Balene e delinquenti americani. L’affascinante Isola di Brava, Capo Verde.

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La via principale del capoluogo di Brava – Di Torbenbrinker, attraverso Wikimedia Commons

Brava è una di quelle isole che sembrano sfidare ogni razionalità, un pò come Corvo delle Azzorre e Pitcairn. Sfide dell’uomo all’impossibile.

Scoperta, insieme alle altre isole d Capo Verde, intorno al 1460 era troppo piccola ( tonda, 10 km di diametro) per essere presa in considerazione, nonostante che fosse ricca d’acqua e di vegetazione. Ci finirono solo alcuni schiavi o liberati o ribelli lì confinati, non è chiaro; coltivavano, allevavano, pescavano. Erano un paio di centinaia di persone.  Le cose cambiarono nettamente nel 1675 quando l’ennesima eruzione del vulcano di Fogo, distante poche decine di chilometri, spinse un gruppo dei suoi abitanti a Brava.

E cominciò la vera colonizzazione di quest’isola. Apparentemente colonizzazione pacifica, senza i feroci padroni portoghesi, ognuno la sua terra.

Certo isolatissimi, passavano anche anni senza che una nave vi si fermasse per fare rifornimento di acqua e cibo; preferivano le altre isole, che hanno porti migliori. Generazioni intere che passavano, completamente isolate dal mondo; solo qualche contatto con la vicina Fogo. Il dominio portoghese non era che una lontana leggenda.

Poi le cose cambiarono e Brava cominciò ad essere visitata dalle baleniere americane, gia nell”800. Vi si fermavano volentieri per i rifornimenti, ma anche perche’ vi trovavano marinai per quel terribile lavoro. Per gli abitanti era il solo modo per andarsene dall’isola ed accettavano ogni condizione. Per i balenieri erano lavoratori a poco prezzo e rotti a tutto.

Molti dei marinai di Brava si fermavano poi sulla costa americana, nei porti di origine delle baleniere, costituendo delle loro comunità che mantennero sempre molti contatti con l’isola. Andavano e venivano, chiamavano parenti, tornavano a morire a casa. E ciò continuò anche dopo la fine dell’epoca delle baleniere.

Brava si trovò quindi ad essere, contemporaneamente, la più piccola ed isolata delle isole di Capo Verde e quella più americanizzata. Poche migliaia di abitanti, contadini e pescatori, un paese principale con le solite casettine portoghesi e qualche palazzetto, gli orti, molti fiori, la pace, il nulla e metà della famiglia nelle metropoli americane! L’inglese molto diffuso, un certo benessere per le rimesse degli americani.

Brava è ancora oggi un posto delizioso. Vi si arriva solo in nave; l’aereoporto esisterebbe ma è inutilizzabile per il vento troppo spesso troppo forte. La nave vi arriva da Fogo qualche volta a settimana. Si trova da dormire e da mangiare, ma adattandosi. Da poco il solito italiano avventuroso ha aperto un piccolo hotel. Turismo straniero molto modesto. In cambio pensionati americani con le camicie a fiori. Natura bella, bei paesaggi. Sensazione di essere fuori dal mondo. Bellissima esperienza. L’isola si percorre a piedi, c’e’ qualche macchina.

Ma non è finita. Una infame legge americana permette agli USA di deportare cittadini stranieri indesiderati. Molti giovani, capoverdiani di nascita e quindi di nazionalità, ma arrivati piccolissimi in America, si son trovati  alle prese con la Giustizia, nel mondo violento delle periferie. Furti, spaccio, detenzione di armi, risse, accoltellamenti. E son proprio ragazzacci come quelli che si vedeno nei telefilm, con il cappelletto messo alla rovescia e la catena al collo.  Dopo aver fatto i loro mesi o annetti di galera vengono presi e mandati a Capo Verde, dalla nonna, senza poter rientrare in America per 5 anni. Quindi in piazza a Brava c’e’  sempre un gruppetto di questi ragazzacci che parlano in slang americano, ascoltano la loro musica e si rompono terribilmente le palle per 5 anni. Sembra un angolo del Bronx ed invece siamo su un idilliaco scoglio nell’Atlantico.

Paradossi di un’isola fra due mondi.

L’altra parte della storia dell’ammutinamento del Bounty

Nel post precedente avevo diviso con i miei quattro lettori la meraviglia della sconsiderata dimora dei discendenti degli ammutinati del Bounty nell’isola di Pitcairn. Sulla mia pagina di FB, Pietro mi commenta consigliandomi di integrarlo con la storia degli altri ammutinati e dei non-ammutinati, rimasti a Thaiti. Lo ringrazio ma non lo farò.

Non lo farò perchè è una storia di tanti morti e di violenza per poter trovare e punire quei nove che se ne stavano sparapanzati a Pitcairn.

E la mia simpatia va, incommensurabile, a quei coraggiosi che riuscirono a dare un calcio a tutto e vivere come potevano, in terra incognita, con le loro mani e la loro voglia di non subire gli ordini di un capitano infame.  Bligh, il suo nome.

E da notare che il loro ammutinamento non versò una goccia di sangue. Semplicemente si dissociarono dalla Marina di Sua Maestà Britannica. Degli esempi, rari.

 

L’incredibile storia dell’Isola Pitcairn (serie destini improbabili)

Tutti conosceranno la vera storia della fregata Bounty e del suo ammutinamento in Polinesia. Avvenuto nel 1789 perchè il capitano dava la poca acqua dolce disponibile a delle piantine di albero del pane, che stavano trasportando, piuttosto che agli uomini. Pochi, invece, credo, sappiano che i nove ammutinati, insieme a 6 uomini e 12 donne tahitiani, finirono nell’allora sconosciuta Isola Pitcairn; di 3,2 per 1,6 km.

Ancor meno sapranno che i discendenti di costoro sono ancora lì. Sono in 48, padroni di uno Stato semi-indipendente. Non c’e’ aeroporto e ci arriva una nave due volte al mese e non tutti mesi.  La prima terra abitata (poco)  e con un aeroporto è a 32 ore di navigazione. Vivono di agricoltura, della pensione di quelli che hanno lavorato in Nuova Zelanda, della vendita di siti del dominio .pn, dei loro francobolli da collezionisti, di ceste di vimini che vendono ai qualche yachts che passano di lì.  Ma ben 8 famiglie hanno un sitino web da dove vendono miele, magliette e cappellini di Pitcairn.

 

Il centro abitato di Pitcairn

 

Hanno una loro lingua, nata dal miscuglio fra l’inglese marinaresco del 1700 e il tahitiano. Conservano i cognomi degli ammutinati. Nell’isola vi è un bar che apre il venerdi dalle 18h30 fino a che non se ne vanno i clienti. Un fornaio fa il pane su ordine oppure il secondo giovedi di ogni mese. Un ristorante da asporto aperto il mercoledi. Vi sono 5 stanze per accogliere un massimo di 9 visitatori a 70 dollari al giorno compresi i pasti e la lavanderia. Ci vanno soprattutto studiosi a studiare chissà che.

 

Non manca un Governo, capeggiato da un Mayor, una costituzione fresca fresca, un visto di ingresso a 30 dollari, una tassa sullo sbarco di 35 dollari a persona, un centro di salute con un medico neozelandese e, ovviamente, una scuola elementare, una posta, l’uffico del Governo e l’elettricità.  Ma non c’e’ la banca o il bancomat. In questo momento il sito ufficiale del Governo informa che non ci sono posti di lavoro liberi a Pitcairn.

 

Esiste invece un giornale mensile di 6 pagine che potete leggere on-line anche voi con la modica cifra di 15 dollari all’anno. Il giornale vi da conto degli arrivi, delle partenze e dei compleanni. Dopo la lettura di qualche numero sarete di casa a Pitcairn.
Io mi ero un pò scandalizzato per la pervicacia umana di voler vivere a Corvo, ma questi battono tutti!