E’ Lisbona che viene, non tu che vai.

IMG_20150218_124244Lisbona non è una città, è uno stato d’animo. Non si va a Lisbona; Lisbona ti prende per mano, ti accompagna e probabilmente non ti lascerà più. E’ Lisbona che viene in te.

Per me Lisbona sono i marciapiedi di pavé bianchissimo, piccolo e di superficie irregolarmente fratta. E’ il colore della luce: inimitabile, terso, freddo, triste, ma che procura addizione. Sono i colori pastello dell’architettura rotondeggiante e serena della prima metà del ‘900. E’ l’azzurro delle mattonelle che rivestono chiese e palazzi. Lisbona è fatta di colori.

Ma Lisbona è anche lontananza. Dal resto d’Europa; lontanissima da Madrid, figuriamoci da Parigi, Berlino, Praga. Ed è anche lontananza dalle sue radici che stanno a Rio, a Luanda, perfino a Macao. Ci si sente lontani e soli a Lisbona, colti da dolce malinconia. E’stata una delle grandi capitali del mondo, è ridotta a periferia. Ma la vita pare scorrere molto più quieta che altrove.

IMG_20150219_120627Non erano belli gli abitanti di Lisbona, fino a qualche anno fa. Brutti gli uomini, insignificanti le donne. Ora tutto si sta modernizzando: la metro arriva fino all’aeroporto, i bar sono più puliti, anche le ragazze son diventate belle.

Litigano e discutono sempre gli abitanti di Lisbona; fra sconosciuti, senza veri motivi. Devono essere dispiaciuti di stare lontano da tutti ed ora di non aver più nemmeno un pò di colonie. E’ vero, sono un pò amareggiati dalla vita. Per rabbia hanno dichiarato guerra alle vocali ed hanno trasformato la loro lingua, pur dolcemente neo-latina, in uno strumento da concerto cacofonico.

E si mangia anche maluccio a Lisbona, checchè se ne dica. Apparte il sempiterno baccalà, i piatti son abbastanza tirati via, sempre un pò troppo umidi; sembrano fatti da ingredienti messi insieme e poco rimescolati.  Un esempio: la cabidela. Risotto mollissimo con sangue di gallina e qualche pezzetto della stessa. Una sbobba. Più consistente ma ancor peggiore la Francesinha (pur originaria di Porto) che è un vero incubo: un toast di salame, carne, salsiccia ricoperto di formaggio fuso, coronato da un uovo in camicia ed annaffiato da abbondante brodo grasso.   La nuova cucina globalizzata vi è arrivata e cerca di raddrizzare le cose, senza ruiscirci troppo. Eccellenti i dolci.

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Tost di baccalà.

Quindi grande luce su Lisbona, ma anche delle ombre. La più grande delle quali è la retorica che si è impadronita di questo tema, almeno in Italia. Perchè negli ultimi 20 anni è diventato famosissimo il poeta Pessoa ( a dir la verità di non immediatissima lettura ) ed il suo cultore Tabucchi, il lusofilo ufficiale italiano. Ora ci sono perfino libri (Lorenzo Pini – A Lisbona con Antonio Tabucchi) che parlano di Tabucchi che parla di Pessoa che parla di Lisbona.

E Lisbona diventa un luogo mitico e sognato, esattamente il contrario di ciò che è: una citta nelle cui vene scorre da molto tempo una vita difficile e contrastata. La vidi per la prima volta nell’estate dei Garofani e quella era forza pura, scrollatisi di dosso l’atmosfera esangue che le si vuole affibbiare ora.

E tutto ciò finira’ per rendermela antipatica questa città, resa evanescente dalla mellifluosità di vaghi intellettuali.

IMG_20150302_185853Quindi! Andate a Lisbona, il più presto possibile, stateci il più a lungo possibile. Amatela e soffritela. ma non leggete niente di quanto si scrive di lei. E’ inutile, se non controproducente.

Altre foto.

Mercati mondiali

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Sao Paulo.

Il Viaggiatore Critico ha notato, come avranno fatto in molti, la profonda modificazione che hanno avuto molti dei mercati alimentari delle grande città. Quegli edifici, spesso di architettura elegante e leggera, fatti di ferro, ai tempi della Torre Eiffel; oppure di nervature di cemento, se più recenti. Posti sempre nelle zone centrali delle città dove il popolo andava a rifornirsi di verdura, frutte, grani e, quando possibile, carne e pesce.  Luoghi in antico pieni di confusione, spesso di sporcizia, di gente di bassa lega. Sembrava veramente di essere al mercato. Io li visito spesso, mi piacciono e mi piace vedere la verdura esposta: da un sacco di informazioni sulla città.

Poi sono arrivati gli urbanisti, gli architetti, gli assessori, gli imprenditori. Probabilmente il primo caso è stato Les Halles di Parigi, poi hanno seguito tutti gli altri.  Cosa sono diventati?

In quasi tutti i casi il popolo vociferante ne è stato estromesso, relegato ai discount di periferia. In certi casi, subdolamente, è stato lasciato un angolo “naturale”; una specie di riserva indiana dove lasciare un pò di banchi ed un pò di popolo a far colore.

Vi sono fortemente penetrati i venditori di cibo e paccotiglia varia da turisti. I banchi sembrano vecchi e tradizionali, ben sistemati, ben illuminati; ma vi si trovan cibi che non entrano in nessuna casa di gente del luogo. Prezzi sconsiderati, da turisti, appunto.  I mercati delle città turistiche dei paesi arabi sono diventati così. Mucchi enormi di variopinte spezie, sforzi scenografici imponenti per il turistame di bocca buona. In Marocco sono particolarmente abili.

In tutti i mercati vi è sempre stato qualche banco che faceva da mangiare: piatti semplici, popolari, veri. Qualche banco. Ora sono straordinariamente aumentati di numero. Ed anche di varietà. I vecchi menu si sono allungati, vi sono stati inseriti piatti prima impensabili in un mercato. Vi si mangiavano piatti economici, da gente di mercato, non certo care prelibatezze. Vedere servito il salmone selvaggio nel mercato del vecchio porto di Helsinki è un insulto alla storia di quel luogo.

In alcuni casi è tutto il mercato ad esser diventato una sorta di ristorante, di food corner da centro commerciale. E’ l’indecoroso caso del secondo piano del Mercato di San Lorenzo a Firenze.  Più raffinato, ma altrettanto fasullo anche il mercato di Lisbona, dove rinomati chefs si sfidano dai lati dell’enorme salone pieno di gente. Piatti cari. Banchi di delikatessen di altissimo livello a Kiev, in mezzo alla povertà di una città ancora in molte difficoltà: un mercato che è passato da vendere le patate delle vecchine ad offrire i gamberetti freschi del Sud America. Indecente.

In altri luoghi, miracolosamente, un certo equilibrio si è mantenuto, come a Budapest. Il mercatone, in pieno centro, è ancora pieno di veri banchi con vera verdura ed i molti banchi di cibo pronto, pur destinati ai numerosi turisti, hanno mantenuto un’aria popolana, da mercato. Vi si mangia male, ma a poco prezzo e nel mezzo alla confusione. Lo stesso a Sao Paulo dove c’e’ un po’ di robaccia da turisti, ma anche molta vita vera di gente vera.

Due città molto vicine, due mercati con destini contapposti: Santiago del Cile e Valèaraiso. Il rpimo è diventato un ristorante fighetto. Il secondo è popolarissimo, con tutti i prodotti veri e con un angolo di bettole.