Portogallo

Il baccalà impera in Portogallo, anche nel tost.

Paese affascinante il Portogallo e il mondo delle sue antiche colonie, lo scruto da anni, non me ne stanco.

In questo post cerco di descrivere, senza riuscirci, la particolarissima atmosfera di Lisbona, anche con delle foto. Poi c’e’ l’architettura tradizionale, lo strano mondo della ristorazione, anche con prodotti innovatori, o i suoi brutti bar.

La bella isola di Madeira, le Azzorre, un pò deludenti, ma piene di curiosità come Flores o di grandi paesaggi e di difficile storia come Corvo, forse l’unica isola che valga veramente la pena di un viaggio, anche se scomodo.

E la storia portoghese si ritrova a Sao Tomè e Principe e fu una storia triste, anche quella.

Ma anche a Capo Verde, nelle isole di Brava e di Fogo, dove non mancano soprusi moderni e viaggi difficili.

Ed infine, il retaggio più vecchio ed ormai culturalmente più distante: il Brasile, il Rio delle Amazzoni, la coloniale città della Vecchia Goias.

Le casine portoghesi

Ho parlato molto del Portogallo, così ricco di sottile, impalpabile e malinconico fascino. Mi sono lasciato come ultimo tema quello che più mi intenerisce: le casine.

I portoghesi, sia in patria, sia nelle loro numerose e sparpagliate colonie, hanno fatto e continuano a fare delle casine che ti fanno star bene. Usano toni pastello ben in armonia con le parti in bianco. Le dimensioni sono ridotte, gli elementi ornamentali frequenti, aggraziati, ma sobri, senza sconfinare nel lezioso o nel barocco. Le finestre fantasiose, invitanti. Le case, i palazzetti, gli edifici pubblici sono quasi sempre curati, ridipinti di fresco, tenuti in perfetta pulizia. Facciate nette, nitide, pulcre che fanno pendant con la chiarezza del cielo che sfuma verso l’Atlantico.

Son case che ti chiamano per essere abitate in letizia; crederesti che in loro niente di male può avvenire. Passeggi nelle vie dei borghi e ti senti protetto dalla serenità che gli edifici emanano copiosamente.

A volte fa venire in mente il Rinascimento italiano e la sua tranquilla consapevolezza dell’armonia. Ma mentre il Rinascimento è imponente, a tratti severo, rigido nel ritmo e nelle proporzioni, portatore di messaggi pubblici e politici; l’architettura portoghese è accomodante, familiare, alla mano, ti bisbiglia. Ti permette variazioni, distrazioni, improvvisazioni.

Quando arrivo in ambiente portoghese mi vien da sorridere, di sedermi ad un bar e farmi una birretta. Come se fossi tornato a casa dopo un periglioso viaggio. Lo dicevo anche nel primo post di questo blog, mi ripeto; passerei la mia vita a parlare di questo tema. Sensazioni dolcissime, un pò zuccherose, forse, ma gradevolissime.

Ma quel che è più straordinario è l’enorme divario che c’e’ fra le casine dei portoghesi ed i portoghesi stessi. Che sono persone portate facilmente alla polemica, al conflitto, a contatti rigidi e difficili. Spesso vanno sul tristino, sul depressuccio. Possono essere gentili, calmi ed alla mano, ma non mi sentirei di definirli sereni ed allegri. Mostrano, anzi, a volte, segni di aggressività ed insofferenza. Il litigio stizzoso è frequente.

In tempi recenti ebbero una delle Polizie politiche più terribili della storia e nelle colonie, che volevano diventare indipendenti, commisero delitti innominabili. Dietro alcune di quelle facciate così carine, in quegli edifici così gai, si torturava, si uccideva, si organizzavano terribili massacri.

Ed è questo l’elemento che mi affascina: la contraddizione fra la clarità delle abitazioni e l’oscurità degli animi; fra il fuori ed il dentro.  Come se si cercasse nell’architettura quella serenità che la Storia ha negato a questo popolo.

 

Il lato oscuro di Sao Tomè

La villa padronale di una azienda del cacao, as roças.

Ma l’isola di Sao Tomè non è solo un gradevole e piccolissimo paese perso nell’Atlantico equatoriale. Dietro vi è una storia piena di dolore, che è bene che il turista sappia.

Quando i portoghesi vi arrivarono l’isola era deserta; gli africani non hanno mai avuto un gran spirito marinaresco. Per qualche decennio non successe molto: ci mandarono solo un pò di ebrei che scomodavano in patria. Tanto che delle famiglie ebree sono ancora presenti nel paese e lo era anche, per parte di madre, il presidente Fradique, quello che barattava frittura mista per cacao.

Prima della metà del ‘500, la cosa si mosse rapidamente. Sao Tomè divenne produttrice di canna da zucchero, il quale era, a quei tempi, in Europa, merce ricchissima, che entrava in tutti i piatti, anche in quelli che per noi, ora, sono salati. In mancanza di popolazione autoctona i lavoratori della canna erano schiavi africani. Ma fu anche base navale per i commerci che dalle colonie dell’Angola e poi del Mozambico andavano in Portogallo. Ed infine era un porto sicuro per i traffici negrieri verso il Brasile.

Il delizioso edifico del vecchio aeroporto, nel tipico stile portoghese dei tempi di Salazar.

Lo zucchero venne a deperire a causa dell’inarrestabile concorrenza del Sud America e vi fu una stasi. Ma poi subentrò la sfrenata corsa al cafè e al cacao che ricoprì ogni angolo adatto dell’isola suddivisa in quei mini-stati che erano diventate le grandi fattorie coloniali, chiamate as roças. Organizzazione capillare del territorio, degli uomini, delle costruzioni; tutto per il cacao del quale Sao Tomè divenne uno dei primi produttori mondiali. A forza di schiavi. Questi venivano dalla Nigeria, poi dal Congo, dall’Angola; meno dal dirimpettaio Gabon i cui popoli avevano fama di essere di pessimo carattere e di scarsa propensione al lavoro. Ma dal Gabon veniva del cibo perchè a Sao Tomè tutta la terra era dedicata al cacao e non era spazio per coltivare il riso o le banane.

Molti uomini e poche donne bianchi; le africane schiave e concubine dei portoghesi venivano liberate; lo stesso accadde ai primi schiavi arrivati sull’isola (os forros) in quanto si vollero apparentare, in qualche modo, ai primi coloni . Si formò quindi una sorta di società fortemente meticciata di uomini e donne libere che fecero da cinghia di trasmissione fra i proprietari terrieri, i commercianti, gli artigiani e gli amministratori portoghesi e la grande massa degli schiavi agricoli o domestci. Dei kapò, in altre parole.

Alcuni schiavi riuscivano a fuggire ed a sopravvivere nell’inferno verde delle zone più montagnose dell’isola, nonostante che i capataz mettessero in giro delle storie terrificanti su dei serpenti enormi che avrebbero abitato quelle zone. Divennero un gruppo etnico e linguistico ancora esistente che si chiama Os Angolares.

Nel 1875 finì la schiavitù nelle colonie portoghesi, ma a Sao Tomè non se ne accorse nessuno. Non vi era altro lavoro che quello agricolo, tutta la terra fertile era in mano alle aziende del cacao, i loro proprietari facevano evidentmente cartello. Che altro poteva fare uno schiavo se non continuare ad esserlo?

La produzione del cacao continuava a crescere e as roças avevano bisogno di ancor più manodopera. Venivano importati lavoratori dall’Angola e dal Mozambico con contratti capestro che finivano per assomigliare di molto alla stessa schiavitù. Delle ribellioni finivano con centinaia di morti fra i rivoltosi; l’ultima, tremenda, nel 1953. Gli inglesi, con infinito cinismo, organizzarono un boicottaggio al cacao di Sao Tomè in quanto prodotto da lavoratori in condizioni servili; in questo contesto è calato il romanzo Equatore di Tavares che tanto successo ebbe qualche anno fa e che tanti turisti portò a Sao Tomè. In realtà gli inglesi non facevano altro che tentare di diminuire la concorrenza che quel cacao faceva al proprio.

Edifici coloniali nel centro della capitale.

Per aumentare ulteriormente la pressione sui lavoratori i portoghesi importarono dei sorveglianti da Capo Verde. Erano meticci, razzisti e spietati; l’odio fra le due comunità fu feroce e quando la parte nera della popolazione prese il potere (socialista) al momento dell’indipendenza nel 1975, i capoverdiani rimasti se la videro bruttissima e vissero per anni in condizioni pietose.

Non va infine dimenticato che la colonizzazione portoghese fu caratterizzata da due elementi: da una parte una grande propensione al meticciamento ed alla convivenza fra coloni portoghesi e popolazioni africane, quando invece francesi ed inglesi mettevano rigide distanze. Ma dall’altra parte vi era una durezza, una crudeltà, una scelleratezza senza pari; sadismo, direi, esercizio patologico del potere.

Insomma, Sao Tomè è terra d’Africa, ma dove gli africani sono altrettanto stranieri di quanto lo furono i coloni portoghesi. Ma questi se ne sono andati. Invece gli africani ci son rimasti creando un paese ed una cultura propria, frutto di un profondo meticciamento fra elementi portoghesi, a cominciare dalla lingua, la religione (e, curiosamente, la pasticceria) ed elementi delle diverse origini africane degli schiavi e dei lavoratori importati.  E’ successo a Sao Tomè, in piccolissimo, quel che è successo, in grandissimo, in America Latina: la creazione di nuove culture. Per questo Sao Tomè è così interessante.

Nonostante le infinite sofferenze provate, gli abitanti di Sao Tomè sono calmi, ragionevoli e gentili. Ma il turista deve sapere quel che quella terra ha visto, anche se oggi appare un oasi di pace e di tranquillità.

Isole isolate, Sao Tomè e Principe

Il centro coloniale di Sao Tomè.

Paese minuscolo, perso, sconosciuto agli italiani. Con una triste storia dietro, un presente difficile ed un futuro molto incerto. Ma affascinante e consigliatissimo per un viaggio veramente non ovvio. Sensazioni molto piacevoli.

Si tratta dell’isola di Sao Tomè e di quella di Principe che, insime compongono l’omonima Repubblica indipendente e sovrana. Sta sull’Equatore, nell’Atlantico, a qualche centinaio di chilomentro dalle coste africane. Vi si parla il portoghese (fu colonia portoghese) ed un pò di francese (il paese più vicino è il francofono Gabon).

La natura è sorprendente: Sao Tomè è abbastanza più piccola del comune di Roma; è rotondeggiante e se si percorre la strada che ne fa il giro si resterà stupiti. A seconda del lato dell’isola e quindi delle piogge, la vegetazione passerà da rigogliosamente equatoriale a siccitosa con mini savane. Le coste sono spesso aspre, scoscese, nere, ma con deliziose baie che ospitano spiagge di ciottoli grigi od addirittura di sabbia bionda.

Dalla foresta spunta un Cao, curiosi pinnacoli di roccia alti decine di metri.

E’ un’isola ritta ed una montagna di oltre duemila metri la domina; nelle parti alte le piogge sono frequentissime e la vegetazione è intensa, verdissima, gocciolante di umidità, emozionante, fra cascatelle e dirupi. Un angolo dell’isola è così impervio che non è stato possibile completare (con le poche risorse disponibili nel paese) l’anello della litoranea. Anche i sentieri son pochi. Molti e particolari gli uccelli, mi dicono.

Curiosissimi sono i Cao: guglie di roccia vulcanica che si innalzano dal suolo; il più alto misura 300 verticali e lisci metri e fu scalato per la prima volta anni fa da un gruppo di alpinisti italiani.

La spiagga “Praia Banana” a Principe.

Ma non solo natura. Anche la capitale si chiama Sao Tomè ed ha un minuscolo ma gradevolissimo centro coloniale che riporta al Portogallo, alle Azzorre, a quel modo così tipico che avevano i portoghesi di costruire nelle colonie. Ed ancora più interessanti le residenze e i centri aziendali delle numerose grandi fattorie coloniali specializzate nella produzione di cacao. I coloni portoghesi vi ricreavano frammenti del loro paese. Costruite fra fine ‘800 e inizi’900 sono pezzi di Europa meridionale nella foresta equatoriale. Alcuni edifici sono in assoluto degrado, altri sono stati recuperati e stupiscono per la loro incongruità in quei luoghi. La cura dell’ambiente si spingeva a piantare chilometri di siepi ornamentali lungo le strade che atteraversano le fattorie, come fanno con le ortensie nell’isola di Flores nelle Azzorre.

La gente è tranquillissima, gentile ed estremamente calma; del resto è tutto così piccolo che la fretta non avrebbe senso. E sta soprattutto qui il fascino di Sao Tomè; di essere una specie di stato lillipuziano dove tutti si conoscono. Una piccola città di provincia che è diventata Stato, con le sue leggi, il Governo, le ambasciate, le forze armate, la dogana; ma tutto fatto in famiglia. Per fare un esempio: il Presidente più duraturo era un venditore ambulante  (in moto) di pesciolini da frittura che comprava ai pescatori e barattava con il cacao dei contadini, in montagna, per poi rivenderlo agli esportatori. Tutti lo conoscevano e venne eletto.

Atmosfere raccolte, intime, casalinghe; anche il turista si sente a casa propria, vien voglia di dare del tu a tutti.

Così finisce la strada che fa il giro (incompleto) dell’isola.

Non ci sono folle  di turisti a Sao Tomè; più frequentemente portoghesi soprattutto da quando venne pubblicato il romanzo Equatore ambientato a Sao Tomè e che ebbe un enorme successo; disponibile anche in italiano ne consiglio la lettura prima o durante il viaggio. Ci sono comunque un certo numero di sistemazioni di vario livello e prezzo, generalmente soddisfacenti. Non poteva mancare l’albergo di un italiano che vive là da decenni. Il modello più frequente di turismo consiste nel fare base fissa in un albergo e girare l’isola come si vuole, affittando una macchina o prendendo per la giornata i numerosi taxi disponibli. La macchina si affitta sul posto o attraverso l’hotel, non vi sono agenzie ufficiali. Il cibo è semplice e buono, i prezzi non modestissimi, visto che tutto viene da lontano. Una settimana passerà con grande tranquillità. Volendo si può anche andare qualche giorno a Principe, dove non c’e’ veramente niente, salvo alcune spiagge clamorosamente belle.

Tutto molto bello, tranquillo, piacevole. Poi vi è il lato oscuro di Sao Tomè.

 

Elegia triste per la Macaronesia

Nebbia e tristezza vagano sulla Macaronesia,

il settimo continente, il più nuovo.

Nato dal fuoco e dal mare, là dove l’Atlantico si apre,

Azzorre, Madeira, Canarie, Capo Verde, mi piace aggiungerci Sao Tomé.

Isole nere e rosse di roccia vulcanica; l’estremo verdore delle Azzorre e di Sao Tomé controcanta l’aridità di Capo Verde.

Delle Canarie non so, le altre 21 isole sono 21 universi diversi per dialetto, storia e caratteristiche. Universi minuscoli ma completi.

La natura spadroneggia, il mare è nemico, l’uomo si adatta, se può; se non può, fugge: ce lo hanno portato a forza di armi o di miseria. Dall’Europa o dall’Africa.

Paesaggi belli, estremi, come spesso nelle terre vulcaniche. Ma sono ripetitivi, un po’ tutti uguali. Nella Macaronesia l’elemento straordinario è la storia umana. Recente e povera di fatti.

Un viaggio, secoli fa, da deportati. Poi generazioni relegate in un isola, senza mai uscirne. Poi un altro viaggio, da emigranti. Come la disseminazione della vita nell’universo, di meteorite in meteorite. Frutto del caso.

Portoghesi, spagnoli, africani, come tutti gli altri. Poi arrivano nelle isole e diventano un’altra cosa. L’isola cambia l’anima alla gente.

Gli azzorriani hanno popolato il mondo. Stati Uniti, Brasile, Angola, Mozambico.

Solo un pelo sopra i negri. Più numerosi i capoverdiani negli States che a Capo Verde; quelli di Fogo stanno tutti a Brocton, sobborgo di Boston. Vi hanno ricreato la loro isola.

Mακάρων νῆσοι, le isole dei beati per i greci, che preferirono le loro e qua non vennero. Vennero i Cartaginesi alle Canarie, si chiamarono Guanci e furono sterminati dagli spagnoli. Boccaccio ne parla. Le Azzorre stanno nell’Atlante Mediceo del 1351, ben prima che i portoghesi dicessero di averle scoperte.

Fra Europa ed America, riposo per galeoni e skippers mesciati biondi, riserva di acqua, legna, carne e braccia per pirati e baleniere americane. Scalo di aerei, base di antenne militari, stazione di cavi transoceanici.

Isole che esistono perché qualcuno ne ha bisogno. Gli isolani li vedono arrivare; poi se ne vanno e loro restano. Desiderio di seguirli e paura di affrontare il mondo.

Mare grande, mare brutto, mare contro, mare che divide.  on è il mare di Ulisse, è quello di Achab.

1500 fiamminghi nel ‘400 vennero a Faial per coltivare l’Isatis, colorante tessile. Diversi dagli altri, sono ancora lì, nel loro villaggio, Flamengos. Ho fatto con loro il pranzo parrocchiale della domenica, oggi. Nessuno parlava.

Tristezza da nebbia, da isolamento, da portoghesi, popolo tristissimo anche in continente.

A Capo Verde il sangue africano riscalda l’ambiente e si vive. Donne abituate a giostrare con perizia contro la violenza stupratrice del colono portoghese.

Unico divertimento, la musica, diffusissima ovunque e da sempre. Ogni isola, ogni frazione una banda, uno stile diverso.

Sono macaronese anch’io. Vi ho passato l’1% della mia vita. E soffrii e soffro la sindrome dell’isolano. Malinconica nostalgia del mondo lontano, paura di tornarvi. Un’isola è un utero. Desiderio e dovere di lasciarlo, ma lasciatemi dentro ancora un po’. Qui sto al sicuro, niente può succedermi, di male. E la tristezza macaronesica m’invade.