Cuba

Il Viaggiatore Critico vi dice:

La fastidiosa Trinidad

Stone_paved_street
“Stone paved street” di Leon Petrosyan – Opera propria.

Trinidad è una cittadina coloniale a breve distanza da una spiaggia piuttosto insignificante con dei brutti albergoni. Le qualche strade del centro disposte a scacchiera sono fiancheggiate da case ad un piano di bello stile coloniale. Dagli ampi finestroni protetti da antiche inferriate si vedono gli interni, spesso adibiti a ospitalità dei turisti o a ristoranti privati. Il luogo sarebbe bello anche se un po’  lezioso ed artefatto.

Ma Trinidad è un vero inferno. Il turista non può fare un solo passo senza essere strattonato ed infastidito da venditori di camere, di ristoranti, di escursioni, di oggetti. Se vi arrivate con il bus, vi sarà perfino difficile uscire dalla stazione a causa della folla strabordante di persone che vi vogliono portare a dormire a casa loro. Vi dovrete far largo a dure gomitate. All’incrocio principale della città vi è una tale pressione su du voi da consigliarvi di fare lunghi giri per evitare quel luogo.
E’ insopportabile.
Attenzione ai ristoranti i cui proprietari sono spesso assai maleducati e sempre carissimi per i livelli cubani, ma anche per quelli italiani.
Sconsiglio vivamente di andarci.
Ma se ci dovete proprio andare, dormite da Tania. Lei e la sua famiglia sono molto gentili e non vi verranno a cercare in strada per portarvi in casa loro. Il padre è un vecchio rivoluzionario molto amante della cucina cubana, anche se non riesce nell’impossibile sforzo di farla diventare buona. Comode e pulite le camere, la nostra con drappeggi di raso rosso. Hanno un simpaticissimo gatto nero (ma non del tutto nero).

A Cuba solo per la musica ed il sesso.

22042011613Cuba, in un modo o nell’altro, riesce a rimanere sempre al centro dell’attenzione del mondo. Sicuramente, dopo il gigantesco Brasile, è il paese latino più conosciuto e frequentato dagli italiani. Il Viaggiatore Critico non poteva non andarci e ci è andato più di una volta, recentemente. Il suo giudizio sintetico: non vale la pena andarci se non siete degli appassionati di musica cubana o degli sfigatoni che non hanno altro mezzo di vedere un po’ di pelo.

Cuba è composita, ce ne sono tante. Una è la Cuba dei Cayos. Sono isolotti di origine corallina, piccoli, bassi, con le palme e le spiagge bianche; sono quelli che vengono spesso chiamati paradisi tropicali. In realtà sono stati riempiti di alberghi e bungalows e sono tristissimi. I capitali sono stranieri, i cubani vi lavorano e son contenti delle mance che cercano di strappare con gentilezza ai turisti che finiscono per sganciare. Vi si arriva con i charter, vi si alloggia per una settimana e si riparte senza essere stati a Cuba. Al massimo si può avere una gita di mezza giornata al cayo accanto dove c’e’ la ricostruzione di un bar sedicente caraibico. Demoralizzante.

C’è la Cuba delle città coloniali. Il centro dell’Avana è stupendo. Vi sono due parti: una molto ben restaurata e financo leziosa con i monumenti più importanti. L’altra in uno stato di fatiscenza inimmaginabile. La particolarità di Cuba è quella di essere rimasta colonia (l’ultima in America) fino al 1900. Vi furono quindi costruiti i pesanti palazzi di quell’epoca esattamente come a Madrid o a Barcellona; ed ora, vedere quegli edifici così europei, sotto il calore tropicale e ridotti in formicai borraccinosi è una esperienza fortissima. Ma certo non giustifica il viaggio. Vi è Santiago di Cuba, altra città coloniale, a forte dominanza afro-cubana e piena di sapore e di colore. Ma la città in se non è un granché. Ho visto anche Trinidad: cittadina coloniale molto bella, ma talmente invasa dai turisti da risultare stomachevole. Per quanto le stradine piene di casette coloniali potrebbero essere deliziose, l’assalto che viene fatto ai turisti ne sconsiglia vivamente la visita.

Perché c’e’ la Cuba dei jineteros e delle jineteras. Migliaia di donne che ti vogliono trombare e migliaia di giovani che ti vogliono vendere, affittare, portare, consigliare, conversare. adulare, incantare, discutere di politica, ecc, ecc, ecc, al solo fine di spostare dei soldi dalla tua tasca alla loro. E’ un attacco continuo, forsennato, instancabile. Un incubo che inizia all’aeroporto e finisce all’aeroporto. Ti seguano a piedi, se sei in macchina ti abbordano in bicicletta, se ti siedi su una panchina ti si mettono accanto. Sempre educati, mai aggressivi, ma è una tortura cinese.

Eppoi c’e’ la Cuba della musica. Una offerta sterminata ed onnipresente. All’Havana e a Santiago, decine di locali che cominciano di pomeriggio e finiscono quasi all’alba. Tutti i tipi di musica caraibica e a tutti i livelli. Dai grandi ai dilettanti più sfacciati. E tutti con una passione inarrestabile. Vi è una pubblicazione su carta o su web, non facilmente trovabile negli alberghi e nelle agenzie di viaggio che si chima “Cartelera”. Lì c’e’ tutto. Se si riesce a trovarla bisogna sedersi, studiarla attentamente e farsi il programma della settimana per riempirsi di musica senza fine. E se non si trova la “Cartelera” basta fermare un cubano qualsiasi e farsi consigliare. Tutti sanno tutto e parlano di musica con una profondità ed una competenza anche superiori a quella dispiegata dagli italiani sul tema della pasta. I cubani avranno piacere ad indicarti i luoghi dove andare secondo la musica che vuoi sentire.