade. Luoghi dove ti sembra che niente di male può avvenire, esattamente come in quella natura boscosa e lacustre dove i pericoli sembrano banditi dalla mano benevola delle Fate del Nord.  Atmosfere senza conflitti ed aggressività.

E la magia della notte fonda alle 11 della mattina, d’inverno, oltre il circolo polare, con il ghiaccio che scricchiola sotto le scarpe e la vita che pare scorrere normalmente: i bambini a scuola, gli adulti al lavoro, le nonne che vanno a fare la spesa con una specie di carrello del supermercato a forma di slitta che permette loro di sostenersi e di non scivolare. Poi viene un pò di chiarore e si vedono le renne nel parco cittadino di Rovaniemi e, più a nord, i laghi completamente ghiacciati dove duri uomini si divertono a correre sulle motoslitte.  E’ luce fugace, dopo un paio di ore di chiarore si torna al buio pesto e non sai più che momento della giornata sia e quando verrà il prossimo domani. Un viaggio sempre di notte; anche nel ricordo non si riesce a collocare gli avvenimento nel corso della giornata. Della nottata, per meglio dire. Non ci si capisce più niente ed il senso di stranezza è totale; dopo una settimana cominci anche a stare un pò maluccio.

Ma bello anche il Chiasma, il museo di Arte Contemporanea ed il teatro accanto, pieno di attività per tutti e tutte le ore. Del Chiasma, confesso che mi piace anche la caffetteria, affollata a pranzo, che da l’idea che anche quello spuntno che vi si prende sia un pò artistico. Ma mi piace anche il fatto che i bar siano spesso self-service, con tutta una serie di macchine sul bancone che dispensano svariate bevande e che vai poi a pagare alla cassa. Ed almeno l’acqua è gratis: ho visto giovani che stavano a lungo seduti ad un tavolino bevendosi solo un bicchier d’acqua. Pare che tutti si fidano di tutti e nessuno cerca di fregare nessuno.

E mi piace moltissimo  Arto Paasilinna, lo scrittore finlandese che riesce a dare nei suoi romanzi, esattissima, l’atmosfera che trovo nella natura finlandese. E’ uno di quei pochi casi in cui l’esprienza del lettore e quella del viaggiatore combaciano quasi perfettemente. Consiglio: Il bosco delle volpi, Il mugnaio urlante, Lo smemorato di Tapiola. Il suo editore italiano è Iperborea.

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L’incredibile opera di Markus Kahre esposta al Chiasma. (Qui in una versione esposta a Liverpool nel 2012).

Cito infine l’artista Markus Kahre e la sua straordinaria opera dello specchio, ospitata al Chiasma.

 

L’Isola del Giglio si merita le 4 vele di Legambiente? Direi di no.

Legambiente ha diffuso in questi giorni la Guida Blu 2014. All’Isola del Giglio attibuisce 4 vele, un solo passo sotto il massimo che sono 5 vele. Il giudizio è basato su un amplio spettro di criteri.

Il Viaggiatore Critico ha visitato l’Isola del Giglio e non ritiene affatto che questa località vada così premiata. Per  i seguenti motivi:

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La Centrale termica del Giglio, a poche decine di metri da Campese.

1) L’energia elettrica dell’isola è fornita da una centrale termica privata di proprietà della SEI. Gli isolani pagano delle tariffe molto alte e l’impianto termico stona veramente in un quadro che vorrebbe essere molto pulito. L’Argentario è a soli 15 km e non sarebbe certo difficile tirare un cavo per l’elettricità. Ora sarebbe ancora più semplice dal momento che le importanti ditte che stanno lavorando intorno alla Costa Concordia si sarebbero dette disposte a posare tale cavo anche gratuitamente, come forma di ringraziamento per l’accoglienza ricevuta dalla popolazione.  Ma sembra che il Comune non abbia accolto l’offerta….. I sospetti di opacità sono evidenti.

2) L’acqua è prodotta da un dissalatore che va ad energia elettrica prodotta, ovviamente, dalla stessa centrale termica. E’ noto che dissalare l’acqua di mare ha costi energetici altissimi. Anche in questo caso la proprietà privata che detiene la centrale elettrica sarà ben contenta.

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Discarica sulla strada fra Campese e il deposito comunale.

3) Il Viaggiatore critico ha trovato una discarica abusiva a poca distanza da Campese.  E’ accanto ad un piccolo cantiere navale ed è visibile anche su Google Earth (42°21’23.92″ e 10°52’52,24″). Barche e motori abbandonati lungo la strada, in mezzo agli alberi. In più, si tratta della strada che unisce Campese al deposito comunale ed è quindi pemanentemente sotto gli occhi dei dipendenti comunali.

 

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I vecchi lampioni abbandonati sul bordo della strada.

4) Ma c’e’ di peggio! Il Comune non ha trovato altro luogo che il bordo della strada, davanti all’entrata della centrale termica, per abbandonare i vecchi lampioni rimossi. Buttati su un lato della strada!

Ancora una volta la realtà della Toscana è ben diversa da quella che si vuol raccontare.

4 vele? Ma nemmeno una!!

Ancora su Fuerteventura

Ma Fuerteventura non è solo la costa (di cui parlo nel post precedente), vi è anche un interno che può presentare alcuni aspetti interessanti. Vi è la zona dei vulcani, a nord, intorno a Lajares; o il borgo, anche se un po’ fittizio, di Betencuria; il desolato Malpais fra Antigua e Pozo Negro con la nera valle di lava. A Pozo Negro  si visitano gli unici resti un pò consistenti dei Guanci, gli antichi abitatori berberi delle Canarie, rapidamente sterminati dagli spagnoli; fu una prova generale di quello che avrebbero fatto pochi anni dopo nelle Americhe.

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Poco resiste alle capre (Foto di Alessandro Vergari)

Non c’e’ molto, ma con una macchina si possono fare dei giri certo più interessanti della frequentazione delle colonie turistiche della costa che guarda l’Africa.

Ho, invece, trovato molto interessante l’agricoltura di Fuerteventura, quella storica, dal momento che quella attuale è ormai ridotta a quasi niente. Spianavano delle porzioni di terreno e le circondavano con un cordone appena sopraelevato di terra. Erano sostanzialmente delle piscine in cui trattenere le rarissime piogge. Si evitava attentamente lo scorrimento dell’acqua e tutto quello che arrivava come pioggia o come ruscellamento dalle alture soprastanti, restava nel proprio campo. Le annate veramente buone erano rarissime, in media, una su sette. Le altre erano mediocre od addirittura sterili. Si facevano cereali. La popolazione è sempre stata poca e quindi la produzione, sia pure molto altalenante, riusciva a coprire i bisogni della gente. L’allevamento e l’emigrazione aiutavano. Come animali da soma si usavano i cammelli, ve ne sono ancora alcuni. Ora vi è una certa produzione di aloe vera presente anche come piante spontanee.

Non c’e’ da aspettarsi niente di particolaremente tipico a Fuerteventura. Il turismo da low cost vi passa sopra come un rullo compressore. Gli abitanti originari sono rari, la maggior parte sono spagnoli del continente, od anche giovani europei, che lavorano nel turismo e, nello stesso tempo, si godono il buon clima ed una atmosfera generale assai rilassata. A loro favore gioca anche il fatto che la stagione turistica è praticamente continua e che quindi un lavoro si trova quasi sempre. Probabilmente questo mondo giovane, precario, ma moto rilassato è l’aspetto sociologicamente più interessante dell’isola. Sembra che stiano nascendo delle tensioni nei confronti degli italiani, che si comporterebbero spesso da truffatori (possibile?).

Cibo convenzionalissimo con l’inserzione del capretto di Fuetteventura, non si sa quanto originale e quanto riadattato ai bisogni del bagnante tedesco. C’e’ poco di spagnolo, come ad esempio i bar o la gastronomia. Ad inizio anno l’isola è frequentata da squadre ciclistiche professioniste che preparano la stagione che sta per iniziare in Europa.

I prezzi sono da stile low cost. Da evitare La Era de la Corte, albergo rurale ad Antigua, cari e sgraziati nel tratto con i clienti.

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Campi (in cattivo stato) di Aloe vera. (Foto di Alessandro Vergari)

Vedi altri foto in questo post.

 

Fuerteventura, Canarie, un grande si, ma con molte condizioni.

Il maestoso paesaggio sopra Cofete. (La foto è di Alessandro Vergari)
Il maestoso paesaggio sopra Cofete. (La foto è di Alessandro Vergari)

Interessantissimo questo viaggio fatto con Alessandro Vergari a Fuerteventura, isola delle Canarie. Lui è una guida e ci andava a preparare un trekking per Walden – Viaggi a piedi e mi ha portato con sè.

L’isola (lunga 100 km e larga 30) corre parallela alla costa africana, ad un centinaio di km di distanza. I due lati dell’isola, quello che guarda l’Africa e quello che guarda l’Oceano sono completamente diversi, soprattutto dal punto di vista turistico. La parte africana, di mare più calmo, è un incubo di complessi residenziali ed alberghieri. Decine di chilometri di costruzioni, muraglie di finestre e balconcini, enormi scacchieri di quartieri residenziali. Un impiego spropositato di capitali, un uso sfrenato del suolo, la costituzione di una comunità vastissima dedicata alle vacanze, soprattutto invernali, degli europei. Enormi problemi di acqua, visto che l’isola è molto arida. Un’economia molto movimentata ma instabile, totalmente dipendente dalle mode turistiche, dagli altalenanti andamenti della crisi e dai prezzi dei voli low-cost, legati ad un petrolio fatalmente destinato a rincarare.  Escluso il turismo, nessun altra attività economica è presente sull’isola, ad eccezione della coltivazione dell’aloe vera e di ben poca altra agricoltura e di un pò di allevamento.

Molti complessi di centinaia di appartamentini prediletti da inglesi ed altri nordici. Ma già numerosi sono gli edifici mal finiti o abbandonati, invenduti, abbandonati al degrado. Si deve esser trattato di orrende speculazioni immobiliari con il concorso immorale delle banche la cui crisi ha gettato tutto al disastro. Distrutti chilometri di costa e sperperati miliardi per nulla.

Insieme ai complessi immobiliari prospera tutta quella giungla di fittizi esercizi commerciali ad usum turisti: bar, ristoranti, pub, supermercatini, bazar di creme solari e occhiali da sole, paccottiglie varie. Tutto ripetuto in un loop infernale ed angoscioso. Passeggiate a mare di chilometri e chilometri, con rachitiche palme ed infinite panchine impolverate. Di tanto in tanto, hotel lussuosi o sedicenti lussuosi con piscine azzurrine.

Ed anche tanti turisti, quasi tutti low cost e, soprattutto low quality: poveri anziani tedeschi con il bastoncino e le gambe fasciate gettati su quelle rive da insensibili tour operators; giovinastri inglesi perennemente ubriachi e schiamazzanti; coppie di quel tragico pallore che solo il Nord Europa conferisce. Questi ultimi si ritrovano spaesati ad andare in su e in giù sul brutto lungomare, trascinando la carrozzina del bambino e aspettando che finisca la loro settimana su cui avevano investito pochi soldi, ma tanta speranza, delusissima, di esotismo. Perchè in effetti in questa terra africana loro non troveranno niente di interessante.

Perchè non avranno la possibilità di andare sull’altro lato, quello esposto al burrascoso Oceano, dove, invece, posso dire di aver trovato uno dei panorami più belli ed attraenti che abbia visto in vita mia. L’altra costa è più scoscesa, molto arida, poco abitata, poco servita da strade, pochissimo turistica. Insomma c’e’ da farsela abbastanza a piedi. Il posto più spettacolare  è la spiaggia di Cofete all’estremo ovest. Ci siamo arrivati attraversando l’isola a piedi, partendo dall’orribilmente turistico Morro Jable e passando con un comodo sentiero la catena montuosa che corre lungo l’isola.

Dalla cresta si apre un enorme e meraviglioso paesaggio completamente deserto: in basso le poche case di Cofete, un pò sulla destra la tenebrosa casa del nazista Winter e davanti una sterminata e deserta spiaggia con l’Oceano sullo sfondo. Infuria il vento e gridano gli uccelli marini. Poi abbiamo camminato tutto un giorno su questa spiaggia, verso est per arrivare a un bellissimo campo di dune che copre tutta questa porzione di isola. Lo si attraversa verso la costa africana per arrivare all’ennesimo alveare turistico di Costa Calma. Un due giorni di cammino che valgono, da soli, il viaggio e di gran lunga.

La vegetazione è quasi totalmente assente e non solo per l’aridità del clima, ma anche per la sfrenato allevamento brado di capre che vi si fa. La maggior parte delle capre vivono libere e vengono riunite una sola volta l’anno per recuperare i capretti che vengono o avviati al macello o marchiati secondo i diversi proprietari. Le capre migliori vengono invece tenute in stabulazione per fare un formaggio di modesto gusto.

L’allevamento delle capre è una attività economica marginalissima. Eppure i danni che questi animali fanno alla vegetazione dell’isola è stato tremendo. Ogni minimo filo d’erba è raggiunto e tranciato, resistono solo poche e spinosissime piante che nemmeno le capre riescono ad addentare. E’ sconcertante come questa attività venga ancora permessa dalle leggi spagnole ed europee. Meglio sarebbe dare uno stipendio ai pastori per non fare nulla e lasciare che la vegetazione dell’isola si riprenda.

La riunione annuale delle capre è una festa tradizionale i cui eroi sono quei giovani allevatori che percorrono le montagne, anche molto scoscese, dall’alto verso il basso, spingendo le capre verso i punti di raccolta. Per scendere dalle creste delle montagne si aiutano con delle lunghe pertiche in una specie di pericolosissimo salto con l’asta verso il basso.

Un altra zona di grande emozione paesaggistica è la costa ad est di Ajuy con una costa altissima e frastagliata che piomba nell’oceano procelloso. In un punto, nell’altissima parete strapiombante vi sono delle grotte pericolosamente raggiungibili dal sentiero soprastante. In paese vi è una spiaggia di sassetti neri, un’altra simile a un’oretta di cammino verso est. Ajuy ha il vantaggio di essere raggiungibile su una strada asfaltata.

Sulla temibile costa africana l’unico luogo che ho visto di interesse è Pozo Negro dove sbocca in mare una lunga e nerissima, antica, colata lavica. Anche la spiaggia è nera e di ciottoli e forse per questo motivo è sfuggita al turismo massacrante. Continua….

Pozo Negro (Foto di Alessandro Vergari)
Pozo Negro (Foto di Alessandro Vergari)

Vedi altre foto in questo post.

 

L’altra parte della storia dell’ammutinamento del Bounty

Nel post precedente avevo diviso con i miei quattro lettori la meraviglia della sconsiderata dimora dei discendenti degli ammutinati del Bounty nell’isola di Pitcairn. Sulla mia pagina di FB, Pietro mi commenta consigliandomi di integrarlo con la storia degli altri ammutinati e dei non-ammutinati, rimasti a Thaiti. Lo ringrazio ma non lo farò.

Non lo farò perchè è una storia di tanti morti e di violenza per poter trovare e punire quei nove che se ne stavano sparapanzati a Pitcairn.

E la mia simpatia va, incommensurabile, a quei coraggiosi che riuscirono a dare un calcio a tutto e vivere come potevano, in terra incognita, con le loro mani e la loro voglia di non subire gli ordini di un capitano infame.  Bligh, il suo nome.

E da notare che il loro ammutinamento non versò una goccia di sangue. Semplicemente si dissociarono dalla Marina di Sua Maestà Britannica. Degli esempi, rari.