La gastronomia finlandese.

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Kalakukko, piatto tradizinale. E’ un pane di segale che racchiude dei pesciolini avvolti in pancetta. Il tutto veniva messo a cuocere in forno per molte ore, rimanendo alquanto secco. Era quindi facile da esser portato in viaggio o negli lunghe giornate estive di lavoro di boscaioli e contadini. E’ ora famosissimo e molto apprezzato.

Purtroppo non parrebbe che la pur deliziosa Finlandia abbia saputo partorire una cucina veramente degna di nota. Nel pur consigliabilissimo viaggio in quel paese non sarà certo la gastronomia l’aspetto che più ricorderemo. Si doveva trattare di una cucina quasi esclusivamente contadina , con molta presenza di cacciagione e di pesca. Animali e pesci che dovevano durare per mesi e che quindi erano attentamente affumicati. Le foreste sempre presenti fornivano grandi quantità di frutti di bosco che sono quindi entrati in molti secondi, anche come marmellate. I cereli possibili sono quelli più resistenti al freddo come la segale e quindi i pani sono neri, pesanti poco lievitati, molto serbevoli. Sono certo lontani dal nostro pane bianco, ma alcuni sono assai interessanti. Molte patate, ovviamente. Carne di bovino, con tutti quei pascoli, ma anche di renna, assai resistente. Maiale. F0rmaggi, ma, a quanto visto, di qualità modesta, tipo Gouda. Molto salmone, ma deve essere di origine norvegese e di allevamento. Le cose migliori restano le aringhe, preparate in molte salamoie e salse diverse e i frutti di bosco. Da provare la renna, sia per la curiosità, sia per dare una mano agli allevatori lapponi.

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Stracotto di renna su fondo di purè di patate e con frutti di bosco. Da Zetor ad Helsinki. Più finlandese di così, non si può.

In questo conmtesto piuttosto esile hanno avuto buon gioco ad imporsi le altre cucine più agguerrite e, quindi, le città sono piene di ristoranti italiani, internazionali, francesi, di tapas, tex-mex, cinesi, tibetani, ma anche di una marea di orribili fast food di pizza, kebab, fish and chips se non addirittura di Subway e Mc Donald. Un pò meglio sono i pub che oltre ai soliti piatti di carnaccia all’americana con la salsa barbecue offrono qualcosa di locale. Almeno non costano molto.

Perchè, invece, i veri ristoranti finlandesi, oltre che scarsi, sono assai cari ed è facile lasciarci un cinquantino a capoccia, con la birra e non con il vino. Ad Helsinki il Viaggiatore Critico vi consigòia molto caldamente due ristorante: uno, da turisti ma curiosissimo ed anche divertente, dove mangiare cose rustiche, della vechhia campagna. Si tratta di Zetor.  L’altro è  un delizioso ristorantino dall’aspetto vecchiotto, ma finlandesissimo e con dei camerieri gradevolissimi: il Kuu, dalla cucina più ricercata, pur nel rispetto della base locale.

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Ad una sagra a Turku. Polpette tipo quelle dell’Ikea con carote e patate a quadratini. Da notare che il piatto ed il cucchiaio sono in foglia leggerissima di legno.

Inutile bere vino, si va sulla birra, un pò pesantuccia o su dei sidri assai piacevoli, anche se non per pasteggiare.

 

Il meraviglioso mondo di Nappino, Santa Brigida.

Il viaggiatore critico ha cenato da Nappino e ne è rimasto ancora una volta deliziato, non tanto per il cibo, modesto, quanto per la ruspantissima atmosfera. Riporta qui una descrizione che ne fece anni fa sull’antipatico sito 2spaghi, in quanto ancora del tutto attuale.

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Zuppa di moscardini da Nappino, voluminosa.

Interessantissimo locale in un paesino, Santa Brigida, vicino a Firenze, ma veramente fuori mano. Menu abbastanza corto ma assai vario. Molto pesce, di carne solo tagliate o quasi. Naturalmente anche pizza. Buono ed assai composito l’antipasto Nappino, peccato i salumi con fette di taglio micrometrico. Porzioni abbondantissime, io ho fatto una scelta temeraria, penne ai gamberetti, porcini e broccoli. Non avevo messo in conto la panna, abbondantissima. La tagliata un pò bassina, ma convenientemente cotta. Dessert del tutto casalinghi e colesterolissisimi. Prezzi modesti ma non del tutto popolari: sui 7 – 8 i primi. Sui 12 – 15 i secondi. Ma interessante antropologicamente il luogo. La sala da pranzo è una veranda sulla vasta terrazza del Circolo del paese. Tovaglie a quadri, sedie di ferro smaltate azzurre. Camerieri spicci e gradevolmente non charmosi, tutto molto alla buona. Nappino è il proprietario e da queste parti (il mio bisnonno materno era di qua) la nappa è il naso, soprattutto quando è sovradimensionato rispetto alla norma. Clientela dei dintorni rurali, più o meno vicini.

Si tratta insomma di uno di quei locali dove si mangia tanto, si mangia del pesce che è ingrediente quasi sconosciuto nella cucina casalinga della Toscana interna e in una atmosfera popolare e disinvolta da paese. Il tutto a prezzi che molti si possono permettere. Quindi luogo di elezione per gruppi di amiche in libera uscita, per coppie non giovanissime, per ragazzi caciaroni della zona. E’ uno degli utlimi locali rurali che hanno, con grande successo, resistito alla spinta del finto rustico – finto chic – falsa attenzone al territorio – prezzi alti, che ha devastato la gastronomia rurale e popolare della Toscana. Un bell’esempio meritevole di attenzione.

Il Mercato Centrale a Firenze: mai!

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La folla si accalca per avere il suo piatto.

Si sa che ormai Firenze non è altro che un parco tematico basato sul Rinascimento, inserito in un centro commerciale grande quanto la città e gestito dalla potentissima categoria dei bottegai fiorentini.

E, come in ogni buon centro commerciale, non poteva mancare il food corner, la zona adibita al cibo rapido.  Lo hanno appena aperto, al piano superiore dello storico edificio del Mercato Centrale, a sua volta circondato dall’insopportabile mercato di San Lorenzo con le sue bancarelle piene di pattume da turistame.

Una grande navata, con soffitto altissimo; tutt’intorno banconi dove si trova il cibo: vegetariano, pesce, carne, fritti, panini, pizza, lampredotto, pane e pasticceria, gelati. Così tutti i gusti son coperti e nessuno può dire di non trovare ciò che vuole. Al centro un bancone bar. Ovunque tavolini, numerosi quelli alti dove ti siedi su scomodi sgabelli, in modo che il cliente se ne vada alla svelta e lasci il posto al prossimo.

Sempre pienissimo, si lascia una persona a presidiare il tavolino e gli altri si lanciano all’acquisto di un piatto: ogni bancone ha la sua cassa a cui si fa lo scontrino e ci si mette in fila, nella bolgia, in attesa di essere serviti. Con il piatto si torna al tavolo dove si troveranno o meno gli altri commensali, a seconda della lunghezza delle loro rispettive code.  Sconosciuta la convivialità del consumare il cibo insieme. Ognuno si fa le proprie code e si trangugia, nel via vai, il proprio piatto.

Posate di plastica. Tutto esattamente come nei centri commerciali.

Prezzi molto più alti di quanto è lecito attendersi in un fast-food e self-service.

Qualità del cibo molto, molto, molto modesta.  Una nuova macchina per far soldi a spese dei poveri ingenui che pensano che Firenze sia un luogo da visitare.

 

Trattoria Aroma di Vino, Prato. Consigliato!

A poche decine di metri di fianco al Duomo di Prato vi è questa trattoria, poco visibile e piuttosto piccola, del tutto a conduzione familiare. E’ una di quelle trattorie che hanno voluto restare tali, pur dandosi un tocco di modernità, nell’arredamento che vuol essere rustico, ma carino; semplice, ma non banale. Vi è quindi tutto un bric-à-brac di oggetti, libri, bottiglie, sedie spaiate e quadri in vendita: tutto come alla rinfusa, ma invece, credo, attentamente studiato. Il risultato finale è forse un po’ lezioso, ma, certo, mette l’avventore a proprio agio e ben lo predispone ad un carta che è senz’altro avvincente. Un po’ perché è informalissima: scritta a mano su dei foglietti spillati ad un foglio più grande, ma soprattutto perché contiene piatti di strettissima tradizione toscana, spesso introvabili. Sedani ripieni di carne, tipica ricetta pratese, collo di pollo ripieno che da quando smise di farlo mia nonna una quarantina di anni fa non lo avevo mai più rivisto, pasta e trippa, pasta e papero, guancia di vitella in umido, minestre di verdura, torte di verdure di stagione. Serve il proprietario con ampie e gradevoli spiegazioni, in cucina moglie e figlia.

Le preparazione sono proprie quelle dei vecchi piatti della domenica: lunghe, elaborate, con salse dense, scure, cotte per molte ore. La mano non è pesante in fatto di olio e grassi, ma sono piatti importanti che si devono imporre all’attenzione di colui che li mangia e del suo stomaco. Non troverete insulse insalatone e miseri carpacci. Troverete quel che voleva mangiare il Sor Priore, la domenica, dopo la messa e prima di una lunga ronfata un po’ avvinazzata.

Una bella esperienza per i toscani di una certa età che ritroveranno piatti, sapori e consistenze quasi dimenticate e per chi vien da fuori che si farà una idea molto precisa non di una alta cucina, ma della vera cucina rurale toscana della domenica.

Anche interessantissimi i dolci, questi innovativi: un eccellente crema allo zenzero, degli spinaci dolci con le noci e una torta di pere e cioccolato. Vino della casa del tutto in linea con la rusticità dei piatti. In fondo un aleatichino. Sui 10 euro i primi, sui 13 i secondi. Andateci e farete come me : ci ritorno!