Mercati mondiali

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Sao Paulo.

Il Viaggiatore Critico ha notato, come avranno fatto in molti, la profonda modificazione che hanno avuto molti dei mercati alimentari delle grande città. Quegli edifici, spesso di architettura elegante e leggera, fatti di ferro, ai tempi della Torre Eiffel; oppure di nervature di cemento, se più recenti. Posti sempre nelle zone centrali delle città dove il popolo andava a rifornirsi di verdura, frutte, grani e, quando possibile, carne e pesce.  Luoghi in antico pieni di confusione, spesso di sporcizia, di gente di bassa lega. Sembrava veramente di essere al mercato. Io li visito spesso, mi piacciono e mi piace vedere la verdura esposta: da un sacco di informazioni sulla città.

Poi sono arrivati gli urbanisti, gli architetti, gli assessori, gli imprenditori. Probabilmente il primo caso è stato Les Halles di Parigi, poi hanno seguito tutti gli altri.  Cosa sono diventati?

In quasi tutti i casi il popolo vociferante ne è stato estromesso, relegato ai discount di periferia. In certi casi, subdolamente, è stato lasciato un angolo “naturale”; una specie di riserva indiana dove lasciare un pò di banchi ed un pò di popolo a far colore.

Vi sono fortemente penetrati i venditori di cibo e paccotiglia varia da turisti. I banchi sembrano vecchi e tradizionali, ben sistemati, ben illuminati; ma vi si trovan cibi che non entrano in nessuna casa di gente del luogo. Prezzi sconsiderati o cibi fasulli; decorativi e non nutritivi; da turisti, appunto.  I mercati delle città turistiche dei paesi arabi sono diventati così. Mucchi enormi di variopinte spezie, sforzi scenografici imponenti per il turistame di bocca buona. In Marocco sono particolarmente abili.

In tutti i mercati vi è sempre stato qualche banco che faceva da mangiare: piatti semplici, popolari, veri. Qualche banco. Ora sono straordinariamente aumentati di numero. Ed anche di varietà. I vecchi menu si sono allungati, vi sono stati inseriti piatti prima impensabili in un mercato. Vi si mangiavano piatti economici, da gente di mercato, non certo care prelibatezze. Vedere servito il salmone selvaggio nel mercato del vecchio porto di Helsinki è un insulto alla storia di quel luogo. Così come a Beirut i vecchi souks sono stati distrutti dalla guaerra e ricostruiti dal capitalismo più sfacciato diventando negozi e ristoranti di gran lusso.

In alcuni casi è tutto il mercato ad esser diventato una sorta di ristorante, di food corner da centro commerciale. E’ l’indecoroso caso del secondo piano del Mercato di San Lorenzo a Firenze.  Più raffinato, ma altrettanto fasullo anche il mercato di Lisbona, dove rinomati chefs si sfidano dai lati dell’enorme salone pieno di gente. Piatti cari. Banchi di delikatessen di altissimo livello a Kiev, in mezzo alla povertà di una città ancora in molte difficoltà: un mercato che è passato da vendere le patate delle vecchine ad offrire i gamberetti freschi del Sud America. Indecente.

In altri luoghi, miracolosamente, un certo equilibrio si è mantenuto, come a Budapest. Il mercatone, in pieno centro, è ancora pieno di veri banchi con vera verdura ed i molti banchi di cibo pronto, pur destinati ai numerosi turisti, hanno mantenuto un’aria popolana, da mercato. Vi si mangia male, ma a poco prezzo e nel mezzo alla confusione. Lo stesso a Sao Paulo dove c’e’ un po’ di robaccia da turisti, ma anche molta vita vera di gente vera. In Vietnam, poi, il mercato tradizionale ed i suoi cibi, regnano sovrani; un gran piacere!

Due città molto vicine, due mercati del pesce con destini contrapposti: Santiago del Cile e Valparaiso. Il primo è diventato un insieme di ristoranti fighetti. Il secondo è popolarissimo, con tutti i prodotti veri e con un angolo di bettole. Ma a Santiago c’e’ il mercato generale, enorme, incasinatissimo e sporco dove ci sono le trattorie da mercato in piena regola. E di turisti, solo io.

Brasile, vale la pena?

IMG_20160108_124413Alla fine del terzo, lungo viaggio, un’idea sul Brasile comincio a farmela. Partito con l’idea che i Brasiliani fossero antipatici ed arroganti ed il Brasile un bel paese; ritorno con la convinzione che i Brasiliani sono deliziosi e il Brasile un gigante inutile.

Sono rimasto incantato dai Brasiliani: calmi, gentili, carini, rispettosi, tranquilli, riservati e disponibili. Un amore di gente. Come dicevo per le donne, sembrano sempre a loro agio e moderatamente soddisfatti di se. Non sono arroganti, pretenziosi, non se la tirano, non sono aggressivi. Se ti urtano, si scusano, se li urti ti sorridono. E’ un piacere averci a che fare. Anche coloro che mi hanno rapinato, lo hanno fatto con una certa affabilità. Mai un ubriaco, un mendicante aggressivo, una rissa in strada.

Ed è forse questa grande tolleranza ed accettazione di sè e degli altri che ha provocato l’emersione di numeri sconosciuti altrove di omossessuali patenti. Un pò più freddini e rigidi a San Paolo.

Certo, resta il fatto che il buon gusto è praticamente sconosciuto, in tutti i campi. Ed ancor peggio, manca completamente il saper vivere. Rari i luoghi accoglienti, impossibile trovare un pò di stile, un pò di professionalità nel ricevere le persone. Gentili ed affabili, sì, come in famiglia; ma mai con quel minimo di ricercatezza che è poi il sale dell’accoglienza. Insomma, è come andare sempre in giro in ciabatte: comodo, ma a volte si ha voglia di un mocassino elegante. Informali al massimo, anche quando un minimo di forma diventa l’antidoto alla sbracatezza.

E’ tutto un pò dozzinale, a partire dal cibo. Sembra che in tutti i campi si cerchi la quantità, la massa, l’omologazione. Sembra che i brasiliani trovino la loro sicurezza e tranquillità nella massa, nella folla; rifuggono l’individualità, la differenziazione. Esattamente come fanno sulle loro spiagge. Certo, le condizioni di nascita di questo paese sono straordinariamente difficili: diversissime origine degli immigrati; il razzismo nei confronti dei neri africani e degli indigeni; livelli di violenza difficilmente immaginabili; le difficoltà di prendere in mano un territorio enorme e dalla natura ostile; tutto ciò deve aver creato questo amalgama culturale ancora informe e che non avuto il tempo ed il modo di distillare abitudini condivise di buona qualità della vita. Ma questo è un problema di tutta l’America.

E, purtroppo, non son riuscito a trovare, con la generalità dei Brasiliani con cui ho parlato, dei grandi argomenti di conversazione. Gradevoli, ma un pò piatti, ecco. Del resto, son dei grandi lettori della Bibbia e nelle librerie c’e’ da mettersi a piangere sulla scarsa consistenza numerica di opere di sociologia o storia brasiliane.

Il paese è invece un pò una delusione. Rio de Janeiro credo sia la città più bella del mondo, Salvador è interessante anche se molto incasinata a tutti i livelli. Per il resto non c’e’ molto. Probabilmente molta natura nei parchi naturali tipo il Pantanal, ma di difficile accesso e molto cari. Resta la meraviglia dell’Amazzonia e della sua porta Belem; ma è un mondo difficile da percorrere. Poi ci sono le grandi spiaggione, ma senza un intorno accogliente.

Ecco, è proprio questo il punto che cercavo e non ho trovato. Un luogo accogliente, non pericoloso, bello per natura ed interessante per umanità, dove poter posare le stanche ossa per un momento. Soprattutto accogliente. Ci devono essere, sicuramente, ma io non l’ho trovato. Mi ci sono avvicinato a Joao Pessoa; ma abbassando di molto le mie aspettative.

Perchè in effetti il problema della sicurezza è una gran croce. Ci sono luoghi, piccoli, sicurissimi come il Vecchio Goias, ma ci sono anche luoghi dove ti dicono di non attraversare una piazza, ma di farne il giro perchè nel mezzo ti rapinano. Alla lunga non ne puoi più. Forse il problema dela sicurezza nella realtà non è così grave come viene dipinto. Le destre politiche hanno sempre speculato su questo tema. Ma comunque, il turista, tranquillo non vive.

Può essere molto interessante la vita notturna, nelle grandi città. Locali assai intensi; ma resta il problema della sicurezza all’uscita o per andare da un locale all’altro.

I prezzi sono inferiori all’Italia, impresa non molto difficile; ma non di tantissimo. I trasporti sono facili e comodi. Tutto funziona abbastanza bene, con un po’ di approssimazione e scarsa professionalita’, ma questa e’ compensata dal buon carattere delle persone con cui hai a fare. Dall’Italia non poco turismo sessuale, a Rio, Salvador, Fortaleza.

Conclusione? Non so, davvero, bisogna che ci ritorni….

Brasile, foto.

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Brasilia
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Praia do Coqueirinho, Joao Pessoa

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Brasilia
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Brasilia, la Cattedrale
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Navigazione notturna sul Rio delle Amazzoni.
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Belem
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Da Belem verso l’Amazzonia
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Infinite le sette e fantasiosi i nomi.
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Alcantara
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Alcantara
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Alcantara
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Sao Luis, il porto a marea bassa.
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Palma de Tocantins, architettura di Niemeyer.
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Sao Paulo, il Beco de Batman, stradina affrscata.

Piacevolezze a Sao Paulo.

San Paolo, per quanto sia città di nessun interesse turistico (ma sì antropologico!!) riserva alcune grate sorprese a chi abbia deciso di andarci per alcun suo motivo.

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Rotoli di tabacco da masticare.
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Il panino iperfarcito di mortadella, vanto del Mercado Municipal di San Paolo.

La prima direi è il Mercado Municipal. E’ in centro, in mezzo ad un quartiere commercialissimo e confuso, da attraversare con passo rapido e fare deciso, in modo da sparire prima che i rapinatori vi inquadrino. L’interno del Mercato sembra, invece, sicuro. E’ il solito mercato un pò ibrido in cui si trovano banchi per i consumi popolari, altri per quelli di livello più ricercati ed una certa quantità di stands dove mangiare e bere svariate cose. Vi si trova mescolata, quindi una umanità varia, assai contenta, in generale, di trovarcisi. Io ho apprezzato: delle eccellenti cozze freschissime aperte e trangugiate sul posto; un ottimo succo di mango che accompagnava una macedonia in un tripudio di salutismo tropicaleggiante, un bel panino misto di prosciutto e salame che non avrebbe sfigurato in Toscana. La tradizione del luogo è il panino di mortadella, imbottito all’inverosimile. Frutta a volontà, pesci con l’occhio un pò triste, leccornie nazionali ed importate, meravigliosi banchi di frattaglie.  Ne son partito triste di non avere una casa dove portare e cucinare tanta grazia di Dio. Prezzi non contenutissimi.

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Cachaza e cachaza

Secondo posto che mi è piaciuto è il quartiere di Santa Madalena. Nell’orgasmo grattacielistico di questa città, ha conservato casette basse ed umane. E’ il quartiere dell’ecologismo, del politicamente corretto, del design, dell’intellettualità progressista non priva di mezzi. Area radical-chic in salsa sudamericana e quindi ancor più ovvia e melensa della nostra; ma non per questo non interessante e piacevole da frequentare. Almeno siamo un po’ più al riparo degli inconvenienti qui descritti. Mi son soffermato in un negozio-mescita di birre artigianali nazionali ed importate; notevole in questi paraggi. Fornita in più di una imponente collezione di cachazas, l’acquavite di canna da zucchero. Un centinaio di bottiglie diverse da studiare attentamente. Poi ho assaggiato dei formaggi discreti in un negozietto di stampo frances e mi son fermato in un bel mercatino con una gran varietà di banane diverse. IMG_20151205_145716Visitato anche O beco de Batman, stradina interamente ricoperta di bei murales e un certo numero di gallerie d’arte e negozi di design, in cui, però, non ho trovato niente di veramente affascinante.

Sao Paulo, arrivo e primi problemi

Arrivo a San Paolo, Brasile, e sbatto immediatamente contro quello che ritengo essere il problema umano centrale di questo disgraziatissimo continente.

Il Sud America è fondato sulla sopraffazione violenta ed impietosa di pochi su molti: da sempre e fino ad oggi. Gli Incas tiranneggiavano i vicini annessi, gli spagnoli/portoghesi gli indigeni, i terratenenti i contadini, i militari i cittadini, i finanzieri i lavoratori. E con un livello di violenza costante e permanente che non ha pari nella storia del mondo. L’autoritarismo allo stato puro.

Ciò non ha solo causato un dolore per molti;  ha anche provocato una forma mentis deleteria. Il sopraffatto  attende ordini e li esegue supino, timoroso della punizione dell’aguzzino. Non ci mette niente di suo, non ha iniziativa o desiderio di migliorare, non ha e non si azzarda a prendere responsabilità. Diventa una macchina. Ma frustrata e quindi, se si trova ad avere una briciola di potere, la esercita in modo altrettanto feroce di quanto l’ha subito a sua volta. Vendetta che moltiplica le sofferenze. Irresponsabili e feroci, una miscela mortale.

Questi son  meccanismi ormai diventati inconsci, culturali, pervasivi ed invisibili ai suoi portatori. Secoli non basteranno ad eliminarli.

Io mi ci son scontrato nella reception di un buon albergo nel centro finanziario di Sao Paulo, la città più moderna del continente. Vi sono arrivato, prenotato, alle 10 di mattina, stremato da un viaggio di 30 ore. Ero ben consapevole del fatto che il check in era alle 14 e che l’albergo era tutto pieno, la notte precedente. Ma, in casi simili ho sempre trovato receptions comprensive che mi hanno trovato una camera appena possibile; la prima ad essere stata pulita.

Ed invece no. Son caduto su un Ricardo che non ha mosso un dito dicendo che aveva l’ordine di non dare le camere, pur libere e pulite, prima delle 14. Ordini, imposizioni, arbitrio, timore dei capi, rancore, desiderio di sopraffazione, disumanità. Tutto mescolato, impenetrabile, come sempre. Alle 13 e 30 l’ho mandato dove immaginate e son partito alla ricerca di un’altro albergo, con la valigia in mano, come si faceva un tempo.

(L’albergo era H3 Hotel Paulista, non andateci)